don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

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Il sepolcro del Risorto: la speranza nel silenzio

Date ragione della speranza che è in voi · Decima tappa

17 marzo 2026

Dopo aver contemplato Cristo come Agnello immolato, il cammino diocesano Date ragione della speranza che è in voi entrò nel luogo nel quale ogni parola sembra arrestarsi: il sepolcro. La decima tappa invitava a sostare davanti al mistero del Sabato Santo, quando la morte di Gesù appare ormai compiuta e la speranza è chiamata a vivere senza poter ancora vedere il suo compimento.

Il sepolcro introduce nella fede un tempo che l’uomo conosce bene. Esistono momenti nei quali ciò che avevamo sperato sembra chiuso dietro una pietra e non abbiamo parole capaci di modificare la realtà. La Scrittura non elimina questo spazio e la liturgia cristiana lo custodisce ogni anno. Tra la croce e il mattino di Pasqua rimane un giorno nel quale il silenzio deve essere attraversato.

La tradizione della Chiesa ha espresso questa profondità confessando che Cristo «discese agli inferi». Non si tratta di un episodio marginale del Credo. Il Figlio raggiunge la condizione dei morti e porta la sua presenza là dove l’uomo sperimenta la massima impotenza. La morte non viene osservata da lontano: Cristo vi entra realmente e la attraversa.

Questa discesa illumina in modo particolare il significato cristiano della speranza. Sperare non coincide con il possesso immediato di una soluzione e neppure con la capacità di spiegare ciò che accade. Nel Sabato Santo la speranza assume la forma dell’attesa, perché la promessa di Dio continua a essere vera anche quando i sensi non ne percepiscono ancora il compimento.

Il sepolcro di Cristo raccoglie così molte esperienze umane: il lutto, la perdita, la malattia, il fallimento e quei passaggi nei quali una stagione della vita sembra terminare senza che sia ancora visibile ciò che nascerà dopo. La fede non trasforma questi momenti in parentesi insignificanti. Li abita con la certezza che il Signore è passato anche attraverso questo territorio.

La presenza di Cristo tra i morti dice anche che nessuna regione dell’esistenza umana rimane definitivamente estranea alla sua salvezza. Là dove l’uomo non può più agire, Dio continua la propria opera. È una affermazione particolarmente forte perché sottrae la speranza alla misura delle nostre possibilità. Essa poggia sull’azione di Dio, che opera anche quando l’uomo non vede e non comprende.

Il Sabato Santo educa quindi la comunità cristiana a una forma di pazienza che non è inerzia. È la capacità di restare presso il mistero senza forzarlo, custodendo la promessa ricevuta. In una cultura che pretende risposte immediate e considera il tempo dell’attesa quasi sempre come un difetto di funzionamento, questa esperienza conserva una forza spirituale particolare.

Anche la vita ecclesiale conosce talvolta questa condizione. Ci sono stagioni nelle quali le comunità sembrano perdere energie, le forme pastorali consuete non generano più ciò che producevano un tempo e il futuro appare incerto. Il sepolcro impedisce di confondere il silenzio di Dio con la sua assenza. La Pasqua insegna che proprio nel luogo nel quale l’uomo vede soltanto una fine può essere all’opera una novità ancora nascosta.

La speranza cristiana riceve qui una delle sue forme più esigenti. Essa rimane quando le evidenze sembrano contraddirla, perché si fonda sulla fedeltà di Dio e sulla memoria di Cristo. Il sepolcro non viene negato, e proprio attraversandolo la fede impara che l’ultima parola appartiene al Padre che risuscita il Figlio.

Il cammino avrebbe quindi potuto procedere verso la contemplazione del Risorto e della sua signoria sulla storia. Dopo il silenzio del sepolcro, lo sguardo si sarebbe alzato verso «il trono e Colui che vi siede», riconoscendo nell’Agnello vivo la chiave per leggere il tempo, la Chiesa e il destino dell’uomo.


Questo articolo fa parte del percorso diocesano 2025-2026 «Date ragione della speranza che è in voi», raccolto nella sezione dedicata alla vita della Chiesa di Spoleto-Norcia.

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