Cari amici, in questa mattinata uggiosa e umida, con quel freddo che non odora di neve e sa di mal di ossa, nel mio solito luogo di pace, la cripta dell’abbazia di San Felice, mi sono fermato a rileggere la prima lettura che la liturgia ci ha offerto nella Messa. Mentre l’ascoltavo proclamare, non nascondo che mi ha consegnato un momento che, dopo tanti giorni passati accanto a Davide, arriva quasi come un nodo alla gola: la sua morte. Curioso commuoversi davanti a un brano così sobrio. Forse è proprio questa sobrietà che obbliga a fermarsi, a rileggere, a lasciarsi toccare.
Davide sente avvicinarsi “la strada di ogni uomo sulla terra” e non spreca parole. Non fa bilanci celebrativi, non costruisce un monumento a se stesso. Raduna tutto in una consegna rivolta a Salomone, un figlio ancora giovane, un ragazzo che si prepara a regnare e che porta sulle spalle, senza saperlo fino in fondo, il peso di una promessa.
“Tu sii forte e mostrati uomo.” È una frase che sembra appartenere a un mondo lontano, eppure parla anche a noi. Qui la forza non è muscolo, non è durezza, non è orgoglio. È capacità di reggere la realtà, di non fuggire, di non barattare l’anima per una scorciatoia. È quella forza che si misura quando la vita non applaude e la coscienza è chiamata a scegliere.
E subito Davide indica la via: “Osserva la legge del Signore tuo Dio, procedendo nelle sue vie.” La Parola non è un corredo morale, è una strada. Davide, che abbiamo visto capace di slanci altissimi e di cadute vergognose, giunge qui a una limpidezza finale: ciò che salva un regno, ciò che salva un uomo, è camminare nelle vie di Dio.
Poi appare la promessa, formulata in modo radicale: “Con lealtà, con tutto il cuore e con tutta l’anima.” Non è una fedeltà di facciata, non è un rispettare il sacro per convenienza. È un intero orientato. È un cuore indiviso.
Davide non muore come una figurina edificante. Muore come un padre che, sentendo arrivare la fine, concentra tutto in poche frasi essenziali. E quelle frasi hanno la lucidità di un testamento: sii forte, mostrati uomo, osserva la legge, cammina davanti al Signore “con lealtà, con tutto il cuore e con tutta l’anima”. Resta l’impressione che la vita, alla fine, si riassuma lì: fedeltà, cuore, obbedienza, promessa.
Questo mi ha colpito oggi, perché arriva dopo la storia che la liturgia ci ha fatto attraversare. Abbiamo visto Davide scelto, unto, amato. Abbiamo visto Davide smarrito, trascinato dalla passione, accecato dalla vergogna, capace di inganno e persino di morte. Abbiamo visto Davide piangere, riconoscere, tornare. E ora lo vediamo alla fine, quasi spogliato di tutto, ridotto all’essenziale: la lealtà davanti a Dio. Si comprende allora che la grandezza di Davide non è l’assenza di peccato. È la serietà con cui prende Dio sul serio, anche quando è stato svergognato dalla verità. Per questo la sua morte rattrista: non si saluta un personaggio, si saluta un uomo reale, uno che ha attraversato il fuoco.
E la Scrittura sembra dirci che l’ultima parola su un uomo non la scrive il successo, non la scrive il fallimento, non la scrive neppure la caduta. La scrive la direzione. La scrive ciò che consegna. La scrive il modo in cui, alla fine, la vita indica Dio.
Dopo queste raccomandazioni, il testo aggiunge con una semplicità disarmante: “Davide si addormentò con i suoi padri.” Si addormentò. È la frase che ridimensiona tutto. Re, profeta, guerriero, poeta, peccatore, penitente, e alla fine uno come tutti. Eppure non è un “tutti” vuoto. È un “tutti” abitato dalla promessa. Una promessa che passa a Salomone e resta appesa a una condizione precisa: camminare davanti a Dio con lealtà. È un’immagine piena di pace, dentro la quale resta la gravità della morte e insieme una discreta speranza. Davide entra nel silenzio dei padri, nella compagnia di coloro che hanno camminato prima di lui, soprattutto nelle mani del Signore.
E intanto “Salomone sedette sul trono di Davide suo padre e il suo regno si consolidò molto.” La storia continua. Non è un dettaglio. È un messaggio. La vita della Chiesa e del mondo non si ferma su nessuno di noi, nemmeno sui grandi. Questo non umilia. Libera. Ricorda che non siamo indispensabili, siamo responsabili. Ricorda che ciò che conta non è durare, è trasmettere.
Oggi mi è rimasta addosso anche una tristezza, lo confesso. Dopo giorni di familiarità con Davide, leggere della sua morte ha qualcosa di umano e di vero. La Scrittura fa questo: ti fa compagnia, poi ti educa al distacco. Non serve a farci dire “che bella storia”. Serve a farci domandare, quasi con pudore: quando arriverà la mia ora, che cosa resterà davvero? Quale consegna potrò lasciare? Quale parola sarà la mia eredità?
C’è anche una luce quieta sotto questa tristezza: Davide, dopo tutto, muore da credente. Non muore aggrappato al potere, muore consegnando la via. Non cerca di immortalarsi, affida al figlio la fedeltà. La tristezza nasce perché finisce una compagnia. La pace nasce perché la compagnia finisce in Dio.
Cari amici, Davide oggi sembra rispondere per tutti noi: oltre la nostra morte resta la via. Resta la legge del Signore come cammino. Resta un cuore chiamato alla lealtà. Resta la promessa custodita, non come possesso, come servizio. Lascio la cripta con una preghiera nel cuore: “Signore, insegnami a vivere così, perché quando verrà la strada di ogni uomo, io possa consegnare non il mio nome, ma la tua via.”
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