don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico

Durante il volo da Istanbul a Beirut, mentre si chiudeva la parte turca del viaggio e il ricordo di Nicea era ancora immediato, Leone XIV ha aperto un orizzonte che porta molto più lontano del 1700° anniversario del Concilio. Parlando con i giornalisti, il Papa ha ricordato la possibilità di una celebrazione comune dei cristiani nel 2033, a duemila anni dalla Redenzione e dalla Risurrezione di Cristo, indicando Gerusalemme come possibile luogo dell’incontro. Non si tratta ancora di un programma definito, perché lo stesso Pontefice ha precisato che l’invito non è stato formulato. Proprio questa prudenza rende però più interessante la direzione indicata: dopo Nicea, il cammino dell’unità viene ricondotto verso il luogo dal quale nasce la fede della Chiesa.

La frase è arrivata quasi alla fine della conferenza stampa sul volo da Istanbul a Beirut. Leone XIV aveva già parlato della Türkiye, del ruolo che quel Paese potrebbe svolgere nei processi di pace e delle grandi questioni internazionali, quando Matteo Bruni gli ha suggerito di aggiungere una parola sull’incontro ecumenico di Nicea. Il Papa è tornato allora a ciò che aveva vissuto nelle ore precedenti e ha accennato a possibili appuntamenti futuri, tra i quali uno, nel 2033, legato ai duemila anni della Redenzione e della Risurrezione di Gesù Cristo.

Le parole utilizzate sono misurate. L’idea è stata accolta, l’invito non è stato ancora fatto e Gerusalemme viene indicata come una possibilità. Non siamo quindi davanti all’annuncio di un evento già organizzato e sarebbe scorretto trasformare una prospettiva in una decisione. Rimane però significativo che il Papa, dopo Nicea, guardi proprio verso Gerusalemme.

La geografia spirituale che si delinea possiede una coerenza profonda. Nicea ricorda il momento nel quale la Chiesa dovette confessare con chiarezza chi è Gesù Cristo, difendendo la fede nel Figlio consustanziale al Padre; Gerusalemme rimanda agli eventi nei quali quella confessione trova la propria sorgente storica, perché è lì che Cristo ha sofferto, è morto ed è risorto.

Il Credo custodisce in parole ciò che la Pasqua ha consegnato alla storia.

Per questo il possibile appuntamento del 2033 non sarebbe semplicemente un’altra celebrazione ecumenica da aggiungere al calendario. Se maturasse realmente, riporterebbe cristiani appartenenti a tradizioni differenti davanti al centro che precede le loro divisioni e che nessuna divisione ha potuto cancellare.

La Risurrezione non appartiene a una singola confessione cristiana. Non è cattolica, ortodossa, armena, copta o protestante. È l’evento sul quale tutte queste comunità fondano la propria pretesa di essere cristiane e senza il quale, come ricorda san Paolo, la fede stessa sarebbe vuota.

Questo non elimina le questioni che continuano a separare le Chiese. Non risolve il problema del primato, non compone automaticamente le divergenze sacramentali e non rende irrilevanti secoli di storia ecclesiale. Permette però di ricordare che prima di tutte queste questioni esiste un evento ricevuto insieme: Gesù Cristo è risorto dai morti.

È precisamente qui che la proposta del Papa acquista una forza ecumenica particolare.

Il cammino verso l’unità può facilmente trasformarsi in una discussione sulle strutture, sulle competenze e sui modelli possibili di comunione. Sono questioni necessarie e nessun dialogo serio può evitarle. Rimangono però comprensibili soltanto se continuano a essere riferite al motivo per cui la Chiesa esiste.

La Chiesa non nasce dal bisogno umano di costruire una istituzione religiosa mondiale. Nasce dalla Pasqua di Cristo e dalla testimonianza apostolica che proclama ciò che è accaduto.

Gerusalemme custodisce questa memoria in modo irriducibile.

La città possiede una complessità religiosa, politica e storica che rende impossibile utilizzarla come semplice scenario simbolico. È il luogo santo per ebrei, cristiani e musulmani, una città nella quale la fede e la storia continuano a intrecciarsi con tensioni che conosciamo bene.

Proprio per questo l’eventuale scelta di Gerusalemme avrebbe un peso particolare.

Ritrovarsi lì nel 2033 significherebbe riportare l’ecumenismo davanti alla tomba vuota e ricordare che la divisione tra i cristiani è successiva all’annuncio dal quale tutti provengono.

A Nicea Leone XIV aveva insistito sulla fede ricevuta insieme; pensando al 2033 sembra indicare il luogo dal quale quella fede ha ricevuto il proprio contenuto.

Il passaggio è importante perché impedisce di concepire l’unità come un progetto costruito soltanto attraverso la diplomazia ecclesiastica. Il lavoro teologico rimane indispensabile, gli organismi di dialogo sono necessari e le questioni storiche devono essere affrontate con competenza, mentre tutto questo resta sterile se non viene continuamente ricondotto a Cristo.

L’unità della Chiesa non nasce dal desiderio di avere una immagine più convincente davanti al mondo. Nasce dalla volontà del Signore e dal fatto che tutti coloro che sono stati battezzati nel suo nome appartengono già, in forme differenti e ancora incomplete, alla storia inaugurata dalla sua morte e Risurrezione.

La prospettiva del 2033 richiama anche una seconda questione, forse ancora più esigente. Celebrando insieme la Risurrezione, le Chiese sarebbero costrette a chiedersi che cosa significhi realmente annunciare oggi il Risorto.

Il cristianesimo contemporaneo può infatti ridursi facilmente a un patrimonio culturale, a un insieme di valori morali o a una presenza sociale considerata utile per mantenere coesione e solidarietà. Tutte queste dimensioni possono avere una loro importanza, ma nessuna coincide con il cuore della fede apostolica.

Gli apostoli non hanno attraversato il Mediterraneo per diffondere un sistema etico particolarmente raffinato.

Hanno annunciato che Gesù, crocifisso, è vivo.

Nicea ha difeso la verità di colui che era risorto; Gerusalemme custodisce il luogo nel quale quella vita nuova si è manifestata.

Se il 2033 diventasse realmente occasione di un incontro comune, potrebbe perciò rappresentare qualcosa di più di una commemorazione storica. Potrebbe obbligare i cristiani a verificare insieme se il Cristo risorto rimanga ancora il centro effettivo della loro predicazione e della loro vita ecclesiale.

La domanda riguarda anche la missione.

Un cristianesimo diviso rende più difficile annunciare ciò che professa, perché proclama un unico Signore attraverso comunità che spesso continuano a guardarsi con diffidenza. L’unità non serve a rendere la Chiesa più forte sul piano sociale, perché appartiene alla credibilità stessa della testimonianza.

Gesù lega l’unità dei discepoli alla possibilità che il mondo creda.

Per questo il ritorno a Gerusalemme avrebbe anche un valore missionario. Non perché la città possa magicamente risolvere ciò che i secoli hanno complicato, ma perché costringerebbe tutti a tornare davanti alla domanda originaria: chi è Gesù Cristo per noi?

È la stessa domanda che attraversava Nicea.

Nel IV secolo fu necessario difendere la fede nella piena divinità del Figlio perché senza quella verità la salvezza cristiana sarebbe stata svuotata. Oggi il rischio assume forme differenti, ma la tentazione di ridurre Cristo a maestro morale, ispiratore spirituale o simbolo universale dell’umanità rimane reale.

Gerusalemme riporta alla concretezza degli eventi.

Il cristianesimo afferma che in un punto preciso della storia un uomo è stato crocifisso, è morto ed è risorto. La fede può certamente approfondire il significato di questi eventi, mentre non può sostituirli con una idea.

Il possibile 2033 diventerebbe così anche una verifica della capacità delle Chiese di tornare insieme a ciò che hanno ricevuto prima delle proprie elaborazioni successive.

Non per cancellare le tradizioni maturate nei secoli, che appartengono alla storia reale delle comunità cristiane, ma per permettere a quelle tradizioni di riconoscersi davanti a una sorgente che nessuna di esse possiede in esclusiva.

Questa prospettiva rende interessante anche il rapporto tra Gerusalemme e Roma.

Il Vescovo di Roma non invita le altre Chiese semplicemente verso il centro della cattolicità latina. Guardando al 2033, Leone XIV indica una città che precede Roma e Costantinopoli e che appartiene alla memoria apostolica comune.

È un gesto ecumenicamente significativo proprio perché sposta simbolicamente il centro.

Pietro stesso proviene da Gerusalemme prima di arrivare a Roma.

La Chiesa di Roma custodisce il suo martirio e il ministero dei suoi successori, mentre la fede di Pietro nasce dall’incontro con Cristo e dalla testimonianza pasquale condivisa con gli altri apostoli.

Tornare a Gerusalemme significa quindi ricordare anche al ministero petrino la propria origine.

Il Papa non si presenta come proprietario dell’unità, perché indica un luogo nel quale egli stesso deve tornare insieme agli altri.

Questa dimensione appare coerente con quanto Leone XIV aveva mostrato a Nicea e al Fanar. Il servizio del Vescovo di Roma all’unità non consiste nel chiedere agli altri cristiani di dimenticare la propria storia, perché deve aiutare tutti a ritrovare ciò che precede le divisioni.

Gerusalemme offre precisamente questa possibilità simbolica e spirituale.

Esiste poi un dato cronologico che rende il 2033 inevitabilmente suggestivo. Due millenni dalla Redenzione e dalla Risurrezione rappresentano un anniversario che nessuna generazione cristiana precedente ha potuto celebrare e che nessuna delle presenti potrà ripetere.

Questo elemento può facilmente produrre enfasi retorica, mentre il Papa sembra evitarla lasciando anni di preparazione e non trasformando subito la proposta in un grande programma.

La prudenza è significativa.

Otto anni, dal 2025 al 2033, sono un tempo abbastanza lungo perché una idea possa maturare oppure essere abbandonata. Sono anche un tempo ecclesialmente prezioso se viene utilizzato per preparare ciò che un eventuale incontro dovrebbe significare.

Non avrebbe molto senso arrivare a Gerusalemme dopo otto anni soltanto per produrre una fotografia dei capi delle Chiese davanti ai luoghi santi.

La preparazione dovrebbe riguardare la preghiera, il dialogo teologico e la capacità di affrontare con maggiore libertà le questioni che ancora impediscono la comunione.

La stessa proposta del Papa contiene quindi implicitamente una domanda sul tempo che precede l’anniversario.

Il 2033 può diventare una meta soltanto se gli anni precedenti diventano realmente un cammino.

In questo senso la preghiera ricordata dal nostro primo testo rimane importante. L’unità della Chiesa non può essere prodotta esclusivamente attraverso la capacità degli uomini di negoziare soluzioni, perché appartiene a un dono che deve essere accolto e domandato.

Pregare per l’unità non significa aspettare passivamente che Dio risolva ciò che i cristiani non vogliono affrontare.

Significa riconoscere che la conversione necessaria riguarda tutte le parti e che nessuna Chiesa può presentarsi davanti alle altre come se avesse soltanto qualcosa da insegnare e nulla da ricevere.

Gerusalemme, da questo punto di vista, è una scuola esigente.

Lì Pietro ha conosciuto la propria debolezza e la misericordia del Risorto. Lì gli apostoli, dopo la paura e la dispersione, hanno ricevuto nuovamente una missione. Lì la Chiesa nasce dall’effusione dello Spirito e comincia ad annunciare il Vangelo a popoli differenti.

Il ritorno a Gerusalemme non può quindi essere soltanto geografico.

Domanda alle Chiese di ritrovare qualcosa della povertà delle origini, quando non possedevano ancora il peso delle strutture e delle identità storiche che sarebbero maturate nei secoli e vivevano della certezza che Cristo era risorto e che lo Spirito le aveva mandate nel mondo.

Questo non autorizza alcuna nostalgia di una Chiesa primitiva idealizzata. Gli Atti degli Apostoli mostrano già tensioni, discussioni e problemi molto concreti.

Ricordano però che quelle difficoltà venivano affrontate dentro una comunione fondata su qualcosa che nessuna parte poteva rivendicare come proprietà esclusiva.

È forse qui che il possibile 2033 potrebbe incontrare veramente il cammino iniziato a Nicea.

Il Concilio del 325 non inventò la fede cristiana. Cercò di custodire fedelmente ciò che la Chiesa aveva ricevuto dagli apostoli di fronte a una controversia che rischiava di alterarne il centro.

Celebrare insieme la Risurrezione duemila anni dopo significherebbe chiedere alle Chiese di compiere nuovamente un gesto analogo: tornare alla sorgente per capire come custodire insieme ciò che è stato ricevuto.

La proposta pronunciata da Leone XIV sul volo verso Beirut rimane dunque ancora soltanto una possibilità e va rispettata come tale. Il Papa non ha annunciato un incontro già deciso e non ha presentato un calendario ufficiale.

Ha però indicato una direzione.

Dopo avere condotto i cristiani a Nicea, verso la memoria della fede confessata insieme, ha lasciato intravedere Gerusalemme come possibile luogo nel quale quella stessa comunione possa essere ricondotta alla Pasqua.

La strada tra le due città attraversa quasi tutta la storia cristiana.

Da una parte il Credo, dall’altra il sepolcro vuoto; tra i due, secoli di santità, divisioni, tentativi di riconciliazione e una domanda che continua ad accompagnare le Chiese.

Se nel 2033 i cristiani riuscissero davvero a ritrovarsi insieme a Gerusalemme, il valore dell’incontro non dipenderebbe dalla grandezza della celebrazione o dal numero delle delegazioni presenti. Dipenderebbe dalla capacità di stare davanti al Risorto riconoscendo che nessuna delle nostre divisioni viene prima di Lui.

È questo, forse, il significato più profondo dell’orizzonte lasciato intravedere da Leone XIV: l’unità non comincia quando troviamo finalmente una formula capace di soddisfare tutti, perché comincia ogni volta che torniamo insieme davanti a Cristo e ricordiamo da chi abbiamo ricevuto la vita che professiamo.

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