don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico

UN CONTINENTE RAFFIGURATO DA UN’IMMAGINE

Cari amici, ci sono immagini che accompagnano una visita apostolica e altre che, senza essere state preparate, finiscono per raccontarla meglio di molti discorsi. Quella che arriva da Bamenda appartiene forse a questa seconda categoria, perché dentro pochi secondi racchiude qualcosa del Camerun incontrato in questi giorni da Papa Leone XIV e, più ampiamente, di quell’Africa che il Pontefice sta attraversando imparando anzitutto ad ascoltarne la storia.

È accaduto al termine della giornata trascorsa nella regione anglofona. Il Papa aveva celebrato la Messa, aveva parlato a una popolazione ferita dal conflitto e si preparava ormai a lasciare Bamenda quando una bambina si è staccata dalla folla e ha corso verso di lui.

Leone XIV si è fermato.

La piccola gli è arrivata incontro con quella libertà che appartiene ai bambini quando hanno deciso che tra loro e la persona che desiderano raggiungere non esiste più alcuna distanza da rispettare. Il Papa si è chinato, l’ha accolta tra le braccia, l’ha benedetta e ha posato con lei per una fotografia prima di regalarle un rosario.

Il gesto è durato pochissimo e proprio per questo possiede una particolare verità. Non apparteneva al programma ufficiale e non aveva bisogno di essere spiegato. Una bambina corre, un uomo anziano si ferma, due braccia si aprono e per qualche istante tutto ciò che normalmente circonda la figura del Papa, la sicurezza, il protocollo, il movimento della folla, passa in secondo piano.

Resta un abbraccio.

Guardando quelle immagini mi è tornata alla mente una delle grandi promesse di Isaia: «Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò». Il profeta parla di un Dio che porta in braccio, accarezza e restituisce pace a chi ha conosciuto la ferita. La Scrittura possiede questa sorprendente concretezza: quando vuole parlare della consolazione divina non costruisce una teoria e ricorre al gesto elementare con cui qualcuno prende vicino a sé un altro essere umano.

Naturalmente il Papa non sostituisce Dio e sarebbe sbagliato trasformare un gesto affettuoso in una improbabile allegoria sacra. Può però accadere che attraverso un gesto umano diventi più leggibile qualcosa del Vangelo che la Chiesa è chiamata ad annunciare.

A Bamenda questo appare con particolare evidenza, perché la bambina corre incontro al Papa proprio nella regione che, poche ore prima, Leone XIV aveva raggiunto per parlare di pace a un popolo segnato da anni di conflitto.

Alle sue spalle rimangono villaggi colpiti dalla violenza, famiglie che hanno conosciuto lo sfollamento, giovani cresciuti dentro l’incertezza e comunità costrette a imparare quanto sia difficile ricostruire ciò che la paura distrugge. Nella Cattedrale il Papa aveva ascoltato testimonianze nate da queste ferite; durante la Messa aveva chiesto di non rimandare il cambiamento a un futuro indefinito.

Poi arriva questa bambina.

Ed è difficile non vedere nel suo gesto qualcosa che supera il semplice episodio curioso destinato a circolare sui social. In quella corsa non c’è il peso della geopolitica e non c’è neppure la prudenza con cui gli adulti imparano presto a misurare ogni rapporto. C’è la fiducia di chi vede qualcuno e decide di potergli andare incontro.

Forse proprio questa fiducia rende l’immagine così forte.

L’Africa che Leone XIV sta incontrando non può essere descritta soltanto attraverso le sue guerre, le fragilità politiche, le povertà e le forme di sfruttamento che il Papa stesso ha denunciato. Sarebbe un’altra maniera, magari animata da buone intenzioni, di guardare il continente esclusivamente attraverso ciò che gli manca o ciò che gli è stato fatto.

Dentro l’Africa incontrata dal Papa ci sono anche una fede vissuta con intensità, comunità capaci di custodire legami dentro il conflitto, una grande capacità di accoglienza e quella forza particolare con cui popoli che hanno conosciuto molta sofferenza continuano a cercare ragioni per sperare.

Il Pontefice ha ricordato con chiarezza che sulle ricchezze del continente continuano a posarsi interessi che sfruttano e saccheggiano, alimentando modelli di sviluppo capaci di produrre esclusione e nuove ferite. La storia dell’Africa porta certamente le cicatrici di questi processi, insieme alle responsabilità interne che nessuna lettura seria può ignorare.

L’immagine della bambina permette però di aggiungere qualcosa che i dati economici e le analisi politiche non riescono a raccontare.

Un popolo ferito non coincide con le proprie ferite.

Può continuare ad aprire le braccia.

Questa è forse la ragione per cui quella scena mi appare quasi come una piccola icona del viaggio. Una bambina appartenente a una terra che ha conosciuto la violenza corre senza paura verso un uomo che per lei rappresenta la Chiesa e il Papa interrompe il proprio cammino per riceverla.

Non sappiamo che cosa quella bambina abbia compreso della visita di Leone XIV. Probabilmente molto meno di tutte le analisi che stiamo scrivendo noi adulti, categoria umana particolarmente dotata nel rendere complicato ciò che talvolta è già chiaro.

Ha visto il Papa e gli è corsa incontro.

In quella semplicità appare qualcosa della fiducia che ogni ministero nella Chiesa dovrebbe custodire. La gente deve poter riconoscere nel pastore qualcuno verso il quale sia possibile avvicinarsi senza paura, perché attraverso il suo modo di stare tra le persone possa diventare almeno intuibile la vicinanza di Cristo.

Pochi giorni fa, entrando nell’orfanotrofio Ngul Zamba, Leone XIV aveva detto ai bambini che il Padre del cielo desidera manifestare loro la propria tenerezza e stringerli al suo cuore; aveva ricordato che nella grande famiglia di Dio nessuno è straniero e nessuno viene dimenticato, per quanto piccolo possa essere.

A Bamenda quelle parole hanno ricevuto quasi involontariamente una immagine.

Non perché il gesto fosse stato preparato per illustrarle, proprio il contrario. Una bambina si è messa a correre e il Papa ha fatto ciò che qualche giorno prima aveva detto: si è fermato e l’ha stretta.

Forse la Chiesa viene compresa proprio in questi passaggi nei quali la parola pronunciata e il gesto compiuto smettono di essere due cose diverse.

La fotografia resterà probabilmente tra le molte immagini di questo viaggio africano. Per me, però, dice qualcosa di più: racconta un continente che porta ferite profonde e conserva ancora la capacità di affidarsi, un popolo che desidera essere guardato senza essere ridotto ai propri problemi e una Chiesa chiamata a stare abbastanza vicina alle persone perché qualcuno possa ancora correre verso di lei.

Una bambina nelle braccia del Papa.

A volte un continente intero riesce a entrare dentro un’immagine.

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