Cari amici, è iniziata la Quaresima e, come spesso accade, sono aumentati anche gli impegni. Dopo il ritiro mensile con il clero, tornando a casa, mi sono rivisto l’incontro di Papa Leone XIV con il clero di Roma. Avevo ancora vive le risonanze della nostra giornata, nella quale il relatore aveva ripreso una nota vicenda di abbandono della vita sacerdotale soffermandosi su una parola decisiva: «celebrare».
Richiamando alcune interviste del giovane ex sacerdote, erano emerse espressioni molto dure: la vita sacerdotale non bastava più, celebrare era diventato faticoso, la Messa non alimentava più. Parole che raccontano una crisi personale reale e dolorosa. Il problema nasce quando una vicenda individuale viene trasformata nella lente attraverso cui giudicare l’intera vita sacerdotale.
Le crisi hanno infatti un potere curioso: attirano l’attenzione più della fedeltà quotidiana. Un cedimento diventa facilmente una diagnosi generale, soprattutto quando il racconto passa attraverso il megafono dei social. La sofferenza di una persona merita rispetto; non può diventare la prova che il sacerdozio, in quanto tale, sia una struttura destinata a crollare.
Ascoltando Leone XIV, mi è sembrato che il Papa riportasse il discorso alla sua misura vera. Ha riconosciuto la stanchezza, la routine, la disaffezione e le frustrazioni che possono toccare le comunità e i preti. Poi ha usato l’immagine della «brace sotto la cenere» e ha indicato ciò che serve: «ravvivare il dono di Dio».
Dentro questa parola c’è già una prima medicina. Il sacerdozio nasce da un dono e vive di una grazia che chiede di essere custodita. Il fuoco può essere coperto dalla cenere senza essere spento. Proprio per questo occorre alimentarlo, tornare alla sorgente e riconoscere con umiltà ciò che nel tempo si è indebolito.
La vita sacerdotale possiede, per così dire, un proprio sistema immunitario. Non è invulnerabilità e non funziona automaticamente. È fatto di difese spirituali, ecclesiali e umane che la Tradizione ha sempre conosciuto. La fragilità aumenta quando queste difese si abbassano.
Il Papa ne indica anzitutto una: il ritorno all’annuncio del Vangelo. Quando la pastorale si riduce a gestione e i sacramenti finiscono per essere erogati dentro un ambiente che non trasmette più la fede, la vocazione si consuma. Leone XIV parla di una «chiara inversione di marcia» e mette in guardia dalla «sacramentalizzazione senza altre forme di evangelizzazione». Il ministero torna a respirare quando il sacerdote annuncia Cristo e ritrova nella missione il senso di ciò che celebra.
Un’altra difesa decisiva è la comunione presbiterale vissuta davvero. Il Papa invita a vincere l’autoreferenzialità, riconosce il sovraffaticamento e chiede di lavorare insieme. La fraternità sacerdotale non è un accessorio affettivo: è una forma concreta di custodia della vocazione. Un prete isolato diventa più vulnerabile; un prete accompagnato, ascoltato e corretto con carità attraversa meglio anche i tempi in cui il fuoco sembra coperto dalla cenere.
Ai sacerdoti più giovani Leone XIV parla poi con una paternità molto concreta. Li richiama alla fedeltà quotidiana nella relazione con il Signore e li incoraggia a confrontarsi anche sulle stanchezze e sulle crisi. È un’indicazione semplice e preziosa, perché molte fragilità diventano più pericolose quando vengono vissute in solitudine e quando il sacerdote smette lentamente di parlare con qualcuno di ciò che gli accade dentro.
Il problema, dunque, non è l’esistenza delle fatiche. La vita sacerdotale ha sempre conosciuto prove, solitudini possibili e momenti di oscurità. La questione riguarda ciò che accade quando la Parola viene trascurata, la preghiera ridotta a residuo, la fraternità lasciata alla sola buona volontà e la missione sostituita dalla macchina delle cose da fare. A quel punto anche l’identità può essere cercata nello sguardo degli altri invece che nel dono ricevuto.
Leone XIV rimette ordine proprio qui. Il dono va ravvivato, il Vangelo va annunciato, i preti hanno bisogno di sostenersi e la vocazione si custodisce dentro relazioni reali. Il sacerdozio non è fragile per natura. Diventa più fragile quando si abbassano le difese che permettono alla grazia ricevuta di restare viva nella storia concreta di una persona.
Forse la Quaresima offre esattamente questa possibilità: togliere un po’ di cenere, riconoscere dove il fuoco si è indebolito e tornare ad alimentarlo. La brace è ancora lì. Chiede soltanto di essere custodita.
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