Cari amici, chi segue questa pagina lo sperimenta spesso: ogni riferimento al Concilio Vaticano II accende reazioni opposte e speculari. Da una parte c’è chi ha trasformato il Concilio nel colpevole universale delle difficoltà della Chiesa, fino a oscurare il bene reale che esso ha portato. Dall’altra c’è chi, appellandosi allo stesso Concilio, ne ha forzato i testi e caricato l’evento di significati che i Padri conciliari non hanno mai inteso consegnare.
In mezzo restano molti fedeli disorientati, come se il Vaticano II fosse diventato un terreno minato anziché un evento ecclesiale da conoscere nella sua verità. Le contrapposizioni hanno finito spesso per occupare lo spazio che dovrebbe appartenere allo studio, alla ricezione e al discernimento.
È dentro questo clima ecclesiale che si colloca con particolare lucidità la scelta di Papa Leone XIV di avviare un nuovo ciclo di catechesi dedicato al Concilio Vaticano II. Il Papa lo presenta come «un’occasione preziosa per riscoprire la bellezza e l’importanza di questo evento ecclesiale» e indica subito il metodo: «sarà importante conoscerlo nuovamente da vicino, e farlo non attraverso il “sentito dire” o le interpretazioni che ne sono state date, ma rileggendo i suoi Documenti e riflettendo sul loro contenuto».
Qui c’è un punto fermo. Il Concilio non è una narrazione alternativa da preferire a un’altra, né un mito da difendere o una parentesi da cancellare. Appartiene al Magistero della Chiesa e chiede di essere letto nei suoi testi. Per questo Leone XIV afferma che i Documenti conciliari «costituiscono ancora oggi la stella polare del cammino della Chiesa». È una frase capace, da sola, di rimettere ordine in molte contrapposizioni.
Il Papa colloca il Vaticano II nella continuità della Tradizione, richiamando i Pontefici che lo hanno aperto, accompagnato e portato a compimento. Ricorda come l’11 ottobre 1962 san Giovanni XXIII, inaugurando l’assise conciliare, parlò del Concilio «come dell’aurora di un giorno di luce per tutta la Chiesa». L’immagine dell’aurora dice un inizio che nasce dentro una storia e la conduce avanti, senza cancellarla.
Accanto a questa immagine, Leone XIV richiama san Giovanni Paolo II, che definì il Vaticano II «la grande grazia di cui la Chiesa ha beneficiato nel secolo XX». Il Concilio viene così ricondotto alla sua natura ecclesiale: grazia ricevuta, responsabilità affidata, evento da comprendere nella fede della Chiesa.
Significativo è anche il riferimento a Benedetto XVI: «con il passare degli anni i documenti non hanno perso di attualità; i loro insegnamenti si rivelano particolarmente pertinenti in rapporto alle nuove istanze della Chiesa e della presente società globalizzata». L’attualità del Concilio, allora, non dipende dall’attribuirgli ciò che non ha detto. Nasce dalla capacità dei suoi testi di continuare a interrogare la Chiesa e il mondo.
Nel presentare i contenuti conciliari, il Papa mantiene un equilibrio teologico che merita attenzione. Il Concilio, afferma, «ha riscoperto il volto di Dio come Padre che, in Cristo, ci chiama a essere suoi figli». Ha guardato alla Chiesa «alla luce del Cristo, luce delle genti, come mistero di comunione e sacramento di unità tra Dio e il suo popolo». Ha promosso una riforma liturgica orientata al mistero della salvezza e alla partecipazione attiva e consapevole del Popolo di Dio. Ha aiutato la Chiesa a incontrare il mondo contemporaneo nel dialogo e nella corresponsabilità, facendosi eco delle sue speranze e delle sue angosce.
In questo orizzonte si comprende anche l’affermazione di san Paolo VI, ripresa dal Papa: «la Chiesa si fa parola; la Chiesa si fa messaggio; la Chiesa si fa colloquio». Il dialogo nasce da un’identità ricevuta e custodita; proprio per questo può diventare incontro reale.
Molto significativo è anche il richiamo a mons. Albino Luciani, futuro Giovanni Paolo I, che all’inizio del Concilio scriveva: «Esiste come sempre il bisogno di realizzare non tanto organismi o metodi o strutture, quanto santità più profonda ed estesa». E aggiungeva: «Può darsi che i frutti ottimi e copiosi di un Concilio si vedano dopo secoli e maturino superando faticosamente contrasti e situazioni avverse». Sono parole che aiutano a leggere anche le tensioni ecclesiali del presente senza fretta e senza semplificazioni.
Leone XIV conclude tornando ancora a san Paolo VI, che al termine del Concilio parlava di un tempo di grazia nel quale si incontravano «il passato, il presente e l’avvenire». È un’immagine capace di restituire il senso profondo della Tradizione: la Chiesa custodisce ciò che ha ricevuto, abita il proprio tempo e guarda avanti lasciandosi guidare dallo Spirito.
Seguiremo con attenzione questo ciclo di catechesi. Il metodo indicato dal Papa è già un programma: uscire dal «sentito dire», tornare ai Documenti, leggere con pazienza, confrontare le interpretazioni con i testi e lasciare che il Concilio venga restituito alla Chiesa intera.
Questo significa anche sottrarlo alle tifoserie. Il Vaticano II non appartiene ai progressisti e non appartiene ai tradizionalisti. Appartiene alla Chiesa. Proprio per questo chiede maturità, studio, ascolto e santità. Sarà questo il criterio con cui accompagneremo, catechesi dopo catechesi, la rilettura che Leone XIV sta proponendo.
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