don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico

I GIOVANI CERCANO UNA PAROLA CHE ORIENTI

Cari amici, prima ancora che Papa Leone XIV prendesse la parola all’Università Cattolica dell’Africa Centrale, l’incontro di Yaoundé aveva già fatto emergere qualcosa che merita di essere ascoltato con attenzione. Il programma prevedeva il saluto del rettore e alcune testimonianze prima del discorso del Santo Padre, e proprio da quelle voci è venuto un ritratto molto concreto di una gioventù africana che studia, porta con sé desideri grandi e avverte nello stesso tempo quanto sia difficile costruire il proprio futuro senza perdere un orientamento capace di dare unità alle scelte.

Il rettore ha presentato l’Università Cattolica dell’Africa Centrale come una realtà che appartiene pienamente alla missione della Chiesa e che, attraverso la formazione, prepara persone destinate ad assumere responsabilità nella società, nelle istituzioni e nella stessa comunità ecclesiale. È un punto importante, perché un ateneo cattolico non aggiunge semplicemente un segno religioso a un percorso accademico già compiuto altrove; porta con sé la convinzione che il sapere raggiunga la sua maturità quando forma insieme l’intelligenza e la coscienza.

Dentro questa prospettiva è emerso anche il riferimento alla tradizione agostiniana dell’università, con l’insistenza sul rapporto tra ordine interiore e costruzione della vita comune. Non basta possedere strumenti più raffinati per rendere una società migliore se chi li utilizza non ha maturato un criterio con cui giudicare il bene, la giustizia e la responsabilità. Il problema non riguarda soltanto la qualità delle istituzioni, perché ogni istituzione finisce inevitabilmente per riflettere qualcosa della qualità morale delle persone che la abitano.

Le testimonianze degli studenti hanno reso questa riflessione meno teorica. Dietro ogni percorso universitario ci sono famiglie che sostengono sacrifici, giovani che hanno attraversato difficoltà economiche e persone per le quali studiare non rappresenta una possibilità scontata. Anche per questo la formazione viene percepita come qualcosa di più di uno strumento per raggiungere una professione: diventa una possibilità concreta per costruire una vita diversa e assumere un posto responsabile nella società.

Uno dei passaggi più significativi dell’incontro è stato proprio il desiderio espresso dagli studenti di non diventare soltanto professionisti competenti. La richiesta va più in profondità e riguarda il tipo di uomini e donne che desiderano diventare. Qui si comprende bene la differenza tra una università che produce capacità tecniche e una università che educa realmente, perché si possono possedere competenze elevate e continuare ad usare il proprio sapere secondo la logica dell’interesse, della corruzione o del vantaggio personale.

Le richieste concrete non sono mancate. Gli studenti hanno parlato del bisogno di sostegno economico, di borse di studio e di strutture adeguate alla crescita dell’ateneo, mostrando con molta semplicità che la formazione necessita anche di condizioni materiali che la rendano possibile. Sarebbe ingenuo spiritualizzare questi problemi, come se il desiderio di studiare potesse sostituire indefinitamente aule, risorse e strumenti.

Proprio accanto a queste necessità, però, è emersa una domanda che cambia il tono dell’intero incontro. I giovani non hanno chiesto al Papa soltanto aiuti o riconoscimenti; hanno manifestato il desiderio di ricevere una parola capace di orientare le scelte e di sostenere la fede dentro un tempo nel quale le possibilità aumentano mentre diventa più difficile comprendere verso quale direzione valga la pena andare.

Questa domanda assume un peso particolare quando la si ascolta insieme alle preoccupazioni espresse dagli studenti sulla condizione della loro generazione. Sono state ricordate la criminalità informatica, l’influenza dei social network, la progressiva secolarizzazione, la perdita della fede e la tentazione di cercare altrove un futuro che sembra impossibile costruire nella propria terra. Dietro problemi molto diversi compare la stessa fragilità: avere davanti molte strade e non possedere più un criterio abbastanza solido per scegliere quale percorrere.

La crisi giovanile non può essere letta soltanto attraverso l’occupazione o le opportunità professionali. Questi aspetti rimangono decisivi e sarebbe irresponsabile minimizzarli, soprattutto in un continente nel quale tanti giovani vedono nell’emigrazione l’unica possibilità per realizzare le proprie capacità. Rimane però una domanda ulteriore, che riguarda il senso della vita e la capacità di abitare il proprio tempo senza lasciarsi semplicemente trascinare dalle possibilità che esso offre.

Una persona può essere molto connessa e sentirsi profondamente sola, può disporre di una quantità enorme di informazioni e non sapere che cosa meriti veramente di essere conosciuto, può ottenere una formazione professionale eccellente e non avere ancora trovato un criterio per decidere che uso fare delle proprie competenze. È dentro questa distanza tra possibilità e orientamento che la domanda rivolta al Papa acquista tutta la sua serietà.

A Yaoundé i giovani non sembrano attendere da Leone XIV una soluzione pronta per ogni problema. Gli chiedono qualcosa che appartiene propriamente al ministero di Pietro: aiutarli a guardare la propria vita dalla luce del Vangelo, confermare una fede che rischia di diventare marginale e ricordare che la libertà non coincide con la semplice moltiplicazione delle possibilità quando manca una verità capace di orientarle.

Questo rende particolarmente significativo il luogo nel quale l’incontro avviene. L’Università Cattolica dell’Africa Centrale, fondata nel 1989 dall’Associazione delle Conferenze Episcopali dell’Africa Centrale, viene indicata dallo stesso Leone XIV come un luogo di ricerca e formazione chiamato a essere un faro al servizio della Chiesa e dell’Africa. Una immagine del genere non attribuisce all’università il compito di fornire risposte prefabbricate, quanto quello di mantenere aperta la ricerca della verità affinché il sapere possa diventare realmente servizio.

Il futuro dell’Africa passerà certamente attraverso università capaci di formare professionisti competenti, ricercatori e persone in grado di assumere responsabilità nei diversi settori della società. Passerà però anche attraverso la qualità morale delle coscienze che quelle stesse università contribuiranno a formare. Una competenza senza rettitudine può rendere più efficiente anche l’ingiustizia, e un sapere privo di un criterio umano può diventare facilmente strumento di potere.

Forse proprio questo è il punto nel quale le testimonianze ascoltate prima del discorso del Papa raggiungono una dimensione che supera la vita dell’ateneo. La domanda dei giovani non riguarda soltanto il modo in cui ottenere un futuro migliore, perché riguarda anche quale futuro valga la pena costruire e quale tipo di persona occorra diventare per non perdere sé stessi mentre lo si cerca.

È una domanda che tocca profondamente anche la Chiesa. Davanti a una generazione che conosce possibilità impensabili fino a pochi decenni fa, non basta ripetere formule già pronte o limitarsi a denunciare i rischi del presente. Occorre accompagnare le persone nella formazione di una coscienza capace di distinguere, scegliere e assumere responsabilmente le conseguenze delle proprie decisioni.

In questo senso, l’incontro di Yaoundé ha già detto molto prima ancora che Leone XIV pronunciasse il suo discorso. Gli studenti hanno mostrato di conoscere bene le difficoltà concrete del proprio percorso e di non volersi fermare ad esse. Hanno lasciato emergere una domanda di senso che riguarda il rapporto tra fede, futuro e responsabilità personale.

La giovinezza africana che abbiamo ascoltato oggi non sembra chiedere soltanto strumenti per avanzare più velocemente. Chiede di comprendere dove stia andando e quale criterio possa impedire che il progresso diventi semplicemente movimento senza direzione.

È una domanda molto seria, ed è precisamente la domanda alla quale un Papa, entrando in una università cattolica, è chiamato a rispondere.

Rispondi

Scopri di più da Due palmi sopra il cuore

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere