La povertà di chi guida e la libertà di lasciarsi aiutare da Cristo
Cari amici, questa mattina, dopo la celebrazione eucaristica nell’abbazia ancora immersa nel freddo di gennaio, sono rimasto qualche tempo davanti al Vangelo della moltiplicazione dei pani. È una pagina che conosciamo così bene da rischiare di attraversarla seguendo soltanto il movimento più evidente: la folla che ha fame, il poco cibo disponibile, Gesù che lo benedice e quella sovrabbondanza finale capace di raggiungere tutti.
Questa volta mi sono fermato su un particolare più discreto. Davanti alla fame della gente, anche i discepoli scoprono di avere ben poco da offrire. Quando Gesù li coinvolge nella situazione, essi non possiedono una riserva nascosta alla quale attingere e non hanno già pronta la soluzione. Devono guardarsi attorno, verificare ciò che c’è, riconoscere la sproporzione tra il bisogno che hanno davanti e le possibilità reali di cui dispongono.
È una scena che mi sembra particolarmente preziosa per chiunque nella Chiesa abbia ricevuto una responsabilità.
Nel tempo può insinuarsi l’idea che guidare significhi trovarsi sempre un passo avanti rispetto agli altri, possedere una risposta quando tutti hanno domande e disporre di quella sicurezza interiore che consentirebbe di indicare immediatamente la strada. È una rappresentazione rassicurante dell’autorità, anche perché permette a chi guarda dall’esterno di immaginare che qualcuno, da qualche parte, sappia già perfettamente che cosa fare.
Il Vangelo offre un’immagine molto più umana.
Gli uomini che vivono accanto a Gesù e ascoltano ogni giorno la sua parola si trovano davanti a una necessità concreta che supera le loro risorse. La vicinanza al Maestro non li sottrae alla condizione di chi deve discernere, cercare e perfino riconoscere di non avere ciò che sarebbe necessario.
Questo non diminuisce il loro ministero. In qualche modo ne rivela la verità.
Il discepolo non viene posto tra Cristo e gli altri come proprietario di una riserva spirituale da amministrare. Rimane egli stesso qualcuno che riceve. Può dare perché ciò che passa attraverso le sue mani gli è stato prima consegnato.
Mi sembra che questo particolare evangelico aiuti anche a leggere ciò che sta accadendo in questi giorni a Roma. Aprendo il Concistoro straordinario con i Cardinali, Leone XIV ha pronunciato una frase semplicissima: «Sono qui per ascoltare».
L’espressione acquista un peso particolare perché viene pronunciata dal Vescovo di Roma davanti agli uomini chiamati a collaborare più direttamente con lui nella sollecitudine per la Chiesa universale. Il Papa non presentava quel momento come una consultazione formale già orientata verso conclusioni preparate. Diceva di avere bisogno di ascoltare, chiedeva ai Cardinali di ascoltarsi reciprocamente e spiegava che il lavoro di quei giorni avrebbe dovuto aiutarlo nel ministero che gli è stato affidato.
Questa disponibilità non rende più debole l’autorità petrina. La colloca dentro la sua forma ecclesiale.
Chi porta una responsabilità reale sa che il discernimento ha bisogno anche della parola degli altri, perché nessuna funzione ricevuta nella Chiesa coincide con l’onniscienza. Il ministero offre una responsabilità particolare nel decidere e nel custodire la comunione, mentre il modo con cui quella responsabilità viene esercitata può avere bisogno di consiglio, confronto e tempo.
Il Vangelo della moltiplicazione dei pani porta questa dinamica ancora più in profondità.
Davanti alla folla, i discepoli formulano una proposta ragionevole: congedare la gente perché possa procurarsi qualcosa da mangiare. Non è una risposta cinica. Esprime la valutazione concreta di persone che vedono il bisogno e conoscono la scarsità delle proprie risorse.
Gesù li conduce oltre quella prima valutazione coinvolgendoli direttamente: «Voi stessi date loro da mangiare».
La frase li espone alla loro insufficienza e, proprio attraverso quella insufficienza, li prepara a diventare strumenti di qualcosa che non potrebbero produrre da soli. Il loro compito comincia dal riconoscimento del poco che c’è realmente.
Forse una parte della maturità ministeriale passa proprio da qui.
Nei primi anni del sacerdozio si può essere facilmente tentati di pensare che l’efficacia dipenda dalla qualità della risposta che riusciamo a offrire. Con il passare del tempo, la vita pastorale ci pone davanti a situazioni nelle quali nessuna formula risolve davvero ciò che abbiamo di fronte. Una famiglia attraversa una ferita che non possiamo ricomporre con una frase ben detta; una comunità vive tensioni che richiedono tempo; una persona arriva con una sofferenza davanti alla quale la prima forma di fedeltà consiste semplicemente nel rimanere.
Sono momenti nei quali il sacerdote scopre che il proprio ministero conserva tutta la sua verità anche quando le mani sembrano vuote.
La povertà riconosciuta può diventare un luogo spiritualmente fecondo, perché ci sottrae alla tentazione di identificare il servizio con la nostra capacità di risolvere. Ci ricorda che siamo stati inviati a servire l’opera di Cristo e che proprio Lui rimane capace di raggiungere una persona attraverso vie che sfuggono al nostro controllo.
Questo vale anche oltre il ministero ordinato.
Esiste una forma di sicurezza religiosa che può abitare qualunque cristiano quando la fede viene percepita soprattutto come possesso di risposte. Si finisce allora per intervenire su ogni questione con una rapidità sorprendente, pronunciando giudizi su storie che conosciamo appena e immaginando che la chiarezza dottrinale dispensi dalla fatica di comprendere la realtà.
La fede possiede certamente un contenuto ricevuto e offre criteri senza i quali il discernimento diventerebbe arbitrario. La conoscenza di quei criteri cresce nella sua fecondità quando viene accompagnata dall’umiltà di chi sa che applicarli alla vita concreta richiede sapienza.
Anche i discepoli del Vangelo conoscevano Gesù e avevano ascoltato il suo insegnamento. Davanti a quella folla dovettero ugualmente imparare qualcosa che ancora non sapevano.
Il poco disponibile viene infine consegnato a Cristo. Egli prende il pane, rende grazie e lo distribuisce attraverso le mani degli stessi uomini che poco prima avevano constatato la propria impotenza.
Qui trovo una delle immagini più belle del ministero ecclesiale.
Le mani dei discepoli continuano a essere povere e diventano capaci di distribuire una sovrabbondanza che proviene da un Altro. La loro insufficienza non viene negata; entra nel gesto attraverso il quale Cristo nutre la folla.
Anche le dodici ceste raccolte alla fine possono essere contemplate dentro questa prospettiva. Il racconto evangelico non ci autorizza a trasformarle frettolosamente in un’allegoria matematica, quasi che ciascun Apostolo ricevesse la propria cesta personale. Il numero dodici possiede comunque una forte risonanza biblica e lascia intravedere una comunità che, dopo aver sperimentato la scarsità, si ritrova davanti a un dono più grande di ciò che aveva osato immaginare.
Il passaggio dalla povertà alla sovrabbondanza avviene attraverso Cristo.
Questa consapevolezza può liberare anche chi nella Chiesa porta responsabilità pesanti. A un vescovo, a un sacerdote o a chiunque sia chiamato a guidare viene chiesto di esercitare seriamente il proprio compito, usando l’intelligenza e assumendo decisioni quando diventano necessarie. Rimane sempre aperto uno spazio nel quale il pastore può riconoscere di avere bisogno di ascoltare e di essere aiutato a vedere.
Il Concistoro di questi giorni mi sembra offrire proprio questa immagine.
Leone XIV ha convocato i Cardinali perché il loro consiglio possa sostenerlo nel servizio petrino e ha indicato nell’ascolto reciproco uno stile destinato a continuare. Nel suo intervento conclusivo dell’8 gennaio ha poi ringraziato i partecipanti per un confronto vissuto in comunione, riconoscendo nei loro contributi un aiuto al proprio ministero di Successore di Pietro.
Non vedo in questo una diminuzione dell’autorità. Vedo qualcosa che il Vangelo conosce molto bene: la libertà di chi non deve fingere di possedere già tutto per poter realmente guidare.
Forse abbiamo bisogno di recuperare questa libertà anche nelle nostre comunità.
Un pastore può dire «non lo so ancora» quando una situazione richiede discernimento, continuando a portare interamente la responsabilità che gli appartiene. Può chiedere consiglio senza consegnare ad altri il proprio compito. Può ascoltare una voce inattesa e scoprire che essa gli mostra un aspetto della realtà che non aveva considerato.
Quando accade, l’autorità smette di essere costretta a proteggere continuamente la propria immagine.
E può tornare a servire.
Il Vangelo della moltiplicazione dei pani ci lascia allora davanti a una Chiesa nella quale nessuno ha bisogno di fingere di possedere il pane prima di averlo ricevuto dalle mani di Cristo. I discepoli rimangono accanto alla folla con la loro povertà reale e permettono al Signore di servirsi proprio di quelle mani insufficienti.
Forse è una delle immagini più serene che possiamo custodire per il nostro ministero.
Il pastore non deve dimostrare di essere la sorgente.
Gli basta rimanere abbastanza vicino a Cristo da riconoscere il dono quando gli viene consegnato e abbastanza vicino alla gente da sapere a chi distribuirlo.
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