Quando accogliere una persona significa aiutarla a leggere con maggiore verità la propria vita
Cari amici, ci sono colloqui dai quali usciamo con la sensazione di essere stati finalmente ascoltati. Abbiamo potuto raccontare ciò che ci preoccupava senza essere interrotti, abbiamo incontrato uno sguardo capace di accogliere anche le parti più confuse della nostra storia e, almeno per qualche momento, quella vicinanza ci ha permesso di respirare. È già molto, soprattutto quando arriviamo da esperienze nelle quali ogni parola veniva immediatamente giudicata o interpretata.
Può accadere, però, che dopo qualche tempo emerga una domanda ulteriore. Essere stati compresi ci ha aiutati a portare meglio ciò che stavamo vivendo, mentre la situazione che avevamo raccontato rimane ancora difficile da leggere. La relazione ci ha dato sollievo e sentiamo di avere ancora bisogno di qualcuno che ci aiuti a comprendere dove stiamo andando.
È proprio dentro questo passaggio che si colloca una parte delicata dell’accompagnamento cristiano.
L’ascolto possiede un valore che non dovrebbe mai essere ridotto a una tecnica preliminare. Una persona comincia spesso a vedere con maggiore chiarezza ciò che porta dentro proprio perché trova qualcuno capace di lasciarle il tempo necessario per raccontarsi. Mentre mette in parole la propria esperienza, distingue lentamente ciò che prima appariva confuso e scopre collegamenti dei quali non era consapevole. Chi ascolta offre quindi qualcosa che appartiene già alla cura: crea uno spazio nel quale la persona può abitare la propria storia senza esserne immediatamente schiacciata.
Francesco, parlando nell’Evangelii gaudium dell’arte dell’accompagnamento, ha utilizzato l’immagine molto bella di chi si toglie i sandali davanti alla terra sacra dell’altro. È un’immagine che custodisce bene il senso di una relazione pastorale nella quale nessuno può entrare nella coscienza di un’altra persona come se si trovasse in un territorio da conquistare. Ogni storia porta dentro di sé una profondità che appartiene anzitutto a Dio, e chi accompagna può avvicinarsi soltanto con rispetto.
Nello stesso insegnamento, l’accompagnamento viene descritto come un cammino che aiuta la persona a crescere nella propria relazione con Dio e a maturare interiormente. Questo significa che la vicinanza possiede una direzione. Il rispetto della storia personale non lascia l’uomo semplicemente nel punto nel quale lo abbiamo incontrato; gli offre progressivamente la possibilità di comprendere ciò che vive alla luce del Vangelo e di assumere con maggiore libertà le proprie decisioni.
È pensando a questa dinamica che mi è venuta in mente un’espressione forse un po’ provocatoria: sedazione relazionale.
Non intendo usarla come categoria psicologica. Serve semplicemente a indicare ciò che può accadere quando una relazione di aiuto riesce soprattutto a diminuire il disagio immediato e finisce per lasciare intatta la domanda profonda che aveva condotto quella persona a chiedere aiuto. Si sente meno sola, ritrova per qualche tempo una maggiore serenità e continua a non comprendere che cosa la propria situazione stia chiedendo alla sua libertà.
Una simile modalità nasce quasi sempre da intenzioni sincere. Chi accompagna conosce la fragilità di alcune persone e sa che una parola pronunciata senza misura può ferire profondamente. Avverte anche quanto sia facile trasformare il consiglio spirituale in una forma di controllo e comprende che la coscienza dell’altro possiede tempi che devono essere rispettati. Tutto questo appartiene alla prudenza pastorale e merita di essere custodito.
La prudenza raggiunge la propria maturità quando sa discernere anche il momento nel quale una persona può ricevere una parola capace di orientarla.
Qui la carità incontra una responsabilità particolarmente esigente, perché chi accompagna deve imparare a stare vicino senza appropriarsi della libertà altrui e, nello stesso tempo, a offrire un criterio quando quella libertà rischia di muoversi dentro una lettura parziale della realtà.
Non si tratta di decidere al posto dell’altro. L’accompagnamento cristiano dovrebbe condurre esattamente nella direzione opposta, aiutando una persona a diventare progressivamente più capace di stare davanti a Dio e di assumere con consapevolezza ciò che riconosce come bene.
Ci sono situazioni nelle quali questa crescita comincia attraverso una domanda. Una persona racconta una scelta e forse non ha ancora mai considerato le conseguenze che essa sta producendo nella propria vita. Chiederle dove quella strada la stia conducendo può essere più utile di offrirle immediatamente una conclusione. In altri momenti, dopo un lungo cammino e quando la relazione è diventata sufficientemente solida, può arrivare anche una parola più esplicita, pronunciata con quella delicatezza che permette di distinguere il giudizio su una scelta dal giudizio sulla persona.
Questa distinzione è particolarmente importante nel nostro tempo, perché comprendere viene facilmente percepito come approvare.
Una persona può ascoltare «capisco perché sei arrivato a questa decisione» e ricordare, qualche giorno dopo, di aver ricevuto una conferma della propria scelta. Non sempre si tratta di una manipolazione consapevole. Quando siamo coinvolti emotivamente, tendiamo a trattenere dalle conversazioni ciò che ci aiuta a dare stabilità alla lettura che abbiamo già costruito.
Per questo chi accompagna può avere la responsabilità di chiarire con grande serenità ciò che intende. Può riconoscere il dolore che ha condotto a una decisione e, nello stesso colloquio, invitare la persona a interrogarsi sul bene verso il quale quella decisione conduce. In questo modo l’accoglienza rimane intatta e diventa il terreno nel quale può crescere un discernimento più profondo.
Anche il sacerdote deve continuamente ricordare che la coscienza di chi gli parla non gli appartiene.
Il ministero dell’accompagnamento diventa fecondo quando aiuta la coscienza a formarsi. La persona non dovrebbe uscire da un percorso spirituale sempre più dipendente dall’approvazione di chi la accompagna; dovrebbe imparare a riconoscere più chiaramente la presenza di Dio nella propria vita e ad assumere le proprie responsabilità con una libertà più adulta.
Questo richiede tempo.
Talvolta chi accompagna comprende abbastanza presto un punto che l’altro riesce ancora soltanto a intravedere. La tentazione di accelerare il processo può essere forte, soprattutto quando la soluzione appare evidente. Eppure una verità ricevuta prematuramente rischia di rimanere esterna alla persona, quasi fosse una risposta corretta che non ha ancora trovato un luogo nel quale abitare.
L’arte pastorale consiste anche nell’attendere che la domanda maturi abbastanza da poter ricevere la luce che cerca.
Questa attesa non coincide con l’indifferenza. È una presenza vigile che continua ad ascoltare il cammino della persona e cerca il momento in cui una parola possa diventare feconda. A volte quel momento arriva durante un colloquio; altre volte una domanda lasciata aperta continuerà a lavorare molto più a lungo di una risposta immediata.
Ripenso spesso, come sacerdote, alla facilità con cui possiamo rifugiarci in due atteggiamenti che ci sollevano dalla fatica del discernimento. Possiamo offrire risposte già preparate, applicando principi veri senza aver ancora compreso abbastanza la persona che abbiamo davanti. Possiamo anche rimanere in una forma di ascolto così indefinita da evitare sistematicamente qualunque parola che potrebbe creare disagio.
Entrambe le vie permettono a chi accompagna di proteggersi.
La prima lo protegge dalla complessità della storia dell’altro, perché basta applicare una risposta conosciuta. La seconda lo protegge dal rischio di una relazione che potrebbe attraversare un momento difficile quando una parola necessaria viene finalmente pronunciata.
La carità pastorale chiede invece di rimanere dentro quella complessità.
Occorre conoscere la persona abbastanza da comprendere come una verità possa essere ricevuta e conoscere il Vangelo abbastanza da non ridurre l’accompagnamento alla sola gestione delle emozioni. È un equilibrio che non si raggiunge una volta per tutte, perché ogni storia domanda un discernimento nuovo.
Questo vale anche al di fuori della relazione sacerdotale.
Un genitore lo sperimenta quando un figlio gli consegna una scelta che suscita preoccupazione e comprende che la relazione potrà aiutarlo soltanto se rimarrà abbastanza sicura da permettere il confronto. Un educatore incontra la stessa responsabilità quando deve accompagnare un ragazzo a riconoscere le conseguenze delle proprie decisioni senza sostituirsi alla sua coscienza.
Anche l’amicizia conosce questo passaggio. Arriva talvolta un momento nel quale voler bene significa trovare una forma giusta per dire qualcosa che l’altro preferirebbe non ascoltare. La qualità di quella parola dipende molto dal luogo interiore dal quale nasce. Quando nasce dal bisogno di dimostrare che avevamo ragione, anche una verità può essere utilizzata in modo aggressivo. Quando nasce da un reale desiderio del bene dell’altro, cerca spontaneamente un linguaggio rispettoso e accetta anche il rischio di non essere immediatamente compresa.
Forse qui possiamo ritrovare qualcosa del significato autentico della paternità spirituale.
Un padre non desidera che il figlio rimanga indefinitamente dipendente da lui. Lo accompagna perché possa diventare capace di camminare con una libertà sempre più responsabile. Offre ciò che ha ricevuto dalla propria esperienza e dalla fede, lasciando che l’altro lo assimili secondo i tempi della propria maturazione.
Per questo un buon accompagnamento tende progressivamente a rendersi meno necessario.
Quando una persona impara a sostare davanti alla Parola, a riconoscere i movimenti che attraversano il proprio cuore e a leggere le conseguenze delle proprie scelte, la relazione con chi l’ha accompagnata cambia. Non scompare necessariamente, acquista una forma più libera.
È forse questo uno dei segni della sua riuscita.
Alla fine di un colloquio pastorale possiamo allora porci una domanda più ampia rispetto alla semplice soddisfazione di chi abbiamo incontrato. Possiamo chiederci se quella persona abbia trovato uno spazio nel quale sentirsi accolta e se, attraverso quell’accoglienza, abbia ricevuto una luce maggiore per continuare a leggere la propria vita davanti a Dio.
Qualche volta quella luce nascerà da una parola esplicita. In altri momenti sarà una domanda a continuare silenziosamente il lavoro iniziato durante il colloquio.
L’ascolto prepara il luogo nel quale una persona può ritrovare se stessa.
La carità, quando il cammino lo permette, l’aiuta anche a riconoscere verso dove vale la pena andare.
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