Il Concilio senza fantasmi. La Parola che accetta di farsi capire
Cari amici, nel dibattito ecclesiale degli ultimi decenni il Concilio Vaticano II è stato spesso più evocato che letto. Da una parte lo si è superato invocando uno “spirito” sganciato dai testi. Dall’altra lo si è guardato con sospetto, fino a respingerlo come corpo estraneo alla Tradizione. Due atteggiamenti opposti, accomunati da un medesimo esito: il Concilio non ricevuto, non abitato, non lasciato parlare.
Nel cammino che stiamo seguendo con le catechesi di Leone XIV sulla Dei Verbum emerge una progressione lineare, sobria, profondamente ecclesiale. All’inizio la Rivelazione come dialogo di alleanza, nel quale Dio si rivolge a noi come ad amici. Poi il suo compimento in Gesù Cristo, incontro storico e personale che dona il Padre nello Spirito. Con questa quarta catechesi il Papa compie un passaggio decisivo, richiamando il punto che regge tutta l’ermeneutica cattolica della Scrittura: la Sacra Scrittura, letta nella Tradizione viva della Chiesa, è “uno spazio privilegiato d’incontro” nel quale Dio continua a parlare agli uomini e alle donne di ogni tempo.
Leone XIV aggiunge subito un chiarimento che oggi è necessario ripetere con limpidezza: “i testi biblici… non sono stati scritti in un linguaggio celeste o sovrumano”. Questo significa che Dio ha scelto di parlare servendosi di linguaggi umani, assumendo davvero la nostra condizione, fino alla forma concreta delle parole. La Dei Verbum lo esprime con una frase densissima, che il Papa richiama: “le parole di Dio, espresse con lingue umane” diventano simili al parlare dell’uomo (DV 13).
Qui si tocca uno dei nodi più delicati del postconcilio. Il “fantasma” dello spirito del Concilio tende a sciogliere il testo dentro interpretazioni mobili, guidate più dal clima culturale che dalla fede della Chiesa. Il “fantasma” del tradizionalismo tende a rigettare il Concilio, trattandolo come una frattura da respingere. In entrambe le posture, il baricentro si sposta fuori dal testo e fuori dalla ricezione ecclesiale.
Il Papa mette ordine con una frase che merita di essere presa alla lettera: “qualsiasi approccio… che trascuri o neghi” una delle due dimensioni “risulta parziale”. Non è un invito alla moderazione. È un principio teologico che taglia via due riduzioni ugualmente nocive.
Da una parte, avverte il Papa, la rinuncia allo studio delle parole umane di cui Dio si è servito può sfociare in letture “fondamentaliste o spiritualiste” che tradiscono il significato. Dall’altra parte è riduttiva una lettura che trascura l’origine divina e finisce per intendere la Scrittura come “un testo solo del passato”, oppure come un puro oggetto tecnico. La via cattolica non è una mediazione diplomatica tra estremi. È l’unità reale delle due dimensioni, custodita nella fede della Chiesa.
Anche sul tema dell’ispirazione Leone XIV offre una precisazione preziosa. Ricorda che per secoli si è insistito così tanto sull’azione divina da considerare quasi gli autori umani come strumenti passivi. La Dei Verbum riconosce Dio come autore principale, riconosce gli agiografi come “veri autori” (DV 11). Il Papa lo riassume con una frase che vale più di molte dispute: “Dio non mortifica mai l’essere umano e le sue potenzialità”.
Da qui discende una conseguenza pastorale che non riguarda solo gli studiosi. Il Papa avverte che questo principio vale anche per l’annuncio: quando perde contatto con la realtà, quando ignora le speranze e le sofferenze degli uomini, quando usa un linguaggio incomprensibile o anacronistico, diventa inefficace. In ogni epoca la Chiesa è chiamata a riproporre la Parola con un linguaggio capace di incarnarsi nella storia e raggiungere i cuori.
In questo orizzonte la Tradizione viva appare per ciò che è. Non uno spazio di riscrittura creativa, non un archivio chiuso da difendere con sospetto. È il luogo ecclesiale nel quale la Parola continua a risuonare e a generare vita, sotto la guida dello Spirito. Qui i fantasmi contrapposti del postconcilio perdono consistenza, perché torna centrale la ricezione reale del testo conciliare.
Il criterio finale è affidato a Sant’Agostino, citato dal Papa con precisione: chi crede di aver capito la Scrittura, se non edifica la duplice carità verso Dio e verso il prossimo, non l’ha ancora capita. Non è un consiglio morale. È un criterio di autenticità. Smonta l’intellettualismo che accumula analisi senza conversione. Smonta l’identitarismo che usa la Scrittura come bandiera.
La catechesi di Leone XIV restituisce solidità alla Dei Verbum e, con essa, al Concilio stesso. Ne mostra la forza interna e la capacità di custodire insieme la trascendenza della Parola e la sua incarnazione nella storia. Ripartire da una lettura autentica del Concilio significa una cosa concreta: riceverlo come atto della Chiesa, nella Chiesa, per la vita della Chiesa, lasciandosi convertire da una Parola che continua a parlare perché ha scelto, fin dall’inizio, di farsi capire.
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