Cari amici, nel pomeriggio di questa giornata così intensa Papa Leone XIV ha celebrato la Santa Messa all’aeroporto internazionale di Bamenda, portando dentro la liturgia tutto ciò che aveva incontrato poche ore prima nella Cattedrale di San Giuseppe. Le testimonianze di una terra ferita, il desiderio di pace, la fatica di una comunità che da anni convive con la violenza e la divisione sono entrati nell’Eucaristia e, alla luce della Parola di Dio, hanno ricevuto dal Papa una lettura che è andata molto oltre la consolazione.
Leone XIV si è presentato come «pellegrino di pace e di unità» e ha detto di essere venuto per condividere il cammino, le fatiche e le speranze di questo popolo. È una espressione che restituisce bene il tono dell’omelia, perché il Papa non parla da un punto esterno alla sofferenza e non si pone davanti a Bamenda come chi arriva per spiegare a una comunità ciò che dovrebbe fare. Entra dentro il suo cammino e, da lì, lascia che sia la Parola di Dio a illuminare ciò che sta accadendo.
Il Salmo proclamato nella liturgia gli offre subito la chiave: «Il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato, egli salva gli spiriti affranti». Bamenda conosce bene che cosa significhi avere il cuore spezzato, e Leone XIV non evita di nominare le ragioni concrete di questa afflizione. Parla delle speranze continuamente indebolite di un futuro nel quale siano garantite pace, riconciliazione e dignità; ricorda le molte forme di povertà, aggravate dalla crisi alimentare, la corruzione morale, sociale e politica legata alla gestione delle ricchezze, le difficoltà che attraversano l’istruzione e la sanità e la partenza di tanti giovani che cercano all’estero ciò che la propria terra non riesce più a offrire.
A questa sofferenza interna il Papa aggiunge una responsabilità che viene dall’esterno, denunciando quanti continuano a mettere le mani sul continente africano per sfruttarlo e saccheggiarlo in nome del profitto. È un passaggio importante perché impedisce di leggere le ferite dell’Africa secondo una spiegazione troppo semplice. Leone XIV riconosce le responsabilità che nascono dentro la vita politica e sociale del Paese e, nello stesso tempo, indica quelle logiche economiche internazionali che continuano a guardare al continente soprattutto attraverso ciò che può essere ricavato dalle sue risorse.
Dentro questo quadro, che avrebbe potuto facilmente condurre verso una constatazione sconsolata, arriva invece il passaggio più forte dell’omelia. Il Papa afferma che proprio ora è il momento di cambiare e di trasformare la storia del Paese: «Oggi e non domani, adesso e non in futuro». È tempo, dice, di ricostruire il mosaico dell’unità mettendo insieme le diversità e le ricchezze del Camerun e dell’intero continente, affinché possa crescere una società nella quale pace e riconciliazione non rimangano promesse continuamente rimandate.
Queste parole acquistano il loro vero significato se vengono ascoltate dentro il resto dell’omelia. Leone XIV non sta chiedendo semplicemente un’accelerazione politica e non immagina che un popolo possa uscire da anni di conflitto attraverso la sola forza della volontà. Sa che quando una situazione dolorosa dura a lungo accade qualcosa di ancora più pericoloso della sofferenza stessa: ci si abitua. La possibilità di un cambiamento sembra sempre più lontana, le persone imparano a convivere con ciò che dovrebbe invece suscitare indignazione e la rassegnazione finisce per presentarsi come realismo.
È proprio qui che il Papa introduce la Parola di Dio, riconoscendole la capacità di aprire spazi nuovi, generare trasformazione e guarigione e rimettere in movimento un cuore che aveva smesso di attendere qualcosa di diverso. Per Leone XIV la fede non offre dunque alla comunità religiosa una zona nella quale rifugiarsi mentre la storia continua indisturbata il proprio corso. La Parola entra nella storia proprio perché mette in crisi quelle abitudini attraverso le quali il male finisce per apparire normale.
Il Papa lo dice guardando agli Apostoli che, davanti al Sinedrio, rispondono: «Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini». In quella risposta Leone XIV riconosce una libertà capace di diventare coscienza critica, profezia e denuncia del male. È un passaggio di grande importanza, soprattutto se pronunciato in una terra nella quale le appartenenze politiche, le pressioni sociali e la violenza possono facilmente ridurre lo spazio della coscienza personale.
Obbedire a Dio, spiega il Papa, non significa entrare in una nuova forma di soggezione. È precisamente questa obbedienza che rende liberi, perché sottrae l’uomo alla pretesa di qualsiasi potere umano di diventare assoluto. Chi lascia che la Parola di Dio giudichi il proprio modo di pensare e di agire acquista una libertà interiore che permette di riconoscere il bene, di opporsi al male e di rifiutare la rassegnazione.
Qui l’omelia mostra forse il suo nucleo più profondo. Il cambiamento di un Paese non comincia soltanto dalle istituzioni, pur necessarie, e non dipende unicamente da accordi politici, per quanto urgenti. Ha bisogno di coscienze che non abbiano venduto la propria libertà, di uomini e donne capaci di riconoscere una misura più alta rispetto all’interesse, alla paura o alla convenienza del momento.
Per questo la parola «obbedienza» assume nel discorso del Papa un significato quasi sorprendente. Proprio l’obbedienza a Dio diventa il luogo nel quale l’uomo ritrova la propria libertà davanti agli uomini. Pietro e gli Apostoli possono resistere alle pressioni del Sinedrio perché hanno già consegnato la propria vita a una autorità più grande, e questa appartenenza li rende capaci di parlare senza lasciarsi determinare dalla minaccia.
Applicata al Camerun, questa parola diventa esigente. Una società può cambiare quando le coscienze recuperano la capacità di chiamare il bene con il suo nome e il male con il suo nome, senza attendere che sia la parte alla quale appartengono a decidere quale giudizio sia consentito formulare.
Leone XIV affronta poi una questione che merita particolare attenzione anche per la vita della Chiesa africana. Parla dell’inculturazione del Vangelo e, proprio mentre ne riafferma la necessità, invita a vigilare affinché la fede cattolica non venga confusa con credenze e tradizioni di carattere esoterico o gnostico che possono essere utilizzate anche per finalità politiche ed economiche.
È un passaggio molto netto e insieme teologicamente importante. L’inculturazione non consiste nel collocare il Vangelo accanto a qualsiasi elemento religioso presente in una cultura, lasciando che tutto possa convivere senza discernimento. Il Vangelo entra realmente dentro una cultura quando ne assume ciò che può essere accolto e nello stesso tempo la purifica da ciò che contraddice la libertà dell’uomo e la signoria di Dio.
In una terra nella quale religione, tradizioni ancestrali, potere politico e interessi economici possono talvolta intrecciarsi in forme difficili da distinguere, Leone XIV chiede una fede libera proprio perché interamente affidata a Dio. Nessuna forza occulta, nessuna promessa di potere e nessuna mediazione religiosa può occupare il posto che appartiene al Signore.
Il Papa arriva così alla sorgente dalla quale tutto il resto dell’omelia riceve unità: è Dio che libera, è la sua Parola che apre sentieri di libertà ed è il suo Spirito che rende possibile la nascita di persone nuove capaci di cambiare il Paese.
Questa affermazione impedisce di ridurre l’omelia a un discorso sociale pronunciato durante una celebrazione religiosa. Leone XIV ha parlato della corruzione, dello sfruttamento dell’Africa, della crisi delle istituzioni e della necessità di cambiare la storia del Camerun, eppure ha riportato continuamente tutto alla sorgente dalla quale il cristiano riceve la propria libertà. La trasformazione della società nasce anche attraverso le strutture e le decisioni politiche, ma una società nuova richiede uomini nuovi.
Qui si comprende anche la differenza tra la speranza cristiana e l’ottimismo. Leone XIV non ha offerto alla popolazione di Bamenda la rassicurazione che presto tutto andrà meglio e non ha nascosto la profondità delle ferite. Ha annunciato che Dio continua ad aprire possibilità nuove proprio quando l’uomo comincia a credere che nulla possa più cambiare.
Questo è forse il passaggio nel quale il titolo originario dell’articolo acquista il suo vero senso. Dire che «il Leone ha ruggito» potrebbe sembrare semplicemente un gioco sul nome del Papa, se il suo ruggito venisse identificato con la durezza della denuncia o con la forza di una presa di posizione politica. In realtà la voce che si è levata a Bamenda possedeva una forza diversa: era quella di un pastore che, davanti a un popolo ferito, rifiuta di consacrare la rassegnazione e riconduce la possibilità del cambiamento alla libertà che nasce dall’obbedienza a Dio.
L’appello «oggi e non domani» non diventa così uno slogan da trattenere dopo la visita. È una domanda rivolta a ciascuno. Quale male abbiamo finito per considerare normale? A quale ingiustizia ci siamo adattati perché dura da troppo tempo? Quale responsabilità continuiamo a rinviare immaginando che sarà qualcun altro, in un momento futuro, a compiere il primo passo?
Il Papa ha ricordato a Bamenda che la Parola di Dio non permette alla storia di diventare un destino dal quale sia impossibile uscire. Può ancora mettere il cuore in movimento, generare una coscienza libera e restituire il coraggio di costruire il bene proprio là dove il male sembrava ormai aver imposto la propria normalità.
Per questo l’omelia di oggi rimane una delle parole più forti pronunciate finora nel viaggio africano. Leone XIV ha guardato senza attenuazioni le ferite del Camerun, ha riconosciuto le responsabilità che vengono dall’interno e quelle che gravano sull’Africa dall’esterno, e ha indicato il luogo dal quale può cominciare una vera ricostruzione: uomini e donne che, obbedendo a Dio, tornino abbastanza liberi da non obbedire al male.
È il momento di cambiare.
La forza di questa frase sta proprio nel fatto che il Papa non l’ha affidata a un domani indefinito.
Ha detto: oggi.
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