Cari amici, con l’inizio del Tempo Ordinario la liturgia compie un gesto semplice e decisivo: ci riporta sulla riva di un fiume, in un giorno qualunque, lontano dalle solennità appena celebrate. È dentro questa cornice ordinaria che Giovanni il Battista pronuncia una delle frasi più dense del Vangelo: «Ecco l’Agnello di Dio».
Dio ama farsi riconoscere proprio nella ferialità, senza attendere condizioni ideali o momenti straordinari. Giovanni non sceglie titoli di potenza né immagini di dominio. Dice «agnello», una parola fragile e disarmata, che porta con sé la memoria pasquale di Israele e orienta subito verso una salvezza che passa attraverso il dono di sé.
Per cogliere il peso di questa indicazione bisogna guardare anche alla figura del Servo del Signore descritta da Isaia. Chiamato fin dal seno materno, il Servo vede la sua missione dilatarsi oltre i confini d’Israele fino a diventare luce delle nazioni. La salvezza di Dio eccede sempre le nostre misure e nasce da una vita consegnata alla sua volontà.
Il Salmo raccoglie questo movimento in una parola essenziale: «Ecco, io vengo per fare la tua volontà». Il culto vero prende forma in un’esistenza che si lascia abitare da questa disponibilità. Anche Paolo, scrivendo ai Corinzi, ricorda che siamo santificati per chiamata: la vita cristiana nasce da un dono ricevuto prima ancora che da una risposta consapevole.
Colpisce poi l’insistenza di Giovanni: «Io non lo conoscevo». Eppure Giovanni gli è legato da una familiarità umana. Questa frase illumina qualcosa che riguarda anche noi: la vicinanza religiosa, la consuetudine con il Vangelo e perfino una lunga pratica ecclesiale non coincidono automaticamente con la conoscenza vera di Cristo. Si può vivere accanto alle cose di Dio senza aver ancora lasciato che esse ci conducano davvero a Lui.
Giovanni riconosce Gesù perché vede lo Spirito scendere e rimanere su di lui. Quel «rimanere» dice una presenza stabile, una dimora, qualcosa che trasforma in profondità. Anche il Battesimo ci consegna questa verità: la vita cristiana non è un episodio emotivo, è una vita abitata da Dio.
In questo tempo torna allora preziosa una preghiera antica, imparata da bambini: «Ti ringrazio di avermi creato e fatto cristiano». Non siamo cristiani per conquista personale. Lo siamo per vocazione, perché una grazia ci ha raggiunti dentro la nostra storia concreta.
Giovanni testimonia indicando e facendosi da parte. L’Agnello rivela una forza che coincide con la mitezza e con il dono. La vita cristiana si comprende come risposta a una chiamata che precede le nostre capacità e accompagna anche le fragilità.
L’Agnello di Dio passa anche oggi nella normalità dei nostri giorni, nelle relazioni, nel lavoro, nelle attese silenziose. Il Tempo Ordinario comincia così: con un dito puntato verso Cristo e con la consapevolezza pacata di essere stati chiamati per nome.
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