don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico

NON INVECCHIARE. LA SFIDA DI UN CUORE FIGLIO

Cari amici, sarà la mattinata di pioggia, dove il cielo plumbeo sembra allungare la notte e il buio regnare tutt’intorno alla cripta. Sarà la stretta finestra che costringe lo sguardo a vedere il cadere della pioggia, con il suo scroscio che vince il silenzio del luogo. L’ascolto della prima lettura di questa mattina mi toglie però dall’incanto di sicurezze sperate, quelle che costruiamo con spirito di fantasia e non di verità.

Ascolto il triste epilogo della vita di Salomone e una domanda mi assilla: come è stato possibile? Due sentimenti si alternano. Uno è di tristezza e riguarda le nostre infantili certezze che sembrano garantirci il futuro. L’altro è più gioioso: comprendo meglio perché Dio si innamorò del giovane Davide. Vedo un padre leale e un figlio presuntuoso. A cosa sono servite la sapienza e la scienza a questo figlio? È una domanda che rimanda alle nostre tante aspettative di sicurezza. Dio può farci i doni più grandi, ma essi non ci garantiscono dinanzi alla nostra libertà e al governo di noi stessi.

Spesso pensiamo che ogni dono di grazia sia per sempre, mentre la realtà smentisce questa illusione. Dio ti aiuta, ma non ti garantisce a prescindere dalla tua scelta. Oggi la storia di Salomone è devastante. Fin dall’inizio del brano traspare quel sentimento che si prova quando comprendi che una storia volge al termine. Salomone diventa vecchio; sulla sua vita incombono i resoconti finali. Con lui lo diventiamo tutti, e anche per noi avverrà lo stesso. Nella riflessione dopo la Messa, mi sono fermato a considerare la mia vecchiaia, lasciando che la memoria dei ricordi si attivasse.

C’è una grande insidia nella vecchiaia e mia mamma me lo ricorda quasi ogni giorno: “Figlio mio, vedi di non invecchiare”. Sorrido e le rispondo chiedendole se preferisca che io muoia. Lei mi fissa, rifiutando l’idea della morte, e ribadisce che invecchiare non è vivere bene. Mentre lei mi avvisa sulla condizione fisica, io mi fermo a considerare quella spirituale dell’anima.

La vecchiaia spirituale appare quasi contro natura. Spesso il tempo trascorre e, senza rendercene conto, finiamo per diventare figli delle abitudini piuttosto che delle promesse. La quotidianità, quando si fa lunga, tende ad assuefare. Se a questa durata aggiungiamo le ferite, le delusioni e tutto ciò che fa parte del vivere, l’entusiasmo della gioventù rischia di diventare un ricordo sbiadito. Ci si assesta, abbassando gradualmente il livello di tutto ciò che viviamo.

Questo processo può capitare da vecchi, ma oggi accade con frequenza anche ai giovani. La vecchiaia spirituale non conosce età e il meccanismo è identico: ci si stanca di attendere l’invisibile e si inizia a cercare conforto nel tangibile. Le “donne straniere” di Salomone siamo noi ogni volta che, feriti dalla vita o stanchi del silenzio di Dio, cerchiamo rifugio in una consolazione a portata di mano, in un compromesso che ci faccia sentire meno soli o meno esposti.

L’invecchiamento spirituale si manifesta quando smettiamo di essere discepoli e diventiamo amministratori del nostro benessere. Salomone non ha smesso di essere un re, ha smesso di essere un figlio. Ha sostituito la vertigine della fede con la sicurezza delle sue alture. È la tentazione di chiunque viva una storia lunga, sia essa una vocazione, un matrimonio o un impegno: scambiare la fedeltà con la semplice durata e la sapienza con il cinismo di chi crede di aver già visto tutto.

Dobbiamo chiederci se siamo ancora capaci di stupore o se le ferite ci abbiano reso impermeabili alla grazia. La storia di Salomone ci avverte che il declino inizia nel momento esatto in cui smettiamo di lottare per l’unità del nostro cuore, accettando che esso si frammenti tra il Tempio e gli idoli della comodità. In lui, la vecchiaia fisica combacia con quella spirituale. Saggio da giovane, egli diventa stolto da vecchio. La sapienza non è un traguardo anagrafico, ma una custodia costante: ciò che non si custodisce si perde, anche se un tempo lo si è posseduto con limpidezza.

Il testo non afferma che Salomone diventi ignorante, ma pone una diagnosi più profonda: “il suo cuore non restò più tutto con il Signore suo Dio”. Come fu possibile? Eppure ebbe tutto per custodire l’ordine che la Regina di Saba magnificò. La Bibbia risponde: la Sapienza, unita agli altri doni di Dio, non è un talento mentale. Tutto si lega indissolubilmente al cuore. Quel cuore che è luogo in cui si desidera, si decide e si sceglie. Mi ritornano in mente le parole di Gesù di ieri nel vangelo: “Ciò che esce dall’uomo, questo sì contamina l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive… Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contaminano l’uomo”.

Finché il cuore resta integro nel Signore, la sapienza può crescere; quando il cuore si divide, la sapienza si spegne. Si può restare brillanti e, contemporaneamente, diventare ciechi.

Questa pagina mi istruisce su come la rovina avvenga attraverso un’attrazione lenta, non un crollo improvviso. Le donne “attirarono” Salomone verso dei stranieri: l’attirare è il verbo delle piccole concessioni, degli inviti che sembrano carezze e che finiscono per confondere. Quando la fede si indebolisce, l’uomo non diventa neutro, ma si consegna a ciò che lo degrada. È un decadere senza accorgersene, un trasformare i pensieri in fatti poco alla volta. La caduta interiore diventa opera: la sapienza che aveva edificato il Tempio ora costruisce alture agli idoli. Ciò che non si orienta a Dio prende inevitabilmente un’altra forma.

La gravità di questo comportamento è accentuata dal fatto che il Signore gli era apparso due volte. E non posso non pensare alla mia stessa vita da prete. Quante Messe, quante prediche, quanti consigli. Quanta luce per tutti. Sarà sufficiente? Salomone mi risponde di no. Se manca la fedeltà, questa grazia si spegne. La sapienza senza fedeltà non regge e la luce senza obbedienza si spegne. Il Signore si sdegna per amore della verità, perché il cuore dell’uomo non è fatto per essere diviso. Ogni corruzione di chi ha responsabilità ferisce un popolo e una storia intera.

Eppure, in tanta desolazione, la Scrittura lascia filtrare una misericordia commovente. Dio rimane fedele alla sua promessa: decide di non strappare il regno durante la vita di Salomone. Non per lui, ma per amore di Davide. Davide diventa il giudizio sul figlio. Eppure, il suo peccato fu grande, ma non fu come quello del figlio. Davide resta nostro punto di riferimento perché il Signore non è schiavo dei nostri tradimenti; li giudica e, nello stesso tempo, custodisce la sua storia. I benefici ricadono anche su Salomone.

Il rischio maggiore rimane l’abitudine: la lenta perdita del centro. Il cuore si divide per accumulo, iniziando con una concessione e finendo con un’altura. Chiediamoci cosa stia attirando concretamente il nostro cuore, quale abitudine o paura stia spostando la nostra bussola. Le alture non si abbattono con i pensieri, ma con le decisioni. È necessario tagliare oggi un’altura concreta, una zona grigia o un compromesso che giustifichiamo. Dobbiamo tenere viva la “notte di Gabaon”, il tempo della verità in cui ammettiamo di essere solo ragazzi che non sanno come regolarsi. Ogni vera sapienza ricomincia da quella docilità. La custodia del cuore resta la prima responsabilità di ogni credente.

Lasciando la cripta, mi appunto una preghiera: Signore, mi hai dato luce e mi hai orientato molte volte. Oggi custodisci il mio cuore perché resti tutto con Te. Smaschera ciò che mi attira lontano da Te e da me e donami umiltà prima che l’abitudine mi renda cieco. Dammi il coraggio di abbattere le mie alture e di tornare a Te senza scuse. Per amore della Tua promessa, non lasciarmi perdere tempo e centro. Donami un cuore docile, oggi e ogni giorno.

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