don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

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BAMENDA HA ACCOLTO IL PAPA CON UNA PAROLA CHE VIENE DALLE FERITE

Cari amici, questa mattina Papa Leone XIV è entrato nella Cattedrale di San Giuseppe a Bamenda e, prima ancora che fosse lui a parlare, la comunità gli aveva già consegnato la parola più importante della giornata. È una parola che non nasce dalle analisi geopolitiche e non viene elaborata nei palazzi nei quali si tenta di trovare una soluzione al conflitto; viene dalla vita di persone che quella crisi l’hanno attraversata sulla propria pelle e che continuano, nonostante tutto, a cercare una strada sulla quale sia ancora possibile incontrarsi.

Il Papa era arrivato a Bamenda poco prima delle undici e, dopo il trasferimento dall’aeroporto, ha raggiunto la Cattedrale per l’incontro dedicato alla pace. Ad accoglierlo c’era una Chiesa che non aveva bisogno di spiegargli da lontano ciò che significa vivere dentro una terra ferita, perché le testimonianze ascoltate davanti a lui portavano già il peso di anni segnati dalla violenza, dalla paura e dalle conseguenze umane di un conflitto che ha scavato profondamente nella vita delle comunità.

Leone XIV ha scelto di partire proprio da lì. Ha riconosciuto che tutto il dolore attraversato da quella regione rende ancora più forte una certezza che appartiene alla fede cristiana: Dio non ha abbandonato il suo popolo e, dentro la sua pace, rimane possibile ricominciare. Non è una parola pronunciata per alleggerire il peso della storia, perché il Papa mostra di avere davanti agli occhi una terra segnata dal sangue e nello stesso tempo capace ancora di dare frutto.

Riprendendo il saluto dell’Arcivescovo di Bamenda, che aveva evocato il profeta Isaia e i piedi del messaggero che annuncia la pace, Leone XIV ha rovesciato l’immagine verso coloro che aveva davanti. Ha parlato dei loro piedi impolverati, capaci di continuare a camminare dentro una terra ferita e di rimanere, nonostante le prove, sulle strade del bene. È un’immagine che rende bene il tono dell’intero incontro, perché la pace non viene presentata come qualcosa che il Papa porta dall’esterno a una comunità incapace di costruirla. Leone XIV riconosce che proprio quella comunità, nel modo in cui ha resistito alla logica della divisione, sta già annunciando la pace a lui e al mondo.

Qui emerge uno degli aspetti più significativi della testimonianza di Bamenda. Il conflitto, che avrebbe potuto trasformare le differenze religiose in un ulteriore terreno di scontro, ha finito invece per avvicinare comunità cristiane e musulmane, fino alla nascita di un Movimento per la Pace attraverso il quale i leader religiosi hanno cercato di mediare tra le parti contrapposte.

Il Papa guarda a questa esperienza con una ammirazione che supera il semplice ringraziamento. Dice che vorrebbe vedere qualcosa di simile in molti altri luoghi del mondo, perché Bamenda mostra che la religione può essere sottratta alla logica con cui viene piegata agli interessi militari, economici o politici e può tornare a svolgere una funzione opposta: proteggere ciò che resta umano quando il conflitto spinge ogni parte a leggere l’altro soltanto come avversario.

In questo punto Leone XIV diventa particolarmente severo verso ogni tentativo di utilizzare il nome di Dio per giustificare interessi di potere. La fede, quando viene trascinata dentro obiettivi di dominio, viene deformata proprio nel luogo nel quale dovrebbe custodire la dignità dell’uomo. A Bamenda, invece, cristiani e musulmani hanno mostrato che è possibile cercare insieme una via che non confonda le identità religiose e non trasformi la differenza in una ragione per continuare a ferire.

Da qui il Papa porta la comunità dentro il linguaggio delle Beatitudini e la chiama luce del mondo, arrivando a rivolgersi direttamente alla città: Bamenda può diventare una città sul monte, visibile proprio perché continua a custodire una possibilità di pace in una terra nella quale sarebbe comprensibile lasciarsi dominare dalla stanchezza e dal rancore.

Non è una beatificazione ingenua della sofferenza. Leone XIV non dice che il dolore rende automaticamente migliori e non trasforma le ferite in qualcosa da contemplare con devozione. Chiede piuttosto che ciò che ha avvicinato le persone nell’ora del pianto non venga disperso quando quella stessa sofferenza comincerà, speriamo, a lasciare spazio a una vita più stabile.

È una intuizione importante. Molte comunità scoprono la solidarietà quando arriva la tragedia e rischiano poi di dimenticarla quando l’emergenza diminuisce. Il Papa invita Bamenda a conservare ciò che la prova ha insegnato, perché la memoria del dolore può diventare feconda soltanto quando impedisce di riprodurre le stesse logiche che lo hanno generato.

Dentro questa prospettiva assume un valore particolare il ringraziamento rivolto alle donne, laiche e religiose, che si prendono cura delle persone traumatizzate dalla violenza. Leone XIV riconosce un lavoro quotidiano spesso invisibile, esposto anche al pericolo e capace di accompagnare ferite che nessun accordo politico potrà cancellare rapidamente.

Qui il discorso si fa molto concreto. Il Papa ricorda che distruggere richiede talvolta un istante, mentre ricostruire può chiedere una vita intera, e mette a nudo l’assurdità di un mondo nel quale si trovano enormi risorse per armare i conflitti e molto più difficilmente si trovano quelle necessarie per guarire, educare e risollevare le persone che ne hanno subito le conseguenze.

È forse uno dei passaggi più duri della mattinata, perché Leone XIV non si limita a denunciare la guerra come male astratto. Ne mostra la logica economica e umana, dentro la quale pochi possono ricavare potere e profitto mentre una moltitudine di persone resta incaricata di ricostruire ciò che è stato devastato.

E proprio qui introduce una immagine che appartiene profondamente al linguaggio cristiano: la conversione come inversione di marcia. Se la violenza conduce in una direzione che distrugge la creazione e i rapporti umani, occorre avere il coraggio di cambiare strada e imboccare quella della fraternità.

La pace appare allora per ciò che realmente è nel discorso del Papa. Non un prodotto da fabbricare artificialmente quando le condizioni diventano favorevoli, e neppure un equilibrio ottenuto facendo tacere temporaneamente le armi. Leone XIV dice che «la pace non è da inventare: è da accogliere», e la collega immediatamente all’accoglienza dell’altro come fratello e sorella.

La forza di questa espressione sta proprio nella sua semplicità. Nessuno sceglie i propri fratelli. Essi vengono accolti dentro una relazione che precede le preferenze, e il Papa estende questa logica alla famiglia umana, ricordando che abitiamo la stessa casa e che la pace comincia quando smettiamo di comportarci come se l’esistenza dell’altro dipendesse dalla nostra approvazione.

In una terra come Bamenda, dove il conflitto ha insegnato per anni a riconoscere appartenenze, schieramenti e frontiere, parlare di fraternità significa mettere in discussione una forma mentale prima ancora che politica. Finché l’altro rimane soltanto colui dal quale difendersi o al quale attribuire la responsabilità del proprio dolore, nessun processo di riconciliazione può andare molto lontano.

Leone XIV sa bene che questa fraternità non può essere imposta attraverso un appello sentimentale. Per questo richiama la missione, citando Francesco e quella pagina dell’Evangelii gaudium nella quale ogni persona è chiamata a riconoscere che la propria vita possiede una dimensione di dono e di servizio che non può essere separata dalla propria identità.

Essere una missione significa allora lasciarsi coinvolgere nella vita dell’altro. L’infermiera, l’insegnante, il politico e ogni persona che esercita una responsabilità possono scoprire che il proprio lavoro assume una profondità diversa quando viene vissuto come modo concreto di stare con gli altri e per gli altri.

È questa la «rivoluzione silenziosa» che il Papa riconosce nella comunità di Bamenda. Non produce immagini spettacolari e non offre risultati immediati, perché cresce nel lavoro di chi cura i traumatizzati, accompagna le famiglie, media tra persone che non riescono più a parlarsi e continua a custodire legami quando sarebbe più semplice rinunciare.

Alla fine dell’incontro Leone XIV è uscito sul sagrato della Cattedrale e, insieme ai rappresentanti della comunità, ha liberato sette colombe come segno di pace. Anche questo gesto avrebbe potuto facilmente ridursi a una immagine destinata alla cronaca; dopo quanto era stato detto dentro la Cattedrale, invece, quelle colombe raccoglievano una domanda concreta.

Il Papa ha pregato perché la pace di Dio potesse realmente scendere su quella terra e mantenerne unito il popolo. La pace, dunque, non era rappresentata come qualcosa già raggiunto, perché Bamenda continua a portare una ferita aperta. Era affidata a Dio e, nello stesso tempo, alla responsabilità di uomini e donne chiamati a diventare operatori di pace.

Forse proprio qui si comprende il significato più profondo di questa mattina. Leone XIV è arrivato a Bamenda per annunciare la pace e ha trovato una comunità che, attraverso le proprie ferite, gli ha mostrato che cosa quella parola può significare quando smette di essere teoria.

La pace ha il volto di chi continua a curare, di chi accetta di parlare con l’altro, di chi impedisce alla religione di diventare un’arma, di chi conserva la fraternità scoperta nell’ora del dolore e di chi sceglie di ricostruire anche sapendo che sarà necessario molto più tempo di quello impiegato per distruggere.

Bamenda ha accolto il Papa con questa parola.

E forse il suo messaggio più forte sta proprio nel fatto che viene da una terra che avrebbe molte ragioni per non crederci più.

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