Cari amici, questa mattina la mia mente è andata lontano. Mentre ascoltavo la Parola del Siracide, sono tornato alle tante esperienze di morte che il ministero mi ha fatto toccare con mano. Ho ripensato, in modo particolare, alle mamme a cui ho dovuto offrire una spalla per piangere la morte di un figlio. In quei momenti una carezza vale più di molte parole. Non l’ho mai considerata mia. È una carezza che chiedo al Signore, perché Dio non resta indifferente al dolore dell’uomo, soprattutto quando esso è il più odioso, come la morte innocente e prematura.
Mi sono meravigliato di questo pensiero. Quando i pensieri nascono in un clima di preghiera e di ascolto, meritano attenzione. A volte sono un richiamo, una luce, una direzione. Così, al termine della Messa, ho voluto fermarmi a mettere insieme ciò che mi si muoveva dentro.
Ho girato pagina del lezionario e ho riletto come Davide, sentendo avvicinarsi la fine, affidi al giovane figlio Salomone un testamento spirituale: “Io me ne vado per la strada di ogni uomo sulla terra. Tu sii forte e mostrati uomo. Osserva la legge del Signore tuo Dio… cammina davanti a lui con lealtà, con tutto il cuore e con tutta l’anima.” Poi sono tornato alla lettura di questa mattina e ho compreso meglio la scelta della liturgia.
La liturgia della Parola ci ha fatto fare una sosta. Davvero la Chiesa, madre e maestra, istruisce i suoi figli. Dopo le emozioni per la morte di Davide, come avviene normalmente nella vita, anche la liturgia si ferma. Non prosegue la lettura continuata. Prima di iniziare davvero la storia di Salomone, riserva un giorno al lutto, cantando l’elogio funebre per Davide. Questa sosta, se la guardiamo bene, è una lezione pratica su come si attraversa una fine. Ecco perché la mia mente era corsa ai lutti.
Dico “fine” perché riguarda la morte. A pensarci bene riguarda anche le tante conclusioni che punteggiano il cammino: una stagione che si chiude, un legame che cambia, una casa che si svuota, una salute che non è più quella di prima, un ruolo che si lascia, un progetto che termina. Ogni sacerdote lo sa: la vita dei fedeli è attraversata da tragedie e separazioni, da dolori improvvisi e da dolori lunghi. E spesso chiedono una cosa semplice e tremenda: come si fa a reggere?
La liturgia non risponde con un discorso generico. Presenta un elogio che diventa un metodo. Ci istruisce, passo dopo passo.
Il primo passo è riconoscere ciò che è avvenuto. “Davide si addormentò con i suoi padri.” Il linguaggio della Scrittura non rimuove, non drammatizza, non addolcisce con frasi facili. Dice la verità con pudore. Nel lutto questo è essenziale. Troppe volte c’è la tentazione di combattere il fatto, di vivere come se non fosse accaduto. La Parola ci dice di non farlo. Finché una conclusione non è riconosciuta, resta una ferita confusa. Quando viene riconosciuta, diventa dolore vero, e il dolore vero si può portare davanti a Dio.
Il secondo passo è fare memoria, non nostalgia. Ed è qui che interviene l’elogio funebre del Siracide. Non riprende la trama, non racconta il proseguimento. Offre un canto. Ne raccoglie l’essenziale. E nella sintesi emerge una verità decisiva: di un uomo non resta soltanto ciò che ha fatto, resta ciò che ha amato, ciò che ha adorato, ciò che ha lasciato fare a Dio. La memoria biblica non idealizza e non costruisce un’immagine perfetta. Riconosce l’essenziale. In ogni lutto questo è liberante: ricordare il vero, non il mito. Il mito è fragile, crolla appena lo tocchi. Il vero regge, e consola.
Il Siracide ricorda Davide giovane e ardente, capace di coraggio. Ricorda Davide re, custode del popolo. Ricorda Davide liturgo, innamorato della lode e della bellezza del culto. E poi pronuncia una frase breve, sobria, decisiva: “Il Signore gli perdonò i suoi peccati.” Non li cancella con un colpo di spugna. Non li racconta per curiosità. Li consegna alla misericordia. Non è imbarazzo. È sapienza. Il peccato, in fondo, riguarda il “tu” con Dio. Per questo la Scrittura non si ferma sul dettaglio, mette in luce l’essenziale: il perdono non copre il male, lo giudica e lo redime. La misericordia è più grande del peccato, e l’ultima parola sul male non è la nostra: è lo sguardo di Dio. Anche questo educa il lutto: una vita non si salva rendendola perfetta, si salva affidandola al Signore. La memoria cristiana non è un archivio. È una consegna.
Qui emerge anche un’altra lezione legata a Davide, che illumina bene il senso delle conclusioni. Davide, a un certo punto, desiderò costruire una casa al Signore. Era un desiderio buono, quasi spontaneo: rendere a Dio qualcosa. Eppure il Signore gli fece capire che non tutto è affidato alle mani dell’uomo. In un racconto la risposta suona come un rovesciamento: non sei tu che costruisci una casa a me, sono io che preparo una casa a te, una promessa che passa nella storia. In un altro racconto la Scrittura aggiunge anche un motivo severo e realistico: Davide è stato uomo di guerre e ha versato sangue, e il tempio sarà opera del figlio. È una pedagogia preziosa per ogni lutto e per ogni fine. Imparare ad accettare che alcune opere non saranno nostre, che certi desideri buoni restano incompiuti, che la vita, a un certo punto, chiede di consegnare. Non è una sconfitta. È un passaggio. È umiltà. È fiducia. È lasciare a Dio la regia.
Il terzo passo, infatti, è consegnare senza trattenere. Molti dolori diventano insopportabili quando ci aggrappiamo a ciò che non può tornare, quando cerchiamo di congelare la vita. La liturgia fa l’opposto: raccoglie ciò che è stato e lo affida. Nelle mani del Signore, che vede il cuore. E qui nasce una pace particolare. Non la pace di chi non soffre, la pace di chi soffre senza essere solo.
Il quarto e ultimo passo è riprendere il cammino senza colpa. Il testo di ieri, con semplicità disarmante, concludeva: “Salomone sedette sul trono di Davide suo padre e il suo regno si consolidò molto.” È una storia che continua. Non per dimenticare Davide. Per custodirlo nel modo giusto. Questo è un punto che spesso manca quando si accompagna un lutto: ripartire sembra tradimento. La liturgia ci educa: ripartire è fedeltà alla vita ricevuta, è responsabilità verso chi resta, è obbedienza al tempo che Dio continua a donare.
Ecco perché questa sosta proposta oggi dalla liturgia della Parola è così preziosa per chiunque, e in modo particolare per noi sacerdoti. Ci insegna come stare accanto alle persone senza frasi fatte, senza scorciatoie, senza spiritualismi. Ci insegna a guidare con la Scrittura: riconosci la fine, fai memoria del vero, consegna a Dio, riprendi a camminare. Dentro questa pedagogia, anche la tristezza trova posto. Non viene zittita. Viene abitata. E proprio perché viene abitata, non diventa disperazione.
Ho sbirciato la Parola di domani, l’ho subito chiusa. Domani la liturgia aprirà un passaggio meraviglioso con Salomone, un capitolo nuovo e luminoso. C’è sempre la tentazione di accelerare i tempi quando diventa insostenibile il presente. Il rispetto dei tempi è medicina salutare, per non farsi male. Oggi occorre restare ancora un istante con Davide, vivere pienamente questo ultimo atto, senza evadere, senza rimandare, senza soffocare. È così che la Chiesa, madre e maestra, ci insegna ciò che spesso nessuno fa: aiutarci ad attraversare le nostre conclusioni con verità, memoria, consegna e speranza.
Prima di lasciare la cripta ho voluto scrivere una preghiera per me. Spero diventi utile anche per voi: “Signore, quando una fine mi visita e il cuore si fa pesante, donami la grazia della verità. Insegnami a non negare il dolore e a non farmi inghiottire dal rimpianto. Dammi una memoria pura, capace di ricordare il vero e di benedire ciò che hai compiuto. Aiutami a consegnare nelle tue mani ciò che non posso trattenere. Donami di riprendere il cammino senza colpa, con fiducia e nella fedeltà. Tu che vedi il cuore, custodisci i nostri morti e custodisci anche me, perché ogni mia fine diventi un largo passaggio verso di Te.”
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