Cari amici, ci sono momenti in cui le spiegazioni non aiutano. Sono i momenti nei quali alla fede viene chiesto soprattutto di stare, di abitare il silenzio e di non pretendere di risolverlo. La tragedia di Crans-Montana ha riportato molte famiglie davanti a questa soglia, dentro un dolore che nessuno può attraversare dall’esterno al posto loro.
Nel ministero sacerdotale capita di incontrare sguardi feriti davanti ai quali anche la parola più vera deve imparare la misura. Non perché manchi il Vangelo, ma perché non sempre è il tempo di spiegare. In certi passaggi la presenza precede il discorso e accompagna il buio senza forzarlo.
Rileggendo il discorso di Leone XIV ai familiari dei giovani deceduti, emerge con chiarezza questa postura. Il Papa entra nel dolore senza scorciatoie e riconosce con semplicità di non poter spiegare perché una prova simile sia stata chiesta a loro e ai loro cari.
Questa sobrietà non è una rinuncia della fede. È il riconoscimento che la fede non nasce dal possesso di tutte le risposte. Nasce anche dalla capacità di restare davanti alla ferita senza fuggire.
Leone XIV porta al centro la domanda più difficile, quella che attraversa la Scrittura e che Cristo stesso pronuncia sulla croce: «Perché?». Il grido del Figlio non viene corretto né addolcito. Diventa la lingua della fede quando il dolore mette alla prova ogni sicurezza.
La risposta del Padre non prende la forma di una spiegazione immediata. Il Papa richiama il silenzio dei tre giorni, il tempo nel quale la speranza sembra trattenuta e la Pasqua non è ancora visibile. La Risurrezione non viene usata per chiudere troppo presto il dolore. Viene annunciata come fondamento che permette di attraversarlo senza lasciarsene inghiottire.
Per questo Leone XIV può affermare che la speranza cristiana non è vana. Essa non coincide con il sentirsi meglio e non nasce da una consolazione superficiale. Si appoggia alla convinzione che Cristo è veramente risorto e che nulla può separare l’uomo dal suo amore.
In questo cammino appare Maria Addolorata. Il Papa affida a lei i familiari, riconoscendo nei loro cuori trafitti qualcosa del dolore vissuto da Maria ai piedi della Croce. Anche qui la forza dell’immagine sta nella sua discrezione: Maria resta, custodisce e attende.
Questa è forse una delle forme più vere della presenza ecclesiale davanti al lutto. La Chiesa non è chiamata a riempire ogni silenzio. Può stare accanto, pregare, sostenere e custodire la speranza quando chi soffre non riesce ancora a pronunciarla.
Una fede che non chiude il “perché” non è una fede debole. È una fede che accetta di attraversare il silenzio senza trasformarlo in vuoto e che continua ad affidarsi anche quando non comprende. In questa capacità di restare, la Chiesa ritrova uno dei suoi volti più umani e più evangelici.
Discorso di Papa Leone XIV ai familiari dei ragazzi deceduti a Crans-Montana, 15 gennaio 2026
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