don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico

GRAZIE PERCHÉ SEI VENUTO QUANDO SERVIVA DAVVERO

Cari amici, al termine della Messa celebrata da Papa Leone XIV a Bamenda, il ringraziamento rivolto al Santo Padre dal vescovo ha offerto forse una delle letture più profonde di questa giornata. Dopo tante parole sulla pace, sulla riconciliazione, sulla libertà e sulla necessità di cambiare la storia del Camerun, è stata la Chiesa locale a spiegare che cosa abbia significato concretamente vedere il Successore di Pietro entrare in una terra segnata da anni di paura e di violenza.

Il vescovo ha detto che la visita del Papa ha portato alla popolazione «elevazione spirituale, incoraggiamento morale, sostegno psicologico e consolazione fisica». Sono parole che cercano di raccogliere insieme dimensioni diverse dell’esperienza vissuta e mostrano come la presenza di Leone XIV non sia stata percepita soltanto come un grande evento ecclesiale. Per una comunità affaticata dal conflitto, vedere il Papa arrivare realmente fino a Bamenda ha avuto il valore di una prossimità che raggiunge anche quella parte dell’uomo nella quale gli anni di insicurezza lasciano ferite difficili da descrivere.

Il ringraziamento assume poi un tono ancora più ecclesiale quando il Papa viene riconosciuto come il Buon Pastore che non lascia il proprio gregge senza cura. Non si tratta evidentemente di attribuire al Pontefice ciò che appartiene a Cristo, quanto di riconoscere nel suo ministero quella forma pastorale che rende visibile la cura del Signore per la Chiesa. In questa prospettiva la visita acquista un significato che supera il prestigio di una presenza internazionale: il popolo ha visto arrivare il proprio pastore proprio mentre attraversava una delle stagioni più difficili della sua storia recente.

Questo permette anche di comprendere perché il vescovo abbia insistito tanto sul coraggio della decisione di raggiungere Bamenda. Chi osserva il viaggio da lontano può facilmente leggere questa tappa come uno dei molti appuntamenti previsti dal programma; chi vive in quella regione conosce invece ciò che significa muoversi dentro un territorio segnato dall’insicurezza e dalla memoria ancora viva della violenza.

Per questo il ringraziamento richiama le immagini bibliche di Daniele nella fossa dei leoni e dei tre giovani nella fornace, fino a condurre lo sguardo verso Cristo che viene per servire e dare la propria vita. Sono immagini forti, nate dal desiderio di esprimere come la visita sia stata percepita da una comunità che sapeva bene che sarebbe stato più semplice evitare quella tappa.

Dentro questo linguaggio compare anche una immagine materna, quando il vescovo paragona la venuta del Papa a quella disponibilità con cui una madre è pronta a spendere sé stessa affinché i propri figli possano avere vita. Anche qui il linguaggio è intenso e appartiene al registro affettivo di una Chiesa che, dopo anni di sofferenza, sente nella presenza del Papa qualcosa di più di un gesto istituzionale.

Ciò che colpisce maggiormente, però, arriva verso la conclusione. Il vescovo afferma che la gente di Bamenda non dimenticherà che Leone XIV è venuto proprio quando la sua visita era maggiormente necessaria.

Questa frase illumina retrospettivamente l’intera giornata.

La presenza pastorale possiede infatti un valore particolare quando non attende che tutto sia risolto per diventare possibile. Il pastore entra nella fatica mentre la ferita è ancora aperta, quando non esistono ancora soluzioni certe e quando persino la speranza rischia di essere consumata dalla durata della prova.

È quanto Bamenda ha riconosciuto oggi.

Il Papa non è arrivato dopo la pace, per celebrarla. È arrivato mentre la pace continua a essere cercata.

Non ha raggiunto una comunità ormai guarita per ricordarne il passato doloroso. Ha incontrato un popolo che porta ancora dentro la propria vita le conseguenze del conflitto e ha scelto di condividere con esso una giornata nella quale preghiera, ascolto e parola pastorale sono diventati una forma concreta di vicinanza.

Il vescovo ha espresso anche la speranza che questa visita possa portare frutti duraturi e che la pace torni realmente in quella Provincia ecclesiastica. Per descrivere questo futuro ha richiamato le grandi immagini di Isaia, nelle quali il lupo e l’agnello possono vivere insieme e le armi vengono trasformate in strumenti destinati alla vita.

Non è difficile capire perché proprio queste profezie siano state scelte a Bamenda. Dopo anni nei quali le armi hanno stabilito confini, prodotto paura e sottratto futuro, immaginare spade trasformate in vomeri significa chiedere che ciò che è stato usato per distruggere possa finalmente lasciare spazio a ciò che permette alla vita di crescere.

Il ringraziamento del vescovo non ha quindi chiuso semplicemente una celebrazione. Ha consegnato al Papa la memoria di ciò che la sua presenza aveva significato per quella gente e, insieme, ha affidato alla comunità una responsabilità: custodire ciò che questa giornata ha riaperto.

Leone XIV partirà da Bamenda e il conflitto non scomparirà con la partenza dell’aereo. Le difficoltà rimarranno, così come resterà necessario un lungo lavoro politico, sociale ed ecclesiale perché la riconciliazione possa diventare qualcosa di stabile. La visita ha però introdotto dentro quella storia una memoria diversa.

Per qualche ora una terra conosciuta soprattutto per la violenza è diventata il luogo nel quale il Successore di Pietro ha pregato per la pace insieme al suo popolo.

Forse è proprio questo che il vescovo ha voluto custodire con il suo grazie. Esistono momenti nei quali la presenza precede persino la parola, perché dire a qualcuno «sono venuto fino a te» significa già riconoscere che la sua sofferenza non è periferica e che la sua storia merita di essere condivisa.

Da lontano possiamo discutere la visita, analizzarne i discorsi e confrontarne le formulazioni. A Bamenda hanno vissuto qualcosa di più semplice: hanno visto arrivare un padre.

E quando una comunità attraversa una lunga notte, può diventare decisivo sapere che qualcuno non ha aspettato l’alba per raggiungerla.

Per questo il ringraziamento pronunciato oggi contiene una frase che vale più di molte spiegazioni: grazie perché sei venuto quando serviva davvero.

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