don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

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Cari amici, il primo discorso di Leone XIV al Concistoro straordinario è stato molto più di un intervento organizzativo. Ha avuto il tono di un orientamento ecclesiale, perché il Papa ha riportato l’attenzione sulle categorie fondamentali con cui la Chiesa comprende se stessa e la propria missione.

La scelta dell’Epifania come chiave di lettura è decisiva. Leone XIV parte dalla luce che viene da Cristo e richiama Lumen gentium 1, dove la Chiesa è presentata come realtà illuminata dal suo Signore. La Chiesa vive della luce che riceve e la riflette nella storia. Questo principio ridimensiona ogni forma di autoreferenzialità e restituisce alla missione il suo centro.

Il Concilio Vaticano II viene così collocato dentro Cristo, nella continuità della fede della Chiesa. Il riferimento a Lumen gentium mostra che la Chiesa può essere sacramento di unità proprio perché riconosce di non essere la sorgente della luce. La sua forza nasce dalla comunione con Colui che la precede e la invia.

Dentro questa prospettiva il Papa legge anche i pontificati che hanno segnato il tempo successivo al Concilio. Paolo VI e Giovanni Paolo II vengono richiamati nella grande traiettoria conciliare, mentre Benedetto XVI e Francesco sono accostati attraverso la categoria dell’attrazione. Il punto teologico è molto chiaro: «non è la Chiesa che attrae ma Cristo».

L’attrazione di cui parla Leone XIV nasce dalla charis, dalla grazia e dalla carità di Cristo. Una comunità cristiana diventa credibile quando lascia trasparire l’amore che viene dal Signore e quando la comunione rende visibile qualcosa della sua presenza. Per questo il Papa può richiamare anche l’espressione «solo l’amore è credibile».

Il riferimento alla Caritas Christi conduce direttamente al tema della collegialità. L’amore di Cristo raduna ciò che è disperso e rende possibile una forma di comunione che non nasce dall’uniformità. In questa luce il Concistoro non appare come un semplice strumento consultivo, ma come un luogo nel quale il Papa desidera ascoltare i cardinali e condividere con loro il peso del discernimento.

Leone XIV lo dice con molta semplicità: l’incontro non è convocato per produrre necessariamente un testo. Il suo scopo è favorire una conversazione capace di aiutare il Papa nel governo della Chiesa. È un’indicazione importante, perché restituisce valore al tempo dell’ascolto e al confronto reale, senza trasformare ogni processo ecclesiale in una macchina destinata a generare documenti.

Anche il richiamo al principio non multa sed multum va nella stessa direzione. Conta la qualità del discernimento, la capacità di concentrarsi su ciò che è essenziale e di creare uno spazio nel quale la parola possa essere ascoltata con libertà e responsabilità. La collegialità, in questa prospettiva, è una forma concreta di comunione al servizio del governo.

Questo discorso rende difficile una lettura ideologica del pontificato. Il Vaticano II viene assunto senza complessi, dentro la Tradizione viva della Chiesa, e la centralità di Cristo impedisce di ridurre il rinnovamento ecclesiale a un semplice progetto organizzativo. Allo stesso tempo, l’insistenza sulla collegialità e sulla conversazione mostra che il governo della Chiesa non viene pensato come esercizio solitario.

Il tratto più interessante del discorso sta forse proprio qui: Leone XIV non introduce una nuova etichetta per descrivere la Chiesa. Riporta l’attenzione all’ordine delle realtà. Cristo è la fonte della luce; la Chiesa vive della sua grazia; la comunione rende possibile il discernimento; il governo riceve forza dall’ascolto e dalla carità. È un ordine antico, che conserva una sorprendente capacità di orientare anche le questioni più nuove.

Testo integrale del discorso di Papa Leone XIV al Concistoro straordinario

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