Montefalco, 19 febbraio 2026. Il quarto verbo del cammino del clero di Spoleto-Norcia
Il 19 febbraio 2026 il clero dell’Arcidiocesi di Spoleto-Norcia si è ritrovato presso il Convento di San Fortunato a Montefalco per proseguire il percorso dedicato ai «verbi del prete». Erano presenti cinquantaquattro sacerdoti. Dopo la preghiera dell’Ora Terza, l’Arcivescovo mons. Renato Boccardo ha introdotto il verbo «celebrare», affidando la meditazione a padre Andrea Dall’Amico, docente presso l’Istituto Teologico di Assisi e già conosciuto dal presbiterio diocesano.
L’Arcivescovo ha collocato l’incontro dentro il senso complessivo del cammino: tornare alle dimensioni fondamentali del ministero, ricomporre l’unità tra ciò che il sacerdote compie e ciò che vive, custodire il cuore dell’identità presbiterale dentro una quotidianità facilmente assorbita dal ritmo degli impegni. Il verbo «celebrare», proprio perché appartiene al linguaggio più abituale della vita sacerdotale, rischia infatti di essere dato per scontato. Si celebra continuamente, e proprio questa familiarità può rendere meno evidente la domanda decisiva: che cosa significa veramente celebrare?
Padre Andrea ha voluto chiarire fin dall’inizio che il proprio contributo nasceva anzitutto da una riflessione personale. Le slide e l’impostazione ordinata dell’intervento non volevano trasformare la mattinata in una lezione accademica, perché il tema toccava qualcosa di molto più profondo: il rapporto reale del sacerdote con il Mistero che quotidianamente passa attraverso le sue mani.
La distinzione tra cerimonia e celebrazione ha offerto subito una chiave di lettura. Una cerimonia può essere formalmente corretta, rispettare parole, gesti e sequenze, e rimanere tuttavia esterna alla persona che la compie. La celebrazione coinvolge invece la vita del ministro, lo raggiunge interiormente e lo introduce in un’azione che lo supera. La questione non riguarda quindi la contrapposizione tra precisione rituale e interiorità, perché la fedeltà al rito conserva tutto il proprio valore. Il punto decisivo è se quella forma liturgica riesca realmente a prendere dentro di sé la vita di chi celebra.
Padre Andrea ha scelto come grande orizzonte teologico la Preghiera eucaristica IV, letta come una sintesi orante dell’intera storia della salvezza. La preghiera parte dalla ferita dell’uomo e ricorda che, attraverso la disobbedienza, egli ha perduto l’amicizia con Dio. Da questa frattura nasce una logica che attraversa la storia umana e raggiunge immediatamente il rapporto tra fratelli. La vicenda di Caino e Abele mostra come il peccato tenda a trasformarsi in dominio, competizione e sopraffazione.
Questa dinamica non appartiene soltanto alle grandi tragedie dell’umanità. Può insinuarsi nella vita quotidiana, nelle relazioni comunitarie e persino dentro il presbiterio, assumendo forme più sottili: giudizio reciproco, bisogno di prevalere, amarezza, disaffezione, incapacità di riconoscere il bene presente nell’altro. Padre Andrea ha richiamato anche alcuni elementi provenienti dalla psicologia per mostrare quanto il contesto, il ruolo e le dinamiche di gruppo possano lentamente modificare il comportamento dell’uomo fino a renderlo meno capace di riconoscere la dignità dell’altro.
Dietro questa analisi emergeva una domanda profondamente sacerdotale: che cosa mantiene vivo il cuore del ministro? Il rischio della disumanizzazione non riguarda soltanto comportamenti estremi. Può iniziare quando il sacerdote continua a svolgere correttamente i propri compiti mentre interiormente smette di lasciarsi toccare dalle persone, dalle loro ferite e dal Mistero che celebra.
La Preghiera eucaristica IV non si ferma però alla diagnosi della ferita. Proclama che Dio non ha abbandonato l’uomo in potere della morte e che, nella sua misericordia, gli è venuto incontro. Qui appare la logica che fonda ogni celebrazione cristiana: l’iniziativa appartiene a Dio. La liturgia non nasce dal tentativo dell’uomo di raggiungere il cielo attraverso un’azione religiosa ben eseguita. È la risposta della Chiesa a Dio che ha già raggiunto l’uomo e lo introduce dentro la propria comunione.
Padre Andrea ha ricondotto questo passaggio alla pienezza dell’atto di culto, che trova la propria forma definitiva nell’offerta del Figlio al Padre. Cristo consegna se stesso e dentro questa offerta ogni culto cristiano riceve significato. Celebrare l’Eucaristia significa quindi essere introdotti sacramentalmente nell’atto sacerdotale di Cristo, lasciando che la sua offerta diventi progressivamente la forma della vita del ministro.
Questa prospettiva impedisce di comprendendere la celebrazione come semplice ricordo di un avvenimento passato. Il comando «Fate questo in memoria di me» introduce la Chiesa dentro una memoria efficace, nella quale il Risorto continua a rendersi presente e operante. La liturgia permette all’evento pasquale di raggiungere l’oggi della comunità. Cristo non resta oggetto di una narrazione religiosa: viene incontro alla sua Chiesa e la rende partecipe della propria vita.
Proprio qui il verbo «celebrare» raggiunge il cuore della vita presbiterale. La Preghiera eucaristica IV proclama che Cristo è morto e risorto «perché non vivessimo più per noi stessi, ma per lui». La celebrazione diventa quindi il luogo nel quale il sacerdote è continuamente richiamato fuori dall’autoreferenzialità e ricondotto alla logica della consegna.
Il ministero porta con sé un peso reale. La fatica pastorale, la solitudine, le incomprensioni, le attese delle comunità, le critiche, le sofferenze ascoltate e custodite possono lentamente trasformarsi in difesa, irrigidimento o amarezza. L’Eucaristia non cancella magicamente tutto questo. Offre però una forma nella quale la vita può essere consegnata e trasformata, perché ciò che il sacerdote porta dentro di sé entra nell’offerta di Cristo.
Da qui padre Andrea ha riletto anche il significato della partecipazione attiva alla liturgia. La tradizione conciliare non la riduce alla distribuzione di compiti o alla moltiplicazione di gesti visibili. La Sacrosanctum Concilium invita i fedeli a imparare, insieme con Cristo, ad offrire se stessi. La partecipazione raggiunge così il proprio significato più profondo quando la vita concreta dell’assemblea viene introdotta nell’offerta eucaristica.
Questo vale in maniera peculiare per il sacerdote. Egli presiede sacramentalmente la celebrazione e, proprio per questo, è chiamato a entrare personalmente nella dinamica dell’offerta che proclama. Le parole pronunciate sull’altare non possono restare separate dal modo nel quale egli vive il proprio ministero, affronta le relazioni e attraversa le fatiche. La liturgia chiede continuamente una forma di conversione.
Padre Andrea ha richiamato a questo proposito il rito dell’ordinazione presbiterale. La prostrazione, le promesse e la consegna del pane e del vino indicano fin dall’origine che il ministero porta inscritto in sé un movimento di consegna. Il sacerdote riceve il mistero che celebra e, nello stesso tempo, viene invitato a conformare la propria vita a quel mistero.
Per questo il presbitero può essere compreso come offerente e offerto. Egli offre sacramentalmente il sacrificio di Cristo e, dentro quella stessa azione, viene educato a consegnare se stesso. Celebrare diventa allora una scuola quotidiana nella quale la vita sacerdotale viene continuamente ricondotta alla forma del Figlio che si dona.
L’azione dello Spirito Santo occupa qui un posto decisivo. La Preghiera eucaristica IV proclama che è lo Spirito a compiere ogni santificazione e a trasformare la Chiesa perché diventi «offerta viva in Cristo». Queste parole descrivono il fine stesso della celebrazione. Il mistero eucaristico non chiede soltanto di essere contemplato dall’esterno; tende a plasmare un popolo capace di assumere la forma dell’offerta di Cristo.
Dentro questa trasformazione entrano anche gli elementi più ordinari della vita. Il Catechismo ricorda che il lavoro, la sofferenza, la preghiera e l’esistenza dei fedeli, uniti all’offerta di Cristo, acquistano un valore nuovo. Padre Andrea ha insistito proprio su questa espressione, perché la celebrazione non elimina la realtà concreta e non la rende artificialmente diversa. Le dona un nuovo significato collocandola dentro la Pasqua.
Un’immagine evangelica ha aiutato a rendere visibile questo passaggio. Nel racconto dell’apparizione sul lago, il Risorto ha già preparato del pesce e insieme chiede ai discepoli di portare ciò che hanno appena pescato. La grazia precede sempre, e tuttavia domanda che la nostra vita venga realmente portata. Anche ciò che appare povero, faticoso o perfino poco presentabile può essere consegnato perché il Signore lo assuma dentro la propria offerta.
Riletto alla luce dell’intero percorso dei «verbi del prete», il passaggio a «celebrare» appare particolarmente significativo. Dopo aver riflettuto sull’accoglienza, sull’accompagnamento e sulla predicazione, il presbiterio viene riportato al luogo nel quale tutto converge e dal quale tutto riparte. La liturgia non è un settore tra gli altri del ministero sacerdotale. È uno dei luoghi nei quali il sacerdote impara continuamente chi è, perché vi incontra Cristo che offre se stesso e gli domanda di lasciarsi configurare a quella stessa offerta.
La celebrazione quotidiana può allora diventare il luogo nel quale la fraternità ferita viene ricomposta, il cuore stanco viene nuovamente aperto e la vita smette di essere difesa come un possesso per essere consegnata. Il sacerdote non è chiamato semplicemente a compiere correttamente il rito che gli è affidato. È chiamato a lasciarsi plasmare da esso.
Forse proprio questa è stata la consegna più profonda dell’incontro di Montefalco: celebrare significa entrare nell’offerta di Cristo fino a permettere che ciò che avviene sull’altare cominci, lentamente e realmente, a prendere forma nella vita.
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