Terza catechesi di Papa Leone XIV, per una lettura autentica che guarisce le caricature
Cari amici, arrivati al secondo capitolo di Lumen gentium, molti scattano come molle: “Popolo di Dio”. C’è chi ne fa una bandiera per trasformare la Chiesa in una specie di assemblea sovrana, dove l’idea di partecipazione diventa facilmente pretesa di potere. C’è chi, all’opposto, sente in questa espressione un pericolo di egualitarismo, quasi un modo elegante per sfumare la gerarchia, la differenza tra sacerdozio comune e ministeriale, la natura sacramentale della Chiesa. Due reazioni opposte, un unico problema: leggere una parola del Concilio come se fosse un manifesto politico, non come un’idea teologica dentro la storia della salvezza.
Papa Leone XIV, nella terza catechesi, fa ciò che serve davvero: restituisce “Popolo di Dio” al suo contesto biblico, cristologico, eucaristico e missionario. Così l’espressione smette di essere elastica e torna a essere precisa.
Il Papa parte dall’inizio, come dovrebbe fare ogni lettura cattolica: Dio non salva per astrazioni, salva nella storia. «Dio, che ha creato il mondo e l’umanità e che desidera salvare ogni uomo, compie la sua opera di salvezza nella storia scegliendo un popolo concreto e abitando in esso». Qui la categoria “popolo” viene subito sottratta alla sociologia. Il popolo non nasce da un contratto tra uguali, nasce da un’iniziativa divina. Dio chiama Abramo, promette una discendenza, libera dalla schiavitù, stringe alleanza, accompagna, raduna quando ci si smarrisce. E Leone XIV mette il punto fermo: «l’identità di questo popolo è data dall’azione di Dio e dalla fede in Lui». La Chiesa non è “noi che decidiamo”, è Dio che chiama e un popolo che risponde nella fede.
Questo percorso, dice il Concilio, era «in preparazione e in figura» della nuova alleanza, “più piena”, che si compie in Cristo (LG 9). E qui arriva una frase che, da sola, toglie ossigeno a molte caricature: «È infatti Cristo che, nel dono del suo Corpo e del suo Sangue, raccoglie in sé stesso e in modo definitivo questo popolo». Popolo di Dio, nella lettura del Papa, non è categoria democratica. È categoria eucaristica. È Cristo che raccoglie, unifica, compie. È l’Eucaristia che dice chi siamo.
Leone XIV descrive poi la novità della Chiesa con una chiarezza rara: questo popolo è ormai fatto di gente proveniente da qualunque nazione, unificato dalla fede in Cristo, dall’adesione a Lui, dal vivere della sua stessa vita “animati dallo Spirito del Risorto”. E pronuncia una sintesi densissima, che va meditata più che commentata: la Chiesa è «il popolo di Dio che trae la propria esistenza dal corpo di Cristo e che è esso stesso corpo di Cristo». Qui la Chiesa non viene appiattita. Viene elevata. La sua unità non è un collante umano, è una partecipazione reale a Cristo. E il Papa ribadisce la natura propria di questo popolo: «non un popolo come gli altri, ma il popolo di Dio, convocato da Lui e fatto di donne e uomini provenienti da tutti i popoli della Terra». Il principio unificatore non è una lingua, non è una cultura, non è un’etnia: «la fede in Cristo». La Chiesa è, secondo l’espressione conciliare che Leone XIV riprende, «l’assemblea di coloro che guardano nella fede a Gesù» (LG 9). Guardano a Lui. Non guardano a sé stessi.
Questo popolo è “messianico” perché ha per capo Cristo, il Messia. E qui inserisce una sottolineatura di grande forza educativa, utilissima anche per le discussioni sterili sul “chi conta di più”: «Quanti ne fanno parte non vantano meriti o titoli, ma solo il dono di essere, in Cristo e per mezzo di Lui, figlie e figli di Dio». Prima di ogni compito o funzione, ciò che conta davvero nella Chiesa è l’essere innestati in Cristo, essere per grazia figli di Dio. Leone XIV arriva a dire che questo è “l’unico titolo onorifico” da ricercare. È una frase che rimette ordine senza umiliare nessuno. La gerarchia resta, i ministeri restano, i carismi restano. Il fondamento resta più profondo: la figliolanza nel Figlio.
Da qui nasce anche la legge interna della Chiesa: «la legge che anima le relazioni nella Chiesa è l’amore… e sua meta è il Regno di Dio». È un popolo in cammino, non un club chiuso. E proprio perché è unificata in Cristo, la Chiesa non può ripiegarsi su sé stessa. Leone XIV lo dice in modo netto: la Chiesa «è aperta a tutti ed è per tutti». E qui cita Lumen gentium 13 con parole che, lette bene, impediscono sia l’esclusivismo settario sia il relativismo: «tutti gli uomini sono chiamati a formare il nuovo popolo di Dio… affinché si adempia l’intenzione della volontà di Dio… e vuole radunare insieme i suoi figli, che si erano dispersi» (LG 13). L’orizzonte è universale perché l’intenzione di Dio è universale.
E qui il Santo Padre aggiunge un chiarimento delicato e decisivo: «Anche chi non ha ancora ricevuto il Vangelo è perciò, in qualche modo, orientato al popolo di Dio». Questa frase non è un invito a rilassarsi, è un invito alla missione. Infatti prosegue: la Chiesa, cooperando alla missione di Cristo, «è chiamata a diffondere il Vangelo ovunque e a tutti… perché ciascuno possa entrare in contatto con Cristo» (cfr LG 17). Qui si vede la serietà cattolica: apertura sì, annuncio sì, e centro sempre Cristo. Non “un generico bene”, non “un cammino indistinto”, non “compromessi”. Contatto con Cristo.
Da questa vocazione universale discende una conseguenza concreta, che il Papa esprime in modo quasi disarmante: «Questo significa che nella Chiesa c’è e deve esserci posto per tutti». E aggiunge che ogni cristiano è chiamato a testimoniare in ogni ambiente.
Posto per tutti non vuol dire annacquare la fede. Vuol dire che il Vangelo è destinato a tutti, e che la Chiesa non è proprietà di una tribù. La cattolicità è questo: accogliere persone e culture, e insieme offrire “la novità del Vangelo” per “purificarle ed elevarle” (cfr LG 13).
Qui crollano due ingenuità opposte. Quella che scambia inculturazione con resa alla cultura. Quella che scambia purezza con rifiuto della storia e dell’umano. Il Papa, seguendo il Concilio, sceglie la via vera: accogliere, purificare, elevare.
Leone XIV conclude con un’immagine di Henri de Lubac che illumina la natura cattolica della Chiesa, una e inclusiva senza diventare confusa: «Arca unica della Salvezza, deve accogliere nella sua vasta navata tutte le diversità umane… Veste senza cuciture di Cristo, essa è anche… la veste di Giuseppe, dai molti colori». Unità reale, differenze reali, dentro una sola Chiesa. Non un mosaico di Chiese equivalenti. Non una uniforme grigia. Una veste dai molti colori che resta “senza cuciture”, perché non la cuce l’uomo, la dona Cristo.
In un tempo attraversato da conflitti e guerre, il Papa chiude con una nota di speranza concreta: la Chiesa è un popolo in cui convivono, “in forza della fede”, donne e uomini diversi per nazionalità, lingua, cultura. È “segno posto nel cuore stesso dell’umanità”, profezia di unità e pace. Non perché i cristiani siano impeccabili, ma perché il Padre chiama, Cristo unifica, lo Spirito anima, e la carità rende visibile la comunione.
Questa terza catechesi, allora, non è un capitolo di teoria. È una medicina contro due estremi: contro la lettura progressista, perché mostra che “Popolo di Dio” nasce dall’azione di Dio, non dall’assemblea. Contro la paura tradizionalista, perché mostra che “Popolo di Dio” non è livellamento, è Cristo che raccoglie e nutre il suo popolo nel dono del Corpo e del Sangue.
Ripartire da qui significa leggere il Concilio con la Chiesa e nella Chiesa, lasciando che il testo ci istruisca, invece di usarlo per farci guerra.
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