don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico

CRESCERE UN FIGLIO CHE NON RIESCE A RICONCILIARSI CON IL PROPRIO CORPO

Due storie raccontate da Avvenire riportano una questione spesso trascinata dentro lo scontro ideologico alla sua realtà più dolorosa: quella di figli, genitori e famiglie che cercano di comprendere un disagio profondo rispetto al corpo sessuato. L’ascolto è indispensabile e la discriminazione non appartiene al Vangelo; proprio la complessità delle esperienze e l’incertezza che attraversa ancora il dibattito clinico chiedono però un accompagnamento capace di dare tempo al discernimento e di custodire, insieme alla persona, anche il significato del corpo ricevuto.

L’11 gennaio 2026 Avvenire ha pubblicato un articolo di Luciano Moia dal titolo Come si cresce un figlio che non riesce a riconoscersi nel proprio corpo. Ho continuato a pensarci anche dopo averlo letto, soprattutto perché il testo rinuncia deliberatamente al linguaggio che ormai accompagna quasi inevitabilmente la questione dell’identità di genere e prova a ricondurla dentro il luogo nel quale diventa molto meno semplice pronunciare sentenze: una famiglia.

Vengono raccontate due madri e due storie che hanno seguito percorsi differenti. In un caso il cammino si è orientato verso l’affermazione di una identità di genere diversa dal sesso di nascita; nell’altro viene descritta quella che l’articolo chiama «desistenza», attraverso un progressivo ritorno al riconoscimento del proprio sesso biologico. Dietro entrambe le vicende compaiono anni di domande, consultazioni, paure e decisioni che nessun osservatore esterno può ridurre onestamente a una scelta compiuta con leggerezza.

Questa è forse la prima cosa che la Chiesa dovrebbe imparare quando incontra simili situazioni. Prima delle nostre categorie esistono persone, e prima delle controversie esiste spesso una sofferenza che riguarda un ragazzo o una ragazza e attraversa inevitabilmente anche chi gli vive accanto.

Il Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese in Italia ha chiesto alle comunità cristiane di superare gli atteggiamenti discriminatori e di accompagnare le persone transgender insieme ai loro genitori. È un’indicazione pastorale che merita di essere presa sul serio, perché una famiglia che attraversa questa esperienza non dovrebbe trovare nella comunità cristiana un luogo nel quale nascondersi per paura del giudizio.

L’accoglienza diventa però realmente ecclesiale quando riesce a sostenere la persona anche dentro domande che non possiedono una risposta immediata. Accompagnare significa certamente ascoltare ciò che un ragazzo dice di sé, insieme alle paure, alle relazioni e alle eventuali altre fatiche che attraversano la sua vita; significa anche evitare che l’urgenza di togliere la sofferenza costringa troppo rapidamente a definire quale debba essere l’esito dell’intero percorso.

Su questo punto il dibattito medico internazionale mostra oggi una situazione molto più complessa di quanto spesso appaia nei social network.

Negli Stati Uniti l’American Academy of Pediatrics continua a sostenere un approccio definito gender-affirming e considera necessario che i giovani transgender e gender-diverse possano accedere a cure appropriate e non discriminatorie. In Inghilterra, dopo la revisione indipendente condotta da Hilary Cass, il Servizio sanitario nazionale ha invece modificato profondamente l’organizzazione dell’assistenza ai minori, insistendo su una valutazione più ampia della salute e dello sviluppo del ragazzo e limitando fortemente l’accesso agli interventi farmacologici.

Nel 2026 il NHS inglese ha reso definitiva una nuova specifica per i servizi rivolti ai bambini e agli adolescenti con incongruenza di genere. I bloccanti della pubertà non vengono più offerti come trattamento routinario e la politica relativa agli ormoni mascolinizzanti o femminilizzanti è stata sottoposta a una nuova revisione dopo che l’analisi delle evidenze aveva giudicato ancora limitata la qualità dei dati disponibili.

Questo non autorizza a concludere che una parte possieda ormai tutta la scienza e l’altra sia semplicemente ideologica. Dimostra qualcosa di più sobrio e, per chi accompagna adolescenti, forse più importante: esistono ancora questioni cliniche reali sulle quali la medicina continua a discutere.

Le revisioni sistematiche pubblicate dal gruppo dell’Università di York, che ha lavorato anche a supporto della Cass Review, hanno rilevato una scarsità di ricerca di alta qualità sugli effetti dei bloccanti della pubertà e dei trattamenti ormonali negli adolescenti. Per gli ormoni sono stati osservati in alcuni studi miglioramenti psicologici, mentre rimangono insufficienti i dati per diverse altre conseguenze; per i bloccanti, le evidenze sugli esiti psicologici e psicosociali sono state giudicate limitate o inconsistenti e sono emerse questioni riguardanti la salute ossea.

Sono dati che impongono una particolare disciplina nel modo di parlare. Sarebbe improprio trasformarli in un verdetto universale contro ogni intervento, così come sarebbe imprudente presentare alcune procedure come se il loro rapporto tra benefici, rischi ed effetti a lungo termine fosse ormai definitivamente acquisito.

Davanti a un figlio reale questa incertezza non può diventare paralisi. Può diventare prudenza.

La prudenza cristiana non è la virtù di chi rimanda tutto perché ha paura di decidere. È la capacità di cercare il bene concreto di una persona dentro una realtà complessa, raccogliendo gli elementi disponibili e rispettando il tempo necessario perché ciò che è ancora in maturazione possa mostrarsi con maggiore chiarezza.

L’adolescenza, del resto, è precisamente un tempo nel quale il rapporto con il corpo può attraversare trasformazioni profonde. Il corpo cambia rapidamente, lo sguardo degli altri acquista un peso nuovo, la sessualità entra con forza nella coscienza e l’identità personale cerca progressivamente una propria forma. Tutto questo non rende irreale il disagio di genere e non permette di liquidarlo come una semplice fase; suggerisce però di non dimenticare che colui che soffre è anche una persona in crescita.

Un genitore che ascolta seriamente il proprio figlio può quindi rifiutare due tentazioni opposte: considerare immediatamente quel racconto come fantasia da correggere oppure interpretarlo fin dall’inizio come una conclusione definitiva sulla sua identità.

Tra queste due scorciatoie esiste uno spazio molto più faticoso, nel quale si rimane accanto a un ragazzo e si cerca di comprendere ciò che sta vivendo senza abbandonarlo e senza pretendere che ogni domanda abbia già trovato la propria risposta.

Qui la fede cristiana porta una convinzione che le appartiene e che non ha motivo di nascondere: il corpo umano non è estraneo alla persona.

Dignitas infinita ricorda che la dignità dell’uomo riguarda l’unità di anima e corpo e che il corpo stesso partecipa alla dignità dell’immagine di Dio. La differenza sessuale, nella comprensione cristiana dell’uomo, appartiene quindi alla realtà personale ricevuta e non può essere trattata semplicemente come una materia biologica sulla quale l’identità interiore eserciterebbe una sovranità assoluta.

Questa affermazione antropologica non autorizza nessuno a usare il corpo come un argomento contro la persona che soffre.

Un ragazzo che prova un conflitto profondo con il proprio sesso non diventa improvvisamente un problema dottrinale da risolvere. Rimane un figlio di Dio, una persona da conoscere nella propria storia concreta e qualcuno al quale la comunità cristiana deve offrire una casa nella quale non venga deriso, umiliato o trasformato nell’oggetto delle guerre culturali degli adulti.

La Chiesa deve imparare a dire la verità in una forma che permetta alla persona di sentirsi ancora raggiunta dall’amore di Dio.

Questo riguarda anche i genitori. Una madre o un padre possono trovarsi improvvisamente davanti a parole che non avevano immaginato di ascoltare dal proprio figlio e sentirsi completamente impreparati. Talvolta ricevono pressioni opposte: da una parte chi chiede loro una immediata conferma di ciò che il figlio sta esprimendo, dall’altra chi interpreta persino l’ascolto come una resa all’ideologia.

Una famiglia non dovrebbe essere lasciata dentro questa alternativa.

Ha bisogno di professionisti competenti, capaci di valutare l’intera situazione del ragazzo, compresa la salute psicologica e le eventuali altre difficoltà che possono essere presenti. Ha bisogno di tempo e di relazioni nelle quali le domande possano essere pronunciate senza che ogni esitazione venga interpretata come ostilità. Se è una famiglia cristiana, dovrebbe poter trovare anche pastori e comunità capaci di accompagnarla senza trasformare il confessionale, la catechesi o la vita parrocchiale in un altro campo di battaglia.

Esiste poi una responsabilità particolare nel modo in cui utilizziamo le storie di coloro che hanno attraversato percorsi differenti.

La storia di chi prosegue nella transizione non può essere usata per dimostrare che ogni giovane che sperimenta disforia o incongruenza debba necessariamente compiere lo stesso cammino. Allo stesso modo, l’esperienza di chi successivamente si riconcilia con il proprio sesso di nascita non autorizza a concludere che ogni altra storia seguirà quella traiettoria.

Le biografie non sono studi clinici e le persone non sono argomenti.

Possono però ricordarci qualcosa che i dibattiti ideologici dimenticano facilmente: esistono esiti differenti, le esperienze umane possono modificarsi e un accompagnamento responsabile dovrebbe lasciare aperto uno spazio sufficiente perché la persona possa maturare senza sentirsi prigioniera dell’etichetta con cui è stata definita in un momento della propria crescita.

Anche il linguaggio merita attenzione.

Parole rispettose possono impedire che una persona venga umiliata e permettono una relazione nella quale sia possibile continuare a parlarsi. La cura del linguaggio non obbliga a rinunciare alle proprie convinzioni antropologiche e teologiche; chiede piuttosto di ricordare che la verità cristiana non ha bisogno del disprezzo per diventare più chiara.

La Chiesa conosce bene questa tensione. Da sempre accompagna persone la cui esperienza concreta non coincide immediatamente con la forma piena del bene che annuncia. Se attendesse che ogni uomo avesse già risolto tutte le proprie contraddizioni prima di accoglierlo, le sue chiese potrebbero tranquillamente rimanere vuote.

L’accompagnamento nasce precisamente perché la vita possiede tempi nei quali la verità viene cercata, accolta lentamente e talvolta combattuta.

Questo vale anche per il corpo.

Nella fede cristiana esso non rappresenta semplicemente un limite da sopportare. Il Figlio di Dio ha assunto una carne reale; la redenzione raggiunge l’uomo nella sua unità; la professione di fede cristiana termina aspettando la risurrezione della carne. Il corpo appartiene perciò alla vocazione della persona e porta un significato che non dipende interamente da ciò che in un determinato momento riusciamo a sentire.

Può accadere che quel significato sia vissuto con dolore, ed è precisamente allora che diventa necessario accompagnare senza brutalità.

Dire a qualcuno che il proprio corpo possiede un senso non significa ordinargli di smettere di soffrire. Significa offrirgli la possibilità che quella sofferenza possa essere esplorata senza assumere immediatamente che il corpo stesso ne sia la causa definitiva o l’elemento che deve necessariamente essere modificato.

Questa disposizione richiede molta umiltà anche da parte della Chiesa.

Un sacerdote non sostituisce lo psicologo, il pediatra o lo psichiatra; allo stesso modo, nessuno specialista può decidere al posto della teologia cristiana quale significato ultimo attribuire alla corporeità e alla differenza sessuale. Le competenze possono dialogare senza confondersi, proprio perché la persona è più grande di qualunque disciplina che provi a comprenderla.

L’articolo di Avvenire mi sembra prezioso soprattutto perché ci costringe a ritornare alle famiglie reali. Una madre racconta una storia, un’altra ne racconta una diversa, e nessuna delle due può essere ridotta a una casella nel dibattito pubblico.

Tra quelle esperienze rimane aperta una domanda che non abbiamo bisogno di chiudere artificialmente.

Come si cresce un figlio che non riesce a riconciliarsi con il proprio corpo?

Forse si comincia facendo ciò che ogni buon genitore è chiamato a fare quando un figlio attraversa una sofferenza che non comprende ancora completamente: rimanergli vicino abbastanza da ascoltarlo, cercare aiuto competente senza delegare ad altri l’intera responsabilità educativa e conservare sufficiente libertà da non trasformare il presente in una sentenza sul futuro.

Per una famiglia cristiana vi è anche qualcosa di più. Significa continuare a guardare quel figlio dentro la certezza che la sua dignità non dipende dalla facilità con cui riesce ad abitare il proprio corpo e che Dio non cessa di chiamarlo proprio dentro la storia concreta che sta vivendo.

È questo sguardo che la comunità ecclesiale dovrebbe imparare a offrire: una vicinanza che non umilia e una verità che non abbandona, nella pazienza necessaria perché una persona possa crescere senza essere consegnata né alla paura degli adulti né alla fretta di dover sapere subito chi sarà.

Rispondi

Scopri di più da Due palmi sopra il cuore

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere