Quarta catechesi per una lettura autentica che guarisce confusioni e polemiche
Cari amici, se c’è un punto di Lumen gentium che continua a essere tirato come una corda, è proprio il capitolo sul Popolo di Dio. Da un lato lo troviamo usato da chi, in nome della sinodalità, tende a leggere la Chiesa soprattutto come assemblea e processo, fino a far sembrare che il consenso possa diventare un criterio per ridefinire la fede. Dall’altro lato lo troviamo guardato con sospetto da chi teme che l’espressione “Popolo di Dio” apra la strada a un egualitarismo ecclesiale, capace di confondere il sacerdozio comune con quello ministeriale e di indebolire, nei fatti, l’autorità dei pastori e il primato. Papa Leone XIV, in questa quarta catechesi, fa ciò che serve: non entra nel gioco degli slogan, rimette tutto dentro la struttura cattolica reale. Popolo di Dio significa partecipazione al mistero di Cristo, attraverso i sacramenti, nella comunione della Chiesa, custodita dal Magistero, feconda di carismi, ordinata alla missione.
Il Papa riparte da una definizione conciliare forte e spesso dimenticata: il popolo di Dio è “popolo messianico” (LG 9). Questo popolo riceve da Cristo la partecipazione alla sua opera “sacerdotale, profetica e regale”. Qui il punto è chiaro: l’identità del popolo cristiano non è una somma di rivendicazioni, è una partecipazione alla missione salvifica di Cristo. È Cristo che dona, è Cristo che configura, è Cristo che invia.
Poi lega immediatamente questa partecipazione al fondamento sacramentale. Ricorda che il Signore Gesù, mediante la nuova ed eterna Alleanza, ha costituito i discepoli in un «sacerdozio regale» (1Pt 2,9), e spiega che questo sacerdozio comune viene donato col Battesimo. Il Papa lo dice in modo preciso, citando il Concilio: il Battesimo ci abilita a rendere culto a Dio in spirito e verità e a «professare pubblicamente la fede ricevuta da Dio mediante la Chiesa» (LG 11). È una frase che vale come antidoto a due errori: non esiste una fede privata e autosufficiente, perché la fede è ricevuta “mediante la Chiesa”; non esiste un Popolo di Dio come folla indistinta, perché la sua identità nasce da un sacramento che configura a Cristo.
Richiama la Confermazione e cita ancora Lumen gentium con parole che dovrebbero essere stampate e affisse dove serve: tutti i battezzati, con la Cresima, «vengono vincolati più perfettamente alla Chiesa, sono arricchiti di una speciale forza dallo Spirito Santo e in questo modo sono più strettamente obbligati a diffondere e a difendere la fede con la parola e con l’opera, come veri testimoni di Cristo» (LG 11). Qui cade un equivoco frequente: la partecipazione non è un potere, è una responsabilità. Non è un diritto di ridisegnare la dottrina, è un obbligo di testimoniare Cristo.
Il Papa inserisce poi una frase che per noi è importante, perché tiene insieme ciò che spesso viene separato: «Questa consacrazione sta alla radice della comune missione che unisce i ministri ordinati e i fedeli laici». Unisce, non confonde. C’è una radice comune battesimale e una missione condivisa; esiste anche una struttura organica della Chiesa, con ministeri ordinati e compiti distinti. Questa catechesi, già nel suo ritmo, impedisce sia la riduzione “democratica” sia la riduzione “clericale”.
In proposito, cita Papa Francesco con un passaggio che va letto bene, senza usarlo come clava contro qualcuno: «Guardare al popolo di Dio è ricordare che tutti facciamo il nostro ingresso nella Chiesa come laici. Il primo Sacramento, quello che suggella per sempre la nostra identità… è il Battesimo… con l’unzione dello Spirito Santo… “vengono consacrati per formare un tempio spirituale e un sacerdozio santo” (LG 10), sicché tutti noi formiamo il santo Popolo fedele di Dio» (Lettera al Presidente della Pontificia Commissione per l’America Latina, 19 marzo 2016). Qui non c’è un attacco al sacerdozio ministeriale. C’è la restituzione della dignità battesimale, che è la radice di ogni missione, anche di chi poi riceverà l’Ordine sacro.
Passa poi all’esercizio del sacerdozio regale e lo colloca dove deve stare: “anzitutto partecipando all’offerta dell’Eucaristia”. Non è un dettaglio. Il Popolo di Dio vive di altare e di vita, non di rivendicazioni. Leone XIV ricorda che mediante preghiera, ascesi e carità operosa si testimonia una vita rinnovata dalla grazia. E riassume con la sintesi conciliare: «l’indole sacra e la struttura organica della comunità sacerdotale vengono attuate per mezzo dei sacramenti e delle virtù» (LG 11). Sacramenti e virtù, non slogan e opposizioni.
Arriviamo al punto più frainteso del capitolo II: la missione profetica e il “senso della fede”. Qui Leone XIV si muove con cautela e precisione, perché sa che su queste parole si costruiscono spesso equivoci. Introduce il sensus fidei e ricorda che la Commissione Dottrinale del Concilio lo definiva come una facoltà “di tutta la Chiesa”, grazie alla quale essa riconosce la rivelazione tramandata, distingue tra vero e falso nelle questioni di fede, approfondisce e applica nella vita. Poi precisa la frase che taglia le interpretazioni individualistiche: «Il senso della fede appartiene dunque ai singoli fedeli non a titolo proprio, ma quali membra del popolo di Dio nel suo insieme». Quindi non è il “sentire personale” elevato a criterio. È la Chiesa nel suo insieme, unta dallo Spirito, che non può sbagliare nel credere.
Il Santo Padre collega questo aspetto all’infallibilità della Chiesa e, “servendola”, a quella del Romano Pontefice. Qui cita Lumen gentium 12 in modo integrale e chiarissimo: «La totalità dei fedeli, che hanno ricevuto l’unzione dal Santo… non può sbagliarsi nel credere e manifesta questa sua proprietà particolare mediante il senso soprannaturale della fede di tutto il popolo, quando dai vescovi fino agli ultimi fedeli laici esprime l’universale suo consenso in materia di fede e di morale» (LG 12). È importante notare l’ordine: “dai vescovi fino agli ultimi fedeli laici”. Non si parla di popolo contro i pastori. Si parla di una comunione organica in cui il consenso nella fede è un segno dell’unzione dello Spirito.
Poi lo spiega con parole che tolgono ossigeno ai due estremi: la Chiesa, come comunione dei fedeli che include ovviamente i pastori, “non può errare nella fede”; l’organo di questa proprietà è il soprannaturale senso della fede che “si manifesta nel consenso dei fedeli”; e soprattutto: «Da questa unità, che il Magistero ecclesiale custodisce…». Custodisce, non subisce. Custodisce, non inventa. Qui si capisce come si debba intendere l’attività dei fedeli: ciascun battezzato è soggetto attivo di evangelizzazione, chiamato a testimonianza coerente secondo il dono profetico che il Signore infonde alla sua Chiesa. Attività vera, responsabilità vera, dentro l’unità della fede custodita.
Il Papa conclude ricordando la vitalità carismatica: lo Spirito, dice Lumen gentium, dispensa “tra i fedeli di ogni ordine” grazie speciali per il rinnovamento e l’espansione della Chiesa (LG 12). Leone XIV cita esempi concreti: la vita consacrata che germoglia e fiorisce, le forme associative ecclesiali come segni della varietà e fecondità dei frutti spirituali. Anche qui l’equilibrio è cattolico: carismi sì, vita sì, pluralità sì, sempre per l’edificazione del Popolo di Dio.
Alla fine, ci lascia un invito semplice e forte, che è anche una consegna pastorale: “risvegliamo in noi la consapevolezza e la gratitudine” per il dono di appartenere al Popolo di Dio, e la responsabilità che ne deriva. È un modo sobrio di dire che la Chiesa non vive di contrapposizioni costruite, vive di grazia ricevuta e di missione condivisa.
Questa catechesi, letta bene, chiarisce tre cose. Il Popolo di Dio nasce dai sacramenti, non dai processi. Il sensus fidei è una facoltà della Chiesa intera, non un’opinione individuale elevata a dogma. L’unità della fede è custodita dal Magistero, e proprio per questo ogni battezzato è chiamato a essere testimone attivo. Se ripartiamo da qui, Lumen gentium smette di essere terreno di battaglia e torna a essere ciò che è: una scuola di ecclesialità.
Rispondi