Cari amici, nel dibattito ecclesiale degli ultimi decenni il Concilio Vaticano II è stato spesso evocato più che letto. Lo si è trasformato in simbolo, in bandiera, in pretesto. Da una parte si è invocato uno “spirito del Concilio” capace di superare il Concilio stesso, come se i testi fossero una tappa provvisoria, utile finché serve. Dall’altra si è cresciuti in un tradizionalismo di reazione, che ha finito per guardare il Concilio come corpo estraneo, fino a rigettarlo. Due strade diverse, un solo esito: il Concilio non ricevuto, non abitato, non lasciato parlare. Quando accade questo, la fede rischia di diventare opinione e l’unità ecclesiale si sbriciola proprio là dove dovrebbe essere custodita.
Le catechesi di Leone XIV su Dei Verbum stanno facendo una cosa semplice, e proprio per questo necessaria. Stanno riportando la Chiesa al suo gesto originario: leggere. Leggere con fede, leggere nella Chiesa, leggere per incontrare Cristo. In questa quinta catechesi, dedicata al capitolo sesto della Costituzione conciliare, il Papa offre una chiave decisiva per uscire dalle polarizzazioni. Non propone un compromesso tra estremi. Ristabilisce un criterio cattolico, solido, verificabile, fecondo.
La chiave è questa: la Scrittura non vive nel vuoto. La Bibbia non è nata in un laboratorio, non è stata consegnata a un’élite, non è destinata a diventare un campo di battaglia. Leone XIV lo dice con parole nette: «La Chiesa è il luogo proprio della Sacra Scrittura… nella comunità cristiana essa ha, per così dire, il suo habitat». Questo significa che la Scrittura trova nella vita e nella fede della Chiesa lo spazio in cui rivelare il proprio significato e manifestare la propria forza.
Dentro questa affermazione c’è un ordine che salva. Salva la Scrittura dalla riduzione a documento muto, salvato solo dal metodo. Salva la Scrittura dall’uso ideologico, dove ogni versetto diventa un’arma. Salva la Scrittura anche dall’isolamento devoto, dove ognuno si costruisce una fede a misura di sensibilità. Il Papa riporta la Parola al suo grembo naturale: la Chiesa come soggetto vivente, non come cornice opzionale.
In questo contesto Leone XIV riprende un passaggio centrale di Dei Verbum: «la Chiesa ha sempre venerato le divine Scritture come ha fatto per il Corpo stesso del Signore…». Inoltre, «insieme con la Sacra Tradizione, la Chiesa le ha sempre considerate e le considera come la regola suprema della propria fede» (Dei Verbum, 21). Qui non c’è spazio per una Chiesa che si inventa la fede ad ogni stagione. Qui non prende forma una fede separata dall’Eucaristia e dalla liturgia. Qui resta unita una sola mensa, un solo pane di vita, una sola venerazione, perché c’è un solo Cristo che parla e si dona.
Il Papa collega poi questa impostazione conciliare a un passaggio importante del post-Concilio: il Sinodo dei Vescovi del 2008 e l’esortazione Verbum Domini di Benedetto XVI. La citazione scelta è decisiva per comprendere la posta in gioco: «…l’autentica ermeneutica della Bibbia non può che essere nella fede ecclesiale… Il luogo originario dell’interpretazione scritturistica è la vita della Chiesa» (n. 29). La Scrittura chiede dunque un’ermeneutica che abbia forma ecclesiale, fedele, mariana, capace di ascolto e di obbedienza.
Questo è un punto che illumina anche la questione del Concilio. Se l’interpretazione della Bibbia ha un luogo originario, anche la recezione di Dei Verbum ha un luogo originario. Non è la disputa permanente. Non è la contrapposizione tra partiti. Non è la nostalgia come rifugio. È la vita della Chiesa, in continuità con la Tradizione viva. Il Concilio non vive nel sospetto. Il Concilio vive nella fede ecclesiale, quando viene letto come atto della Chiesa e per la Chiesa.
Nel cuore della catechesi Leone XIV rimette al centro lo scopo della Scrittura. Qui arriva la frase di san Girolamo, citata come promemoria e come criterio: «L’ignoranza della Scrittura è ignoranza di Cristo». Il fine ultimo non è collezionare interpretazioni. Il fine ultimo è conoscere Cristo e, attraverso di Lui, entrare in rapporto con Dio. Un rapporto che può essere inteso come conversazione, un dialogo. La Rivelazione, già presentata da Dei Verbum come dialogo nel quale Dio parla agli uomini come ad amici, diventa esperienza reale quando la Bibbia viene letta in atteggiamento interiore di preghiera. Allora Dio viene incontro ed entra in conversazione con noi.
Questa prospettiva restituisce profondità alla vita ecclesiale. La Scrittura, affidata alla Chiesa e da essa custodita e spiegata, non resta un oggetto. Svolge un ruolo attivo, sostiene e dà vigore alla comunità cristiana. Per questo Leone XIV lega la Parola ai sacramenti, anzitutto all’Eucaristia. Per questo richiama chi esercita il ministero della Parola: vescovi, presbiteri, diaconi, catechisti. La familiarità con le Scritture non è un lusso, non è un gusto personale, non è una competenza accessoria. È una condizione di verità per l’annuncio.
Il Papa riconosce anche il valore del lavoro esegetico e delle scienze bibliche, e indica il posto centrale della Scrittura per la teologia, che trova nella Parola di Dio il suo fondamento e la sua anima. La Chiesa non teme la ricerca. La Chiesa custodisce la gerarchia dei fini. Il sapere serve l’incontro. Lo studio serve la fede. L’interpretazione serve Cristo.
Nella parte finale della catechesi Leone XIV offre un’altra osservazione che parla al nostro tempo. Viviamo circondati da parole, molte vuote. Ascoltiamo parole sagge, parole colte, parole persuasive, parole commoventi. Tante non toccano il destino ultimo. La Parola di Dio, invece, viene incontro alla sete di significato e di verità sulla vita. È l’unica Parola sempre nuova, perché rivelandoci il mistero di Dio resta inesauribile. Non smette di offrire le sue ricchezze.
Il punto conclusivo è limpido: vivendo nella Chiesa si impara che la Sacra Scrittura è totalmente relativa a Gesù Cristo. Cristo è la Parola vivente del Padre, il Verbo di Dio fatto carne. Tutte le Scritture annunciano la sua Persona e la sua presenza che salva. Qui sta la ragione profonda del valore e della potenza della Bibbia. Qui sta anche la solidità di Dei Verbum.
Questo è il contributo più prezioso di Leone XIV alla recezione del Concilio in questo nostro tempo. Egli sottrae il Vaticano II alle appropriazioni ideologiche e lo restituisce alla Chiesa. Invita a lasciare da parte lo “spirito” che supera i testi e il rigetto che nega i testi. Riporta tutto alla realtà cattolica: il testo, la Chiesa, Cristo, la liturgia, la missione. Da qui si riparte. Con serenità. Con disciplina interiore. Con intelligenza della fede.
In questo senso la quinta catechesi non è solo un commento. È un passo di conversione ecclesiale. Ci educa a una fedeltà adulta: leggere nella Chiesa, ascoltare con la Chiesa, pregare nella Chiesa, celebrare nella Chiesa, vivere nella Chiesa. È lì che la Parola parla davvero. È lì che Dei Verbum smette di essere contesa e diventa casa. È lì che si riparte, senza inseguire interpretazioni private, con il cuore e la mente aperti «alla scuola di Maria, Madre della Chiesa», imparando l’arte dell’ascolto e della custodia.
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