don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

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DOUALA, LASCIARE IL SEGNO DI CRISTO NELLA STORIA

Cari amici, nella grande celebrazione eucaristica di questa mattina al Japoma Stadium di Douala, Papa Leone XIV ha offerto alla Chiesa del Camerun una immagine semplice e insieme molto concreta per comprendere che cosa significhi annunciare davvero il Vangelo dentro la storia. Parlando dell’insegnamento cristiano ha ricordato che insegnare significa lasciare un segno, come l’aratro che attraversa il campo, apre la terra e prepara il solco nel quale il seme potrà essere accolto. È una immagine che non ha bisogno di essere forzata, perché dice già molto della missione: il Vangelo non passa accanto alla vita senza toccarla e non dovrebbe attraversare la coscienza lasciandola esattamente com’era prima.

Leone XIV parte dal Vangelo della moltiplicazione dei pani, proclamato davanti alla grande folla raccolta nello stadio, e si ferma anzitutto sulla sproporzione tra la moltitudine affamata e ciò che sembra disponibile per rispondere al bisogno. Gesù guarda quella gente e coinvolge i discepoli, costringendoli a non considerare la fame come un problema esterno alla loro responsabilità. Anche il Papa riprende questa domanda e la lascia entrare dentro la vita concreta delle famiglie, della Chiesa e di coloro che hanno responsabilità pubbliche, perché davanti alla fragilità e alla povertà diventa troppo facile immaginare che debba sempre essere qualcun altro a intervenire.

Il segno evangelico mostra invece che Gesù parte da ciò che c’è, anche quando appare insufficiente. Il pane viene preso, benedetto e condiviso, e proprio dentro questa disponibilità a consegnare ciò che si possiede diventa possibile qualcosa che supera la misura iniziale. Celebrata a Douala, una città nella quale sviluppo economico e povertà convivono spesso a poca distanza, questa pagina evangelica acquista inevitabilmente una forza particolare, perché ricorda che la crescita di una società non può essere valutata soltanto attraverso ciò che produce quando una parte della popolazione continua a rimanere ai margini dei suoi benefici.

Il Papa non trasforma però il Vangelo in un discorso economico e non riduce la condivisione ad una semplice questione di distribuzione materiale. Il pane moltiplicato diventa il segno di una logica più profonda, nella quale ciò che abbiamo ricevuto trova il proprio compimento quando diventa dono. È dentro questa prospettiva che Leone XIV parla della solidarietà, del perdono, della giustizia e della pace come realtà capaci di nutrire una umanità che conosce molte forme di fame, alcune immediatamente visibili e altre più difficili da riconoscere.

La celebrazione eucaristica porta poi questa riflessione ancora più in profondità, perché il pane condiviso nel Vangelo conduce al Pane che è Cristo stesso. La Chiesa non viene semplicemente invitata a compiere opere buone dopo aver ascoltato una parola edificante; riceve nell’Eucaristia Colui che la rende capace di vivere ciò che le viene chiesto. Per questo la liturgia non può essere separata dalla vita concreta e la comunione sacramentale non può essere custodita dentro una esperienza religiosa chiusa in sé stessa, come se il Corpo di Cristo riconosciuto sull’altare non avesse nulla da dire sul modo in cui guardiamo il corpo ferito, povero o escluso dell’altro.

È qui che il discorso del Papa comincia a toccare direttamente la storia. Leone XIV richiama la testimonianza degli Apostoli, che continuano ad annunciare Cristo anche quando vengono minacciati, e riconosce in quella libertà una forma di presenza cristiana capace di lasciare realmente un segno. Il Vangelo diventa infatti visibile quando entra nelle scelte, modifica il modo di usare il potere, rende più difficile accettare la corruzione come qualcosa di inevitabile e impedisce alla coscienza di adattarsi progressivamente a ciò che contraddice la dignità dell’uomo.

Per questo il Papa si rivolge con particolare intensità ai giovani e chiede loro di diventare essi stessi una buona notizia per il proprio Paese. Non basta conoscere il Vangelo e non basta ripeterne le parole; occorre permettere che esso prenda forma in un modo di vivere capace di resistere alla pressione dell’interesse, della paura e della convenienza. Una fede che resta confinata dentro il linguaggio religioso rischia di diventare irrilevante, mentre una fede capace di formare la coscienza può entrare nella storia senza bisogno di occupare la scena.

In questo contesto ritorna anche il tema della superstizione, già affrontato dal Papa a Bamenda quando aveva parlato dell’inculturazione e della necessità di discernere ciò che può essere assunto dalla fede e ciò che invece la confonde con credenze esoteriche o forme di dipendenza religiosa. Leone XIV insiste ancora sulla libertà che nasce dall’appartenenza a Cristo, perché una coscienza veramente cristiana non può essere governata dalla paura di forze oscure e non può consegnarsi a pratiche che promettono protezione, successo o potere sostituendo lentamente la fiducia in Dio.

Lo stesso vale per la corruzione, altro filo che attraversa con continuità questi giorni camerunensi. Il Papa ne aveva parlato davanti alle Autorità e vi era tornato a Bamenda; ora la questione entra dentro l’omelia e raggiunge direttamente la responsabilità dei credenti. Le leggi sono necessarie e le istituzioni hanno un compito decisivo, ma nessuna riforma può durare se le coscienze continuano a cercare scorciatoie, favori e vantaggi personali ogni volta che si presenta l’occasione. Una società cambia davvero quando cambia anche il modo in cui le persone decidono di stare dentro le proprie responsabilità quotidiane.

È proprio qui che l’immagine dell’aratro acquista tutto il suo peso. Un solco non trasforma immediatamente il campo e non produce da solo il raccolto; apre però la terra e prepara uno spazio nel quale qualcosa potrà crescere. Anche il Vangelo lavora così quando viene accolto con serietà: entra lentamente dentro il modo di pensare, di lavorare, di amministrare, di educare i figli, di esercitare il potere e di guardare chi rimane indietro. Lasciare il segno di Cristo nella storia significa permettere che questo processo diventi visibile senza cercare effetti spettacolari.

Il Papa indica poi ai giovani la figura del Beato Floribert Bwana Chui, il giovane congolese ucciso dopo essersi rifiutato di accettare una tangente che avrebbe permesso l’ingresso di prodotti alimentari avariati. In quella vicenda la fede appare nella sua forma più concreta, perché la decisione di non cedere alla corruzione non nasce da una teoria generale sulla giustizia e tocca direttamente la responsabilità personale davanti alla vita degli altri. Floribert avrebbe potuto scegliere la convenienza, proteggere sé stesso e adattarsi a un sistema già corrotto; ha scelto invece di rimanere fedele alla propria coscienza, pagando un prezzo altissimo.

È questo tipo di testimonianza che permette di comprendere che cosa Leone XIV intenda quando parla di lasciare un segno. Il cristiano non cambia la storia perché pronuncia parole più forti degli altri, né perché occupa spazi di potere in nome della fede. La cambia quando permette a Cristo di entrare nelle proprie decisioni fino al punto da modificare ciò che avrebbe fatto senza di Lui.

L’omelia di Douala lega così in modo molto stretto Eucaristia e responsabilità. Il Pane ricevuto diventa forza per condividere, per discernere e per restare liberi quando la pressione dell’ambiente spinge verso compromessi che sembrano ormai normali. La Chiesa viene nutrita da Cristo perché possa vivere dentro la storia senza confondersi con essa e senza abbandonarla al proprio corso.

Forse è questo il messaggio più importante della celebrazione di oggi. Leone XIV non ha chiesto alla Chiesa del Camerun di diventare più rumorosa, né di moltiplicare le proprie dichiarazioni pubbliche. Le ha ricordato qualcosa di molto più impegnativo: il Vangelo deve lasciare tracce riconoscibili nella vita degli uomini.

Tracce che non hanno necessariamente la forma delle grandi imprese e che spesso cominciano dentro scelte piccole, quasi invisibili, nelle quali una persona decide di non vendere la propria coscienza, di non approfittare della debolezza altrui, di non rimanere indifferente davanti alla fame e di non considerare inevitabile ciò che continua a ferire la società.

È in questo modo che il solco viene aperto. Il raccolto verrà dopo, e forse non sarà nemmeno colui che ha tracciato il primo segno a poterlo vedere pienamente. La responsabilità del cristiano rimane quella di lasciare nella terra della storia un segno abbastanza vero perché il seme di Cristo possa ancora germogliare.

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