don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico

Quinta catechesi per una lettura autentica che salva la Chiesa da due caricature.

Cari amici, dopo aver contemplato la Chiesa come Popolo di Dio, Papa Leone XIV oggi affronta un tema che, puntualmente, provoca reazioni opposte e spesso scomposte: la dimensione gerarchica della Chiesa. C’è chi, appena sente parlare di gerarchia, pensa a un apparato di potere da ridimensionare, come se la forma visibile della Chiesa fosse un ostacolo al Vangelo. C’è chi, all’opposto, teme ogni accenno a comunione e collegialità, come se fosse un modo per indebolire il primato e trasformare la Chiesa in un organismo politico. Il Papa non entra nelle tifoserie. Riporta la questione al fondamento: gli Apostoli, la successione, la missione, la santificazione del Popolo di Dio.

Il Santo Padre apre con parole molto nette: «La Chiesa cattolica trova il suo fondamento negli Apostoli, voluti da Cristo come colonne vive del suo Corpo mistico, e possiede una dimensione gerarchica che opera a servizio dell’unità, della missione e della santificazione di tutte le membra». Gerarchia, dunque, non come dominio, ma come servizio a tre fini: unità, missione, santificazione. È già un criterio decisivo per smascherare l’idea, diffusa, che gerarchia significhi automaticamente clericalismo.

Poi, radica subito questo ordine nella Scrittura e nella Tradizione: l’Ordine sacro è «permanentemente fondato sugli Apostoli» (cfr Ef 2,20; Ap 21,14), testimoni della Risurrezione e inviati in missione dal Signore. La ragione è semplice e potente: gli Apostoli devono «custodire fedelmente l’insegnamento salvifico del Maestro», e per questo trasmettono il loro ministero ai successori, «fino al ritorno di Cristo» (CCC 857). Qui si comprende perché la successione apostolica non è un optional: è la forma storica della fedeltà alla missione di Cristo.

Papa Leone indica poi il luogo conciliare in cui questa dottrina viene approfondita: il capitolo III di Lumen gentium, “La costituzione gerarchica della Chiesa e in particolare dell’episcopato”. E precisa un punto cruciale: la struttura gerarchica «non è una costruzione umana, funzionale all’organizzazione interna della Chiesa come corpo sociale», ma «una divina istituzione volta a perpetuare la missione data da Cristo agli Apostoli fino alla fine dei tempi». È una distinzione che oggi vale quanto un esorcismo contro certe categorie moderne applicate alla Chiesa: qui non si parla di governance, si parla di istituzione divina.

A questo punto affronta un equivoco che spesso viene utilizzato in modo ideologico: il fatto che la gerarchia venga trattata dopo il Popolo di Dio. Qualcuno deduce che la gerarchia sia un elemento “aggiunto” e successivo. Il Papa lo esclude con chiarezza, citando Ad gentes: «gli Apostoli furono simultaneamente il seme del nuovo Israele e l’origine della sacra gerarchia» (n. 5). Simultaneamente. Popolo e gerarchia nascono insieme, nella Pasqua di Cristo e nella missione apostolica, come mezzo di salvezza per il mondo. Qui cade la lettura “assembleare” che vorrebbe una Chiesa prima popolare e poi istituzionale. Qui cade anche la lettura “clericale” che dimentica che la gerarchia esiste per il popolo e per la salvezza.

Per cogliere l’intenzione del Concilio, dice papa Leone, bisogna leggere bene il titolo del capitolo III, senza applicare categorie moderne al termine “costituzione”. I Padri conciliari non volevano presentare “elementi istituzionali” nel senso politico contemporaneo. Il testo si concentra invece sul «sacerdozio ministeriale o gerarchico», e qui richiama uno dei passaggi più importanti di tutto il documento: il sacerdozio ministeriale differisce «essenzialmente e non solo di grado» dal sacerdozio comune dei fedeli, e tuttavia sono «ordinati l’uno all’altro, poiché l’uno e l’altro, ognuno a suo proprio modo, partecipano dell’unico sacerdozio di Cristo» (LG 10). Questa frase è una bussola: differenza essenziale, quindi nessun appiattimento; ordinazione reciproca, quindi nessuna contrapposizione. È il contrario tanto dell’egualitarismo ecclesiale quanto del clericalismo che assorbe tutto in sé.

Poi prosegue mostrando che Lumen gentium tratta del ministero trasmesso a uomini investiti di “sacra potestas” (LG 18), e che si articola nei tre gradi dell’unico sacramento dell’Ordine: episcopato, presbiterato, diaconato. E chiarisce il senso dell’aggettivo “gerarchica”: indica l’origine sacra del ministero apostolico nell’azione di Gesù, Buon Pastore, e i rapporti interni di tale ministero. Non è una parola per imporre distanza, è una parola per ricordare la fonte e il fine.

Papa Leone insiste poi su un elemento che aiuta a leggere correttamente anche la collegialità: i vescovi, e attraverso di loro presbiteri e diaconi, ricevono i munera, compiti di servizio «a tutti coloro che appartengono al Popolo di Dio», affinché «tendano liberamente e ordinatamente allo stesso fine e arrivino alla salvezza» (LG 18). Qui si comprende la vera logica ecclesiale: la gerarchia serve la libertà ordinata del cammino verso Dio. Non schiaccia, non disperde, orienta.

A questo punto riprende un passaggio conciliare di grande bellezza, spesso ignorato da chi riduce tutto a battaglia di potere: l’ufficio dei pastori «è un vero servizio», chiamato nella Scrittura “diakonia”, cioè ministero (LG 24). Qui la gerarchia mostra la sua forma evangelica: non si regge sulla distanza, si regge sul dono. Collega poi questa visione a Paolo VI, che ha definito la gerarchia come realtà «nata dalla carità di Cristo, per compiere, diffondere e garantire la trasmissione intatta e feconda del tesoro di fede, di esempi, di precetti, di carismi, lasciato da Cristo alla sua Chiesa». È una definizione splendida: la gerarchia nasce dalla carità di Cristo e serve la trasmissione intatta e feconda della fede.

Questa catechesi, letta bene, corregge due caricature che oggi fanno danno. Corregge la caricatura anti-istituzionale, che oppone Vangelo e gerarchia, perché mostra che la gerarchia è istituzione divina per custodire l’insegnamento salvifico e santificare il Popolo di Dio. Corregge la caricatura rigida e sospettosa, che teme ogni linguaggio di comunione, perché mostra che il carattere collegiale e comunionale dell’episcopato è una forma di servizio, diakonia, non una politica interna.

Leone XIV chiude con una richiesta che è anche un esame di coscienza per tutta la Chiesa: «preghiamo il Signore, affinché mandi alla sua Chiesa ministri che siano ardenti di carità evangelica, dediti al bene di tutti i battezzati e coraggiosi missionari in ogni parte del mondo». È la conclusione più vera. La gerarchia, quando è fedele al suo fondamento apostolico, non produce aristocrazia. Produce santità, unità, missione. E questo, oggi, è ciò di cui abbiamo più bisogno.

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