Spoleto, 26 marzo 2026. Il quinto verbo del cammino del clero di Spoleto-Norcia
Il 26 marzo 2026, nella chiesa di San Gregorio a Spoleto, cinquantadue sacerdoti dell’Arcidiocesi di Spoleto-Norcia si sono ritrovati per proseguire il cammino dei «verbi del prete». Dopo la preghiera dell’Ora Terza, l’Arcivescovo mons. Renato Boccardo ha introdotto il verbo «ascoltare», affidandone la meditazione a Enzo Bianchi, già più volte incontrato dal presbiterio diocesano. Il tempo liturgico orientato verso la Passione del Signore offriva alla giornata un particolare clima spirituale, ulteriormente segnato dall’appuntamento serale previsto a San Pietro di Bovara sul mistero della croce.
Bianchi ha iniziato riconoscendo una difficoltà reale. Negli ultimi anni la parola «ascolto» è stata utilizzata con tale frequenza nel linguaggio ecclesiale, soprattutto nel contesto sinodale, da rischiare di produrre una certa stanchezza. Proprio per questo ha scelto di sottrarre il verbo alla retorica e di ricondurlo alla sua sorgente biblica. L’ascolto cristiano nasce dalla Parola di Dio, prima ancora di diventare metodo pastorale o stile relazionale.
La pagina scelta come punto di partenza è stata quella di Salomone. Quando Dio gli offre la possibilità di chiedere ciò che desidera, il giovane re non domanda ricchezze, vittorie o lunga vita. Chiede un lev shomea‘, un cuore che ascolta. La traduzione «cuore docile» non restituisce pienamente la forza dell’espressione ebraica: Salomone desidera un cuore capace di ricevere una voce, lasciarsi raggiungere e discernere. Da questa capacità nasce la sapienza.
Qui si trova già una indicazione decisiva per la vita sacerdotale. Il discernimento non nasce anzitutto dall’accumulo di competenze, né dalla rapidità con cui si riesce a trovare una soluzione. Nasce da un cuore sufficientemente libero da poter ascoltare. Il sacerdote può conoscere molte cose, possedere esperienza pastorale e capacità organizzative, e tuttavia perdere progressivamente quella disponibilità interiore senza la quale anche il ministero rischia di diventare ripetizione.
L’intera Scrittura è attraversata da questo primato. I profeti ricordano continuamente a Israele che Dio cerca l’ascolto della sua voce prima del sacrificio. Lo Shema‘ Israel, «Ascolta, Israele», costituisce il centro spirituale della fede biblica. Quando nel Vangelo viene chiesto a Gesù quale sia il primo comandamento, Egli comincia proprio da quella parola: ascolta.
L’ascolto raggiunge il proprio vertice nella Trasfigurazione. Davanti a Mosè ed Elia, la voce del Padre indica Cristo e consegna ai discepoli un unico imperativo: «Ascoltatelo». La vita cristiana viene così posta sotto la voce del Figlio. Anche il ministero sacerdotale trova qui il proprio ordine: prima di essere uomo della parola, il presbitero rimane uomo dell’ascolto; prima di annunciare Cristo, deve continuare a lasciarsi raggiungere da Lui.
Bianchi ha insistito anche sulla dimensione profondamente umana dell’ascolto. L’udito accompagna l’uomo fin dalle prime fasi della vita e rimane attivo persino nel sonno. La parola stessa nasce dall’ascolto. L’uomo impara a parlare perché prima ha ricevuto una voce. Questa struttura antropologica diventa quasi una parabola della fede: Dio parla e l’uomo può rispondere perché si lascia raggiungere.
Da qui nasce un criterio severo per chi esercita il ministero della Parola. Si è autorizzati a parlare nella misura in cui si continua ad ascoltare. La figura biblica del Servo del Signore, al quale ogni mattina viene aperto l’orecchio, diventa allora immagine particolarmente adatta al presbitero. Il sacerdote è servo della Parola proprio perché non la possiede. La riceve, vi obbedisce e la consegna.
Questo primato dell’ascolto interroga anche il modo di pregare. Bianchi ha osservato come la religiosità possa facilmente trasformare la preghiera in un lungo parlare rivolto a Dio, nel quale l’uomo chiede, spiega e presenta continuamente se stesso. La Scrittura insegna invece un movimento diverso, espresso dalla risposta di Samuele: «Parla, Signore, perché il tuo servo ascolta».
La preghiera cristiana contiene quindi uno spazio nel quale l’uomo tace perché possa emergere l’iniziativa dello Spirito. Il sacerdote, proprio perché chiamato a presiedere la preghiera della comunità, ha bisogno di custodire questo silenzio interiore. Senza di esso anche le parole più sacre possono diventare formule pronunciate senza quella disponibilità profonda che consente loro di raggiungere la vita.
La meditazione ha poi individuato alcuni luoghi concreti dell’ascolto. Il primo è la coscienza, presentata nella tradizione cattolica come il santuario interiore nel quale l’uomo si trova davanti a Dio. La coscienza domanda formazione, confronto con la Scrittura, con la Chiesa e con il Magistero, e proprio dentro questo cammino diventa luogo personale della risposta a Dio.
Per ascoltare la coscienza occorrono silenzio e disciplina interiore. Anche la lectio divina raggiunge il proprio compimento quando la Scrittura smette di essere soltanto testo studiato e diventa parola capace di giudicare, illuminare e orientare personalmente la vita.
Un secondo luogo è la Chiesa. Bianchi ha parlato dell’ascolto ecclesiale come ascolto dentro la comunione, riconoscendo qui anche il significato autentico della sinodalità. Ha però messo in guardia da una deformazione possibile: lasciare che tutti parlino mentre le decisioni sono state in realtà già prese. Un ascolto simile conserva la forma esterna del confronto e ne svuota la sostanza.
L’ascolto ecclesiale diventa vero quando le ragioni dell’altro possono realmente entrare nel discernimento comune. Questo vale anche dentro un presbiterio. Ascoltare un confratello significa riconoscere che la sua esperienza può contenere una parola capace di correggere, completare o illuminare la propria comprensione.
Il terzo ambito richiamato è stato l’ascolto del mondo e della storia. Qui Bianchi ha espresso una particolare cautela verso alcune letture troppo ottimistiche del rapporto tra Chiesa e mondo. Il dialogo rimane necessario, accompagnato dalla capacità di discernere. La realtà porta in sé segni di bene e insieme profonde ferite prodotte dal male. Le guerre, le violenze e le forme contemporanee di disumanizzazione impediscono qualsiasi lettura ingenua della storia.
Ascoltare il mondo significa quindi abitare la realtà con attenzione evangelica, riconoscendo ciò che può essere accolto e ciò che chiede invece una parola profetica. Il cristiano non fugge dalla storia e non si lascia assimilare ad essa. Il sacerdote è chiamato a stare dentro questo discernimento con quella libertà che nasce dall’ascolto della Parola.
La riflessione è tornata infine alla dimensione propriamente pastorale. Oggi si parla molto di prossimità del sacerdote, e Bianchi ha ricordato che la prossimità autentica ha bisogno di intelligenza, libertà e ascolto. Essere vicini alle persone non significa eliminare ogni distanza o ridurre il ministero a disponibilità immediata. Gesù stesso era profondamente vicino agli uomini e conservava nello stesso tempo una libertà interiore che gli consentiva di servire senza lasciarsi possedere.
Bianchi ha raccontato come, nella stagione più recente della propria vita, molto del suo tempo fosse ormai dedicato proprio all’ascolto: coppie in difficoltà, famiglie ferite, malati, sacerdoti in crisi. Ha descritto la fatica reale di portare con sé, alla sera, i volti e le sofferenze incontrate, fino a consegnarle al Signore riconoscendo il limite di ciò che una persona può fare.
Questo passaggio restituisce all’ascolto una concretezza che facilmente sfugge quando il termine resta confinato nel linguaggio pastorale. Ascoltare costa tempo e consuma energie. Chiede di accogliere dentro di sé una parte della sofferenza dell’altro senza pretendere di risolverla immediatamente. Proprio per questo il sacerdote ha bisogno di riportare continuamente davanti a Dio ciò che ha ricevuto dalle persone.
Durante il confronto successivo alla meditazione emerse anche il problema del rumore nel quale vive l’uomo contemporaneo. L’invasione continua delle notifiche, delle immagini e delle parole rende sempre più difficile il raccoglimento. Bianchi condivise la preoccupazione per una debolezza generalizzata della fede e ricordò, nello stesso tempo, alcune esperienze nelle quali soprattutto i giovani sembrano rispondere positivamente quando incontrano proposte cristiane serie, esigenti e realmente vissute.
L’ascolto porta dunque con sé anche una responsabilità educativa. Una comunità incapace di silenzio difficilmente potrà diventare luogo di discernimento. Un sacerdote continuamente occupato, raggiungibile da tutto e da tutti, immerso in un flusso ininterrotto di comunicazioni, rischia di smarrire lentamente la capacità di percepire ciò che accade nel proprio cuore e nella vita delle persone.
Dentro il percorso dei «verbi del prete», «ascoltare» si lega profondamente alle tappe precedenti. Non si può accogliere davvero senza ascoltare; non si accompagna una persona senza lasciarla parlare; la predicazione stessa nasce dall’ascolto della Parola e del popolo; la celebrazione chiede un cuore capace di ricevere il Mistero prima ancora di esprimerlo ritualmente.
Il verbo affidato al presbiterio di Spoleto-Norcia quel 26 marzo conduce quindi verso una disposizione fondamentale: vivere sotto una Parola che precede ogni nostra parola. Il sacerdote resta credibile finché conserva un orecchio aperto verso Dio, verso la Chiesa e verso l’uomo che incontra.
L’immagine di Salomone può allora rimanere come consegna della giornata. Tra tutte le cose che un sacerdote potrebbe chiedere per esercitare meglio il proprio ministero, forse una delle più necessarie continua a essere proprio quella che il giovane re domandò all’inizio della propria missione: un cuore che ascolta.
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