don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

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Calendario liturgico

DOUALA, IL SEGNO DI CRISTO TOCCA LE FERITE

Cari amici, dopo la grande celebrazione eucaristica al Japoma Stadium, Papa Leone XIV ha lasciato la folla e si è diretto verso un luogo nel quale il volto dell’uomo appare con una fragilità diversa. Intorno alle tredici ha raggiunto l’Ospedale cattolico Saint Paul di Douala, dove è stato accolto dalla direttrice della struttura per una visita privata, senza un discorso pubblico e senza quella cornice solenne che aveva accompagnato la Messa del mattino.

È proprio questa discrezione a rendere il passaggio particolarmente significativo, perché poche ore prima Leone XIV aveva parlato di un Vangelo capace di lasciare il proprio segno dentro la storia, come l’aratro che apre il solco nella terra e prepara uno spazio nel quale qualcosa possa germogliare. Ora quel segno entra in un ospedale, dove la storia assume il volto concreto di persone malate, famiglie preoccupate, medici, infermieri, religiose e operatori che ogni giorno incontrano il limite dell’uomo senza poterlo trasformare in una semplice categoria.

La sequenza della giornata possiede quasi una naturale continuità. Al mattino il Papa aveva celebrato il Pane spezzato davanti a una moltitudine e aveva ricordato che la fede non può attraversare la vita senza modificare il modo in cui guardiamo la fame, la povertà e la responsabilità verso l’altro. Poco dopo entra in un luogo nel quale quella stessa responsabilità viene esercitata attraverso il prendersi cura di chi non può più confidare soltanto nelle proprie forze.

Non c’è bisogno di costruire un collegamento artificiale tra le due scene, perché appartengono alla stessa logica cristiana. L’Eucaristia non viene celebrata per sottrarre la Chiesa alla fragilità dell’uomo e la conduce invece ancora più profondamente dentro di essa, ricordando che il Corpo di Cristo riconosciuto sull’altare educa a riconoscere la dignità del corpo ferito, malato e dipendente che incontriamo nella vita.

Dentro un ospedale questa verità diventa immediatamente concreta. La malattia ridimensiona molte sicurezze, modifica i rapporti, costringe una persona ad accettare di avere bisogno degli altri e mette alla prova anche coloro che accompagnano. È uno dei luoghi nei quali l’illusione dell’autosufficienza si incrina più facilmente e dove emerge con particolare evidenza che la dignità dell’uomo non può dipendere dalla forza, dall’efficienza o dalla capacità di produrre.

La presenza della Chiesa nella sanità nasce anche da questa convinzione. Una persona non vale meno quando il suo corpo diventa fragile, quando perde autonomia o quando la guarigione non è più possibile. La cura cristiana non coincide soltanto con il tentativo di restituire la salute, perché rimane significativa anche quando la medicina non riesce a guarire e può ancora accompagnare, alleviare il dolore, custodire la dignità e impedire che qualcuno venga lasciato solo proprio nel momento in cui la sua fragilità diventa più evidente.

Forse è anche per questo che Leone XIV ha scelto di inserire nel programma una visita privata. Non tutto ciò che conta in un viaggio apostolico ha bisogno di un discorso, e talvolta la presenza diventa già una parola sufficiente. Entrare in un ospedale significa riconoscere che la vita di una comunità non si svolge soltanto nelle piazze, negli stadi e nei luoghi nei quali si prendono decisioni pubbliche; passa anche attraverso le stanze nelle quali una famiglia aspetta una diagnosi, una madre accompagna un figlio, un anziano affronta il proprio limite e qualcuno continua a servire anche quando il proprio lavoro rimane invisibile.

L’Ospedale Saint Paul appartiene a quella rete di opere attraverso le quali la Chiesa camerunense accompagna concretamente la popolazione. Sarebbe riduttivo considerare queste strutture come una semplice attività sociale posta accanto all’evangelizzazione, perché esse mostrano una delle forme attraverso cui il Vangelo prende corpo quando incontra la fragilità dell’uomo. La cura non sostituisce l’annuncio cristiano e l’annuncio perderebbe qualcosa della propria credibilità se non generasse una reale disponibilità a prendersi cura.

La visita del Papa permette allora di rileggere anche quanto aveva detto poco prima nello stadio. Lasciare il segno di Cristo nella storia non significa imprimere un marchio confessionale sulle istituzioni e neppure cercare visibilità per la Chiesa. Significa permettere che la logica di Cristo modifichi il modo in cui l’uomo viene guardato, soprattutto quando non possiede nulla con cui rendersi interessante agli occhi del mondo.

Un malato, in questo senso, pone alla società una domanda radicale. Se il valore della persona dipendesse dall’efficienza, dalla capacità produttiva o dalla piena autonomia, la fragilità potrebbe facilmente essere interpretata come una diminuzione del valore stesso della vita. La fede cristiana introduce invece un criterio diverso, perché riconosce nella persona una dignità che viene prima della salute e rimane anche quando il corpo non risponde più come prima.

È questa convinzione che permette alla cura di non trasformarsi in semplice prestazione. Naturalmente una struttura sanitaria deve essere competente, organizzata e capace di offrire trattamenti adeguati, perché la buona intenzione non sostituisce la medicina e la carità non giustifica l’improvvisazione. Proprio la visione cristiana della persona chiede serietà professionale, perché servire l’uomo significa prendere sul serio anche la qualità concreta della cura che gli viene offerta.

Accanto a questa competenza rimane però qualcosa che nessun protocollo sanitario può garantire da solo: la capacità di vedere la persona oltre la malattia. Un letto d’ospedale può facilmente ridurre qualcuno a un numero, a una diagnosi o a una cartella clinica, mentre la cura autentica continua a riconoscere una storia, delle relazioni, una paura, una speranza e quella interiorità che nessun esame diagnostico potrà mai misurare.

La visita di Leone XIV entra proprio dentro questo spazio umano. Non sappiamo tutto ciò che il Papa abbia detto nelle stanze dell’ospedale e, trattandosi di un incontro privato, è giusto non riempire il silenzio con ricostruzioni che non possediamo. Sappiamo però che ha voluto esserci, inserendo questo luogo dentro una giornata già molto intensa e scegliendo di dedicare una parte del proprio tempo a chi non poteva essere presente nello stadio.

Questo gesto possiede una sua precisione pastorale. La grande folla rende visibile la forza di una Chiesa numerosa e viva; l’ospedale ricorda che nessuna moltitudine può far dimenticare il singolo. La missione cristiana perde qualcosa di essenziale quando riesce a parlare a migliaia di persone e non sa più fermarsi davanti a una sola vita ferita.

Il Papa, oggi, compie entrambi i gesti. Celebra con una folla e poi entra in un ospedale. La continuità tra queste due scene dice qualcosa di molto semplice e molto serio sulla Chiesa. L’uomo che riceve Cristo nell’Eucaristia viene educato a riconoscere che la prossimità al Signore non lo allontana dalle ferite del mondo, perché lo rende più responsabile davanti ad esse.

Anche il viaggio africano di Leone XIV sta mostrando questo andamento. Il Papa ha parlato alle autorità della corruzione e della responsabilità politica, è entrato nella ferita di Bamenda, ha incontrato bambini e comunità segnate dalla violenza, e ora raggiunge un luogo nel quale il dolore non assume necessariamente la forma della guerra o dell’ingiustizia sociale e passa attraverso la malattia, la debolezza e il bisogno di essere accompagnati.

Sono ferite diverse, eppure chiedono tutte la stessa cosa alla Chiesa: non guardarle da lontano. Nel Vangelo, Cristo non salva l’uomo mantenendo una distanza protetta dalla sua fragilità. Entra nella condizione umana, tocca i malati, si lascia avvicinare da chi soffre e rende la propria presenza inseparabile dalla compassione. Ogni istituzione cristiana dedicata alla cura trova qui la propria misura più profonda, perché la sua identità non dipende soltanto dal nome che porta e dal soggetto ecclesiale che la gestisce, quanto dal modo in cui la persona fragile viene realmente accolta.

La visita di oggi non aggiunge quindi un nuovo grande discorso al viaggio. Aggiunge un gesto, e proprio dopo l’omelia sul segno che Cristo deve lasciare nella storia, questo gesto aiuta a capire che quel segno diventa vero quando raggiunge anche le ferite che la società vede con maggiore difficoltà.

A Douala il Papa ha celebrato l’Eucaristia davanti a una moltitudine e, poche ore dopo, ha attraversato le stanze di un ospedale. Forse il Vangelo lascia il suo solco anche così: quando una Chiesa sa passare dall’altare al letto del malato senza percepire alcuna distanza tra i due.

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