Cari amici, ieri sera, preparando l’omelia, mi sono fermato su un dettaglio delle letture che questa mattina è tornato con forza. Mi sembra prezioso perché mostra quanto il male sappia agire con piccoli spostamenti, quasi impercettibili.
Il serpente non attacca Dio frontalmente. Lo rende sospetto. Sposta lo sguardo dell’uomo: la paternità che custodisce comincia a sembrare un controllo che limita. La domanda del tentatore falsifica il comando e la donna, nel tentativo di rispondere, aggiunge qualcosa: «Dio ha detto: “Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare”». Quel «non lo dovete toccare» non appartiene al comando originario.
L’aggiunta sembra prudente e, proprio per questo, è istruttiva. Nel momento in cui la Parola perde precisione, cambia anche il volto di Dio nella coscienza. Ciò che era stato dato come parola di vita comincia a essere percepito come una rete che stringe. Il male non chiede subito di odiare Dio; gli basta insinuare il dubbio che Dio sia davvero buono.
Il peccato raramente è un salto improvviso. È più spesso una serie di piccoli spostamenti: una parola aggiunta, una sfumatura deformata, una lettura che lentamente prende il posto del testo. Alla fine, ciò che sembrava una piccola correzione produce una visione diversa della realtà.
La liturgia accosta l’Eden al deserto. Dopo la parola deformata del primo uomo, contempliamo la Parola custodita dal Figlio. Gesù affronta la tentazione senza bisogno di dimostrare nulla. Quando il demonio insinua: «Se tu sei Figlio di Dio…», prova a trasformare l’identità filiale in prestazione.
La prima tentazione riguarda il pane e l’urgenza di piegare la realtà al proprio bisogno. Gesù risponde riportando tutto alla sorgente: «Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio». Il pane resta necessario, ma non può diventare il signore del cuore.
La seconda tentazione è ancora più sottile, perché usa la Scrittura contro Dio. Il tentatore cita il Salmo per spingere Gesù a pretendere un segno. La risposta è netta: «Non metterai alla prova il Signore Dio tuo». La fede non costringe Dio a dimostrare la propria fedeltà. Si affida a Lui.
La terza tentazione è la scorciatoia del potere: tutto subito, senza passare dalla croce. Gesù risponde ristabilendo l’ordine dell’adorazione: «Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto». Quando l’adorazione torna al suo posto, anche il resto della vita ritrova misura.
Questa pagina biblica insegna una sobrietà che vale anche per il linguaggio della fede. Le parole buone restano tali quando sono custodite dentro la verità che le ha generate. Anche espressioni belle come accoglienza, dialogo o inclusione chiedono di restare legate al Vangelo intero, perché una parola cristiana perde forza quando viene separata dalla conversione, dalla verità e dalla croce.
La Quaresima ci riporta proprio qui: alla Parola ricevuta senza aggiunte dettate dalla paura e senza tagli dettati dalla comodità. Il Salmo lo esprime con semplicità: «Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo».
Un cuore puro smette di rendere Dio sospetto. Un cuore saldo impara da Cristo a rispondere al male senza uscire dalla verità. Entrare nel deserto con Gesù significa ritrovare l’ordine dell’amore e lasciare che la misericordia torni ad avere il suo volto vero: una cura che salva l’uomo intero.
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