don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

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TRA DOUALA E YAOUNDÉ: IL VOLTO CONCRETO DELLA MISSIONE DELLA CHIESA

Cari amici, dopo la giornata trascorsa a Bamenda, nella quale Papa Leone XIV è entrato direttamente dentro una delle ferite più dolorose del Camerun, il viaggio continua oggi tra Douala e Yaoundé e assume un ritmo diverso. Le tappe previste sembrano meno drammatiche rispetto a quelle di ieri, eppure permettono forse di vedere con particolare chiarezza che cosa significhi per la Chiesa essere presente dentro la vita di un popolo. La giornata conduce infatti il Papa dall’Eucaristia celebrata con una grande assemblea alla visita di un ospedale cattolico, per concludersi nell’incontro con docenti e studenti dell’Università Cattolica dell’Africa Centrale.

Sono ambienti molto diversi e appartengono tutti alla stessa missione.

Questa mattina Leone XIV lascia Yaoundé per Douala, la grande città portuale ed economica del Camerun, luogo nel quale si concentrano commerci, lavoro, mobilità, possibilità di crescita e quelle contraddizioni sociali che accompagnano inevitabilmente una metropoli nella quale molte persone arrivano cercando un futuro migliore. La città mostra una delle facce più dinamiche del Paese, proprio quella nella quale il valore dell’uomo rischia facilmente di essere letto attraverso ciò che riesce a produrre, guadagnare o conquistare.

È dentro questo ambiente che il Papa celebra la Messa al Japoma Stadium.

Il Vangelo scelto dalla liturgia racconta la moltiplicazione dei pani e dei pesci, e Leone XIV parte proprio dalla sproporzione tra la moltitudine affamata e la povertà delle risorse disponibili. Guarda la folla evangelica e la mette in relazione con quella raccolta davanti a lui, lasciando emergere una domanda che attraversa l’intera vita sociale: davanti a tanta gente affaticata e bisognosa, che cosa facciamo?

La domanda riguarda anzitutto la Chiesa, chiamata ad annunciare il Vangelo senza sottrarsi alla concretezza delle necessità umane, e raggiunge nello stesso tempo le famiglie, i pastori e quanti portano responsabilità politiche e sociali. La fede non permette di osservare la fame, la precarietà e la sofferenza come se appartenessero sempre alla responsabilità di qualcun altro.

Il segno evangelico dei pani conduce il Papa verso una convinzione che appartiene profondamente alla missione cristiana: ciò che sembra insufficiente, quando viene consegnato al Signore e condiviso, può diventare principio di comunione. Il problema non viene risolto attraverso l’accumulo nelle mani di pochi e neppure attraverso un miracolo che renda superflua la responsabilità umana. Gesù coinvolge i discepoli e parte da quello che qualcuno possiede già, benché appaia troppo poco davanti alla grandezza del bisogno.

Celebrata a Douala, questa pagina evangelica raggiunge una città nella quale ricchezza e povertà possono convivere a poca distanza e ricorda che lo sviluppo perde rapidamente la propria misura quando non riesce più a vedere coloro che rimangono ai margini dei suoi benefici.

L’Eucaristia diventa allora il luogo dal quale la Chiesa impara nuovamente la propria forma. Il pane ricevuto dall’altare non chiude il credente dentro una esperienza religiosa individuale, perché lo introduce nella logica di Cristo che prende, benedice, spezza e dona. Una comunità che celebra realmente il Corpo del Signore viene educata a riconoscerne le conseguenze nella vita degli uomini.

Per questo la tappa successiva della giornata non appare estranea alla Messa appena celebrata.

Leone XIV raggiungerà infatti l’Ospedale cattolico Saint Paul di Douala per una visita privata. Il programma ufficiale non prevede un grande discorso pubblico e proprio questa discrezione aiuta a comprendere il significato del gesto: dopo avere incontrato una moltitudine, il Papa entra in un luogo nel quale la fragilità assume volti individuali, storie particolari, corpi che portano la malattia e persone che dedicano tempo e competenza alla loro cura.

Qui si manifesta una dimensione della presenza ecclesiale che rischiamo talvolta di considerare quasi secondaria rispetto all’annuncio esplicito della fede. In realtà la storia della Chiesa in Africa è profondamente intrecciata con ospedali, dispensari, scuole, centri di assistenza e opere nelle quali il Vangelo ha preso forma attraverso la prossimità alla vita concreta.

Una struttura sanitaria cattolica non è semplicemente un ospedale al quale sia stata aggiunta una cappella. Porta con sé una concezione dell’uomo nella quale la persona malata non coincide con la propria patologia, perché conserva una dignità che precede la salute e non viene meno quando diminuisce l’autonomia. Curare significa allora riconoscere che nessuna vita perde valore quando diventa fragile.

Il passaggio dalla grande celebrazione dello stadio alle stanze di un ospedale illumina così la stessa missione da due prospettive diverse. Nell’Eucaristia la Chiesa riceve da Cristo ciò che la fa vivere; nella cura dell’uomo rende visibile qualcosa di quella stessa carità ricevuta.

Nel pomeriggio il Papa tornerà a Yaoundé e raggiungerà l’Università Cattolica dell’Africa Centrale, fondata nel 1989 dall’Associazione delle Conferenze Episcopali dell’Africa Centrale e diventata nel tempo uno dei luoghi nei quali la Chiesa della regione investe sulla formazione delle nuove generazioni. Leone XIV la definisce un luogo di eccellenza per la ricerca, la trasmissione del sapere e la formazione dei giovani, riconoscendovi un «faro» al servizio della Chiesa e dell’Africa.

Anche qui la missione assume una forma propria.

L’università cattolica non può limitarsi a produrre competenze tecniche e titoli accademici, perché la conoscenza diventa davvero umana quando conserva il rapporto con la verità e con la responsabilità. Leone XIV insiste proprio sulla necessità che l’università diventi una comunità nella quale ricerca e formazione permettano di maturare una cultura dell’incontro, evitando che il sapere si trasformi in uno strumento separato dalla coscienza.

In un continente che continua a perdere molti giovani attraverso l’emigrazione e nel quale la formazione rappresenta una delle grandi possibilità per costruire il futuro, questo incontro possiede un peso che va molto oltre il mondo accademico. Educare significa preparare persone che un giorno avranno responsabilità nella sanità, nella politica, nell’economia, nell’insegnamento e nella vita ecclesiale, e che dovranno decidere quale uso fare dell’intelligenza ricevuta.

La conoscenza può diventare servizio oppure privilegio. Può aiutare un Paese a crescere oppure fornire strumenti più raffinati a chi desidera servirsene per il proprio interesse.

Per questo l’università cattolica porta una responsabilità particolare. Non dovrebbe formare semplicemente persone capaci di entrare nei luoghi del potere, perché la sua missione raggiunge qualcosa di più profondo: formare coscienze capaci di esercitare competenza senza separarla dalla verità e responsabilità senza separarla dal bene comune.

Se guardiamo insieme le tappe di questa giornata, emerge una immagine della Chiesa molto concreta. Essa si raccoglie attorno al Signore e riceve dall’Eucaristia la propria vita; entra nei luoghi nei quali l’uomo sperimenta la fragilità e lo accompagna nella malattia; investe sull’intelligenza e sulla formazione perché il futuro di un popolo ha bisogno di persone capaci di pensare, scegliere e servire.

Non sono attività giustapposte.

La stessa fede che conduce all’altare spinge verso il letto del malato e domanda che il sapere venga posto a servizio dell’uomo. Separare questi ambiti significherebbe impoverire la missione ecclesiale, trasformando la liturgia in una esperienza senza conseguenze, la carità in semplice assistenza e la cultura in una produzione di competenze priva di un criterio capace di orientarle.

La giornata tra Douala e Yaoundé mostra invece quanto queste dimensioni appartengano alla stessa vita.

La Chiesa non esiste soltanto quando prende la parola davanti alle grandi questioni della storia. È presente anche quando celebra con il proprio popolo, quando una religiosa o un medico vegliano accanto a un malato, quando un docente accompagna un giovane nella ricerca della verità e quando una istituzione educativa decide che formare una persona significa aiutarla a diventare capace di assumere responsabilmente il proprio posto nel mondo.

Forse è proprio questo uno degli aspetti più belli del viaggio di oggi. Dopo avere incontrato ieri la ferita aperta di Bamenda, Leone XIV mostra oggi come una Chiesa possa accompagnare la vita ordinaria di una nazione senza rinunciare alla propria identità. Non serve l’uomo mettendo da parte Cristo, perché è precisamente da Cristo che riceve la ragione per cui ogni uomo merita di essere custodito.

La missione assume così il volto concreto di una presenza.

Una presenza che raggiunge la folla e sa fermarsi davanti a una persona malata, che annuncia il Vangelo e prende sul serio la formazione dell’intelligenza, che celebra il mistero di Cristo e permette a quel mistero di entrare nelle condizioni reali della vita.

Tra Douala e Yaoundé, oggi, il Papa attraverserà luoghi molto differenti.

La Chiesa che incontreremo sarà sempre la stessa, perché la sua missione nasce dalla stessa sorgente: Cristo ricevuto, annunciato e servito nell’uomo.

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