don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico

LA CHIESA NON È UNA STRUTTURA DA RIEQUILIBRARE

Cari amici, la lettura di alcuni documenti ecclesiali lascia talvolta un disagio che merita di essere ascoltato. Non sempre si tratta di errori apertamente riconoscibili. A volte emerge una linea di pensiero più sottile, capace di modificare lentamente il modo in cui la Chiesa guarda a se stessa.

Il rischio che percepisco è questo: pensare la Chiesa sempre meno come mistero soprannaturale ricevuto da Cristo e sempre più come struttura storica da riequilibrare. Se questo criterio diventasse dominante, si indebolirebbe una lunga tradizione ecclesiologica e spirituale che ha custodito la coscienza cattolica del mistero della Chiesa.

Il problema non nasce necessariamente da un singolo documento. Si manifesta quando il centro della riflessione si sposta progressivamente verso categorie come rappresentanza, accesso ai processi decisionali, riequilibrio dei ruoli, inclusione e riconoscimento, fino a farle diventare la grammatica principale con cui comprendiamo la vita ecclesiale. Sono categorie che possono descrivere problemi reali, ma non possono diventare il principio teologico che definisce la Chiesa.

La Chiesa nasce da Cristo, dal suo sacrificio e dal dono dello Spirito Santo. La sua realtà più profonda è sacramentale e appartiene all’iniziativa di Dio. È da questa origine che vanno lette anche le questioni concrete della sua vita visibile.

Questo non significa ignorare ingiustizie, rigidità, ferite o limiti umani. La Chiesa vive nella storia ed è affidata a uomini segnati dal peccato, perciò conosce anche debolezze reali che chiedono conversione e correzione. Proprio per questo il criterio da cui partire diventa decisivo. Quando resta la fede ricevuta, anche le domande nuove possono essere illuminate con libertà. Quando il lessico culturale dominante diventa il principio regolatore, il rischio è che cambino prima le parole, poi le mentalità e infine il modo stesso di comprendere la realtà ecclesiale.

Gli errori più profondi raramente iniziano con la negazione clamorosa di un dogma. Più spesso cominciano con uno spostamento del baricentro. Se la Chiesa impara a leggere se stessa soprattutto in termini di funzioni, ruoli, accessi e riequilibri, lentamente può smarrire il senso della propria origine. E quando l’origine perde centralità, cambiano anche il modo di comprendere il ministero, l’autorità, la vocazione e la differenza dei doni.

La storia recente ci ha mostrato quanto sia faticoso dover continuamente spiegare formule ambigue per ritrovare in esse la continuità della fede. Per questo il linguaggio ecclesiale richiede particolare responsabilità. Le parole non sono involucri neutrali: educano il pensiero e, nel tempo, preparano le prassi.

La vigilanza, allora, non consiste nell’allarmarsi davanti a ogni parola nuova. Consiste nel custodire il criterio da cui ogni riforma ecclesiale riceve la propria misura. La Chiesa appartiene al Signore prima di appartenere alle nostre analisi, e ogni autentico rinnovamento nasce dal riceverla come dono, dal comprenderla nella fede e dal servirla con umiltà.

È questa origine soprannaturale che permette anche il vero discernimento sinodale. Solo una Chiesa che sa da Chi viene può interrogarsi serenamente su come vivere meglio la comunione, esercitare l’autorità e correggere ciò che nella storia ha bisogno di purificazione. Quando il mistero resta al centro, anche le strutture trovano la loro giusta misura.

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