don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico

DOPO DAVIDE, LA NOTTE DI SALOMONE: QUANDO LA FEDE DIVENTA PERSONALE

Cari amici, ci sono mattine in cui la Parola sembra attenderti al varco per spalancare un orizzonte nuovo. È accaduto oggi, nel silenzio della cripta di San Felice, mentre il cuore portava ancora il peso del distacco da Davide. Dopo aver imparato ad attraversare ogni conclusione con verità, la liturgia ci mette davanti a un inizio che ha la forza di una rivelazione: l’incontro tra Dio e il giovane Salomone. Un racconto che da sempre mi fa vibrare il cuore. Non è soltanto cronaca di una successione. È il punto vitale in cui la storia di un uomo diventa accoglienza della grazia. In qualche modo è riverbero del primo vero incontro che ciascuno di noi ha avuto con Dio, quel passaggio decisivo da un Dio raccontato e intravisto nella vita di persone care, a un incontro personale, faccia a faccia con la sua Presenza, con la sua alterità e con il suo sguardo unico su di noi.

Per comprenderlo, occorre guardare Salomone dentro la sua storia. Entra in scena scardinando ogni logica umana. Non è il primogenito, non è il candidato ovvio. La sua elezione nasce dentro una storia che sorprende, perché Dio non segue graduatorie. Percorre la via dell’amore che chiama e affida. Anche la nostra storia chiede questo sguardo. Nessuno nasce per caso o per sbaglio. Davanti agli occhi di Dio resta un amore che precede, un amore che elegge, un amore che consegna un compito.

La Scrittura rende palpabile questo amore in un dettaglio luminoso. Davide lo chiamò Salomone, il Signore, tramite il profeta Natan, gli diede anche un nome che è una promessa: Iedidià, “amabile dal Signore”. Prima di qualunque merito, prima di qualunque prova, prima del trono, c’è una parola che lo definisce. E questa parola fa da prototipo per noi: la grazia ci precede. Non è premio per i capaci, è inizio per i piccoli.

Salomone abita una fedeltà che lo ha generato. Cresce all’ombra di un padre che ha vissuto Dio in ogni respiro, tra canti di gioia e abissi di peccato. E qui la pagina diventa vicinissima alla nostra esperienza. Anche noi, di solito, impariamo Dio attraverso mediazioni concrete: genitori, catechisti, parroci, un amico, una comunità. Ogni mediazione lascia un’eredità. Ogni eredità porta con sé un modo di pregare, un modo di sperare, un modo di rivolgersi al Signore.

Davide non fu soltanto un re. Fu il cantore d’Israele. Salomone conosce Dio anche attraverso quella scuola fatta di Salmi e di memoria. E poi riceve, come ultimo dono, le parole del padre morente: “Io me ne vado per la strada di ogni uomo; tu sii forte e mostrati uomo. Osserva i decreti del Signore tuo Dio, camminando nelle sue vie…” Quante volte anche noi riceviamo consigli e tracce di fede come eredità. La domanda, per Salomone, resta la stessa che resta per noi: come camminare nelle sue vie senza ascoltarne la voce?

Da qui entra in gioco la lettura di questa mattina. Un ragazzo re segue la via ordinaria dell’incontro con Dio: sale a Gabaon e offre sacrifici. È un modo povero e concreto di cercare il Signore, un bisogno di conoscere di persona colui che per il padre era stato l’unico amore. È lo sviluppo naturale di ciò che appartiene anche a noi: andare a Messa, pregare, offrire la nostra povertà in piccoli gesti. Salomone li vive come ricerca, non come semplice esecuzione. Qui si gioca la differenza tra una pratica che resta abitudine e una pratica che diventa desiderio. La modalità cambia tutto.

E Dio risponde. Lo raggiunge nel segreto del sonno, dove la corona non serve e l’uomo è nudo. È un incontro a tu per tu, senza mediatori. È una misericordia discreta che diventa una chiamata esigente.

Spesso il cammino spirituale inizia perché qualcuno ci ha trasmesso la fede, poi arriva una “notte a Gabaon”, un passaggio in cui la fede ricevuta chiede di diventare personale. In quel momento Dio non domanda prestazioni. Domanda verità. Chiede: chi sono io per te? La notte è il tempo in cui l’uomo è meno protetto dal ruolo e dall’immagine. È il tempo del passaggio. È un piccolo esodo interiore. Salomone passa dalla parola alla presenza, da un Dio che era “del padre” a un Dio che diventa Presenza diretta per il figlio.

E qui, nel cuore della notte, il Signore apre una domanda che mette a nudo: “Chiedimi ciò che io devo concederti.” È una porta spalancata. È anche una prova, perché ciò che domandiamo rivela ciò che amiamo, ciò che temiamo, ciò che cerchiamo davvero. Salomone risponde come figlio che ha memoria, e insieme come ragazzo che non recita. Ricorda la benevolenza di Dio verso Davide, non per vantarsi, per riconoscere una fedeltà che lo precede. Porta il padre davanti a Dio nel modo più sano: come radice, non come scudo.

Poi pronuncia una frase che è già sapienza: “Io sono un ragazzo; non so come regolarmi.” Questo è il coraggio più raro. Dire la verità su di sé senza vergogna, senza teatrino, senza maschere. Qui la Scrittura ci consegna una lezione che vale per tutti, e in modo particolare per chi ha responsabilità: maturità significa lucidità. Significa presentarsi davanti a Dio senza gonfiarsi e senza vittimismi. Significa stare nella propria piccolezza come in un luogo abitabile.

Ed ecco la richiesta. Salomone non chiede una lunga vita, non chiede ricchezze, non chiede la morte dei nemici. Chiede un cuore. “Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia… e distinguere il bene dal male.” La sapienza, nella Bibbia, non è una mente brillante. Non è cultura. Non è abilità nel cavarsela. È una luce che ordina l’uomo dall’interno. È la capacità di giudicare secondo Dio. È il discernimento che non confonde la convenienza con la verità, che non sacrifica il debole per salvare la faccia, che non chiama bene ciò che è male.

La sapienza è un cuore docile. Docile non significa debole. Significa non indurito. Un cuore docile ascolta prima di decidere, si lascia correggere, si lascia istruire, si lascia purificare. Un cuore docile resta libero, quindi è capace di giustizia. Per questo al Signore piace la richiesta di Salomone. Egli domanda bene, domanda per servire, domanda per il popolo. E Dio dona con larghezza: dona la sapienza, dona anche ciò che non era stato chiesto. È una regola spirituale semplice: quando il cuore è ordinato, i doni non diventano catene. Quando il cuore è confuso, anche i doni possono diventare occasione di smarrimento.

Cari amici, questa pagina non è solo da ammirare. È da usare. Quando arriva una scelta, grande o piccola, quando pesa una responsabilità, quando una relazione chiede verità, cerchiamo anche noi la nostra “notte a Gabaon”. Non serve un luogo speciale. Serve un poco di silenzio. Pochi minuti in cui smettiamo di recitare e diciamo al Signore la verità su di noi. Io sono piccolo. Non so come regolarmi. Ho bisogno di luce. Ho bisogno di un cuore docile.

Chiediamo prima un cuore, poi verranno le soluzioni. Chiediamo la capacità di distinguere il bene dal male. Chiediamo di servire, non di imporci. Chiediamo di non cercare la rovina dei nemici, perché a volte i nemici sono paure, orgogli, ferite, fantasmi interiori. Il discernimento rende liberi anche quando i problemi restano. E custodiamo una memoria pulita: ricordare chi ci ha preceduti davanti a Dio, non per restare prigionieri del passato, per riceverne la grazia come radice che sostiene.

Allontanandomi dalla piccola cripta, ripercorro con la mente la preghiera di Agostino unendola allo slancio di Salomone. Una preghiera che è la domanda che unisce ciò che Dio comanda e ciò che Dio dona, perché la grazia prende sul serio tutti, e noi desideriamo prendere sul serio la grazia: Signore, rendimi piccolo e vero davanti a te. Donami un cuore docile, capace di discernere, capace di servire. Ordina i miei desideri, perché io chieda ciò che ti piace e viva per compiere la tua volontà. “Dona ciò che comandi e comanda ciò che vuoi.”

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