don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico

Il 30 novembre 2025 Leone XIV ha lasciato Istanbul e, poche ore dopo la Divina Liturgia celebrata al Fanar, è arrivato a Beirut. Il passaggio possiede un significato che supera la successione geografica delle tappe. Dopo aver richiamato a Nicea la fede che precede le divisioni dei cristiani e averne contemplato al Fanar le conseguenze ecclesiali, il Papa entra in un Paese nel quale la possibilità di vivere insieme tra comunità differenti appartiene alla stessa sopravvivenza della nazione. Il Libano diventa così il luogo nel quale le parole su comunione, riconciliazione e pace vengono sottoposte alla prova concreta della storia.

Quando Leone XIV è sceso dall’aereo a Beirut nel pomeriggio del 30 novembre, portava ancora con sé le immagini della Türkiye: le rovine di Nicea, il Credo professato insieme, il Patriarca Bartolomeo, la Divina Liturgia del Fanar e quella ricerca dell’unità che aveva accompagnato la prima parte del viaggio. Poche ore più tardi si trovava nel Palazzo Presidenziale davanti alle autorità di un Paese nel quale le parole «unità» e «pace» possiedono un peso diverso, perché sono state attraversate dalla guerra, dalle divisioni confessionali, dalle crisi politiche ed economiche e dalla continua emigrazione di una parte significativa della popolazione.

La successione delle due tappe permette di cogliere una continuità che altrimenti rischierebbe di rimanere nascosta. A Nicea il Papa aveva riportato i cristiani alla fede che li precede e li unisce; a Beirut incontra una società nella quale comunità religiose differenti sono chiamate ogni giorno a decidere se la diversità debba diventare motivo di contrapposizione oppure possa essere abitata dentro una convivenza capace di custodire l’identità di ciascuno.

Il Libano non offre una risposta semplice a questa domanda. La sua stessa storia impedisce ogni rappresentazione romantica. Cristiani e musulmani hanno condiviso la stessa terra attraversando periodi di collaborazione e stagioni segnate dalla violenza, e il sistema politico costruito sul riconoscimento delle diverse comunità religiose ha cercato di trasformare questa pluralità in un equilibrio istituzionale, senza riuscire sempre a sottrarla alle tensioni interne e alle interferenze regionali.

Proprio per questo l’accoglienza del Presidente Joseph Aoun ha avuto un tono che andava oltre il protocollo diplomatico. Nelle sue parole il Libano è apparso come una terra segnata dalla storia biblica e come un Paese nel quale la libertà religiosa e la presenza di comunità differenti appartengono alla stessa identità nazionale. Il Presidente ha parlato di una nazione piccola nelle dimensioni e grande nella missione che continua ad attribuire a se stessa, riconoscendo nella convivenza una responsabilità che supera i propri confini.

Il richiamo alle Scritture non serviva semplicemente a conferire solennità alla visita. Il Libano compare più volte nella memoria biblica attraverso i suoi monti e i suoi cedri, attraverso Tiro e Sidone, attraverso quella regione nella quale il Vangelo colloca l’incontro di Gesù con la donna siro-fenicia. Questa geografia permette ancora oggi di percepire quanto il cristianesimo sia nato dentro un Medio Oriente molto diverso dalle rappresentazioni con cui l’Occidente contemporaneo tende talvolta a immaginarlo.

La presenza cristiana in Libano appartiene a questa storia antica e continua a essere decisiva per l’identità del Paese, soprattutto attraverso la tradizione maronita e le altre Chiese orientali che vi hanno custodito liturgie, spiritualità e forme ecclesiali maturate lungo i secoli. La loro permanenza assume oggi un significato particolare in una regione dalla quale numerose comunità cristiane sono progressivamente scomparse o si sono drasticamente ridotte.

Leone XIV entra in questa realtà scegliendo come chiave del proprio discorso una beatitudine evangelica: «Beati gli operatori di pace». Non propone la pace come sentimento generico e non la riduce alla cessazione momentanea del conflitto. La presenta come una vocazione e, con un’immagine particolarmente concreta, come un «cantiere sempre aperto».

La parola «cantiere» descrive bene la condizione libanese, perché suggerisce qualcosa che non è ancora terminato e che richiede continuamente lavoro. La pace non può essere trattata come un patrimonio definitivamente acquisito, soprattutto in un Paese nel quale le ferite della guerra civile rimangono nella memoria delle generazioni adulte e le tensioni del Medio Oriente continuano a bussare alle frontiere.

Il Papa guarda questa storia riconoscendo anzitutto la capacità del popolo libanese di ricominciare. Parla della sua resilienza e la collega direttamente alla costruzione della pace. Resistere, in questa prospettiva, non significa semplicemente sopravvivere alle crisi, perché comporta la capacità di impedire che le ferite diventino l’unico criterio con cui leggere il futuro.

È un passaggio importante anche dal punto di vista cristiano. La memoria possiede un valore decisivo e nessuna riconciliazione autentica può essere costruita chiedendo alle vittime di dimenticare ciò che è accaduto. La memoria, quando rimane prigioniera del risentimento, può però trasformarsi nella continua riproduzione del conflitto. Per questo la pace domanda un lavoro paziente nel quale la giustizia, il riconoscimento delle responsabilità e la disponibilità al perdono possano lentamente aprire uno spazio nuovo.

Leone XIV rivolge questa responsabilità in modo particolare a coloro che esercitano l’autorità. Il suo discorso non offre un programma politico per il Libano e non entra nelle competenze proprie delle istituzioni statali. Ricorda però che il potere possiede un significato morale e che chi governa non può separarsi dalla vita concreta del proprio popolo.

In un Paese segnato da una grave crisi economica, dalla fragilità delle istituzioni e dalla sensazione diffusa che molte decisioni decisive vengano prese lontano dalla vita quotidiana delle persone, questo richiamo assume una forza particolare. La pace viene compromessa anche quando cresce la distanza tra chi esercita responsabilità pubbliche e chi sopporta le conseguenze delle crisi.

Il Papa invita perciò a rimanere vicini alla gente e a custodire il bene comune come criterio dell’azione politica. Una società non può continuare a vivere se ogni comunità, ogni gruppo e ogni interesse cerca soltanto la propria sicurezza. La stessa struttura pluralistica del Libano obbliga a comprendere che nessuna parte può immaginare un futuro costruito sulla scomparsa o sull’indebolimento delle altre.

Questo è forse il punto nel quale le parole del Presidente e quelle del Papa si incontrano maggiormente. Il primo descrive la convivenza come una caratteristica costitutiva della nazione; il secondo la riconduce alla responsabilità di diventare operatori di pace. La pluralità religiosa smette così di essere soltanto un dato sociologico e diventa una domanda rivolta continuamente alla coscienza del Paese.

Vivere insieme non significa dichiarare che le differenze siano irrilevanti. Il Libano mostra esattamente il contrario. Le appartenenze religiose sono profonde, hanno prodotto culture, istituzioni e memorie differenti, e continuano a incidere sulla vita pubblica. La possibilità della convivenza nasce dalla capacità di riconoscere che l’identità dell’altro non costituisce necessariamente una minaccia alla propria.

Questa consapevolezza permette di comprendere anche perché la presenza cristiana nel Medio Oriente non possa essere considerata un semplice residuo storico destinato lentamente a scomparire. I cristiani appartengono alla storia di queste terre e la loro permanenza contribuisce a custodire una forma di pluralità che riguarda l’intera regione.

Quando una società perde progressivamente una delle sue componenti religiose e culturali, non diminuisce soltanto il numero dei membri di quella comunità. Si restringe lo spazio nel quale le differenze possono imparare a convivere.

Il Libano conserva per questo una responsabilità che supera le proprie dimensioni. Non è necessario idealizzarlo come modello perfettamente riuscito di convivenza, perché la sua storia dimostra quanto questo equilibrio sia fragile. Proprio la sua fragilità permette però di vedere quanto sia prezioso.

Leone XIV sembra comprendere questa peculiarità quando parla della pace come di una vocazione. Una vocazione non coincide con una qualità già posseduta; indica piuttosto qualcosa verso cui si è chiamati e che può essere tradito. Il Libano può essere terra di incontro proprio perché conosce anche quanto sia devastante il fallimento dell’incontro.

Questa prospettiva illumina in modo nuovo anche il passaggio da Nicea a Beirut. Il giorno precedente il Papa aveva ricordato ai cristiani che l’unità nasce dalla verità ricevuta insieme e che le differenze non devono essere cancellate per poter cercare la comunione. Ora entra in una società nella quale una domanda simile si presenta su un piano diverso.

Cristiani e musulmani non condividono la stessa fede e non possono essere collocati dentro l’unità sacramentale che lega i battezzati. Possono tuttavia riconoscersi come cittadini della stessa patria e come persone chiamate a costruire insieme condizioni nelle quali la dignità, la libertà religiosa e la pace possano essere custodite.

È necessario mantenere questa distinzione, perché il dialogo interreligioso perde significato quando viene confuso con l’ecumenismo. A Nicea e al Fanar il Papa incontrava Chiese che condividono la fede trinitaria, il battesimo e una grande parte della tradizione apostolica; in Libano incontra anche comunità appartenenti a una religione diversa. La relazione cambia, mentre rimane la convinzione che l’identità non debba trasformarsi in ostilità.

Questa distinzione rende il viaggio ancora più interessante. Leone XIV non sembra cercare una formula universale capace di risolvere ogni differenza attraverso un generico appello alla fraternità. Ogni incontro viene letto secondo la sua natura: tra cristiani la meta rimane la piena comunione; tra religioni differenti il compito riguarda la conoscenza reciproca, la libertà, la collaborazione per il bene comune e la costruzione della pace.

Il Libano offre un luogo concreto nel quale questa seconda forma di incontro viene sottoposta alla prova della vita quotidiana. Qui cristiani e musulmani non si incontrano soltanto nei convegni dedicati al dialogo, perché condividono città, quartieri, istituzioni, scuole e la stessa crisi economica. La convivenza diventa esperienza prima ancora che teoria.

Il Papa richiama anche coloro che hanno lasciato il Paese. L’emigrazione accompagna da lungo tempo la storia libanese e negli ultimi anni ha assunto dimensioni particolarmente dolorose, soprattutto tra i giovani e le persone professionalmente qualificate. Leone XIV non giudica chi parte, spesso costretto dalla mancanza di prospettive, mentre attribuisce un valore particolare a chi continua a rimanere e a costruire.

La patria emerge nelle sue parole come una realtà fatta di legami e memoria, qualcosa che continua ad abitare la persona anche quando essa vive altrove. In una cultura nella quale la mobilità viene spesso presentata soltanto come opportunità individuale, il Papa ricorda indirettamente che l’appartenenza a un popolo comporta anche una responsabilità verso la sua storia.

Questo non significa chiedere ai giovani di sacrificare il proprio futuro per conservare artificialmente un equilibrio politico incapace di rinnovarsi. Significa piuttosto creare le condizioni affinché rimanere possa tornare a essere una scelta ragionevole e non un gesto eroico riservato a pochi.

Per questo il riferimento del Papa ai giovani e alle donne possiede una dimensione sociale molto concreta. La pace non viene costruita soltanto dai vertici istituzionali, perché cresce anche attraverso le relazioni quotidiane nelle famiglie, nell’educazione e nelle comunità locali. In una società segnata dalle divisioni, sono precisamente questi luoghi a poter interrompere la trasmissione delle diffidenze da una generazione all’altra.

Leone XIV conclude il proprio discorso ricorrendo a un’immagine particolarmente vicina alla cultura libanese: la musica che diventa danza e obbliga ciascuno ad accordare il proprio movimento a quello degli altri. La pace viene descritta così come un’armonia nella quale nessuno è chiamato a scomparire e ciascuno deve imparare a muoversi riconoscendo la presenza altrui.

È un’immagine delicata, che potrebbe sembrare troppo leggera se venisse separata dalla storia del Paese al quale è rivolta. Dentro il Libano assume invece un significato esigente, perché danzare insieme dopo aver conosciuto la guerra richiede molto più che un sentimento di benevolenza.

Occorre imparare a non calpestare la terra dell’altro, come suggerisce la stessa immagine utilizzata dal Papa, e riconoscere un ordine che non nasce semplicemente dalla somma degli interessi individuali. Per Leone XIV questa armonia possiede una sorgente spirituale: la pace è anche dono di Dio e nasce da un cuore capace di lasciarsi trasformare.

Il passaggio da Nicea a Beirut può allora essere letto come uno dei movimenti più profondi dell’intero viaggio. In Türkiye il Papa aveva riportato la Chiesa alla confessione di Cristo; in Libano mostra che una fede realmente confessata entra inevitabilmente nella storia e domanda ai cristiani di diventare artigiani di riconciliazione dentro il luogo concreto in cui vivono.

La dottrina non rimane sulla riva del lago di İznik. Sale sull’aereo e arriva in una società nella quale la pace deve essere ricostruita continuamente.

Questo non significa trasformare il Credo in un programma politico. Significa riconoscere che la fede nel Dio che si è fatto uomo cambia anche il modo con cui guardiamo la vita comune. La dignità della persona, il rispetto della coscienza, la responsabilità dell’autorità e la possibilità di costruire relazioni che non trasformino la differenza in violenza appartengono alle conseguenze storiche di ciò che professiamo.

Il Libano rende visibile questa connessione perché custodisce insieme una presenza cristiana antichissima e una pluralità religiosa che lo obbliga a confrontarsi ogni giorno con il problema dell’altro. La sua storia impedisce di affrontare questa realtà con ingenuità e, nello stesso tempo, impedisce di concludere che la convivenza sia impossibile.

Quando Leone XIV arriva a Beirut, dunque, non lascia Nicea alle proprie spalle. Porta con sé la domanda che Nicea aveva consegnato alla Chiesa: quale storia nasce quando la fede viene presa sul serio?

In Libano la risposta assume il volto di un popolo che continua a cercare la possibilità di vivere insieme dopo aver conosciuto la divisione. La pace di cui parla il Papa non è ancora compiuta e non può essere garantita da una visita pontificia. Può però essere riconosciuta come una vocazione alla quale vale ancora la pena rispondere.

Il viaggio entra così nella sua seconda parte con una logica sorprendentemente coerente. Dalla comunione cercata tra le Chiese si passa alla convivenza da custodire tra religioni e comunità diverse; dalla memoria di una fede condivisa si passa alla responsabilità di costruire una società nella quale nessuno abbia bisogno di cancellare l’altro per poter esistere.

Beirut diventa, in questo senso, il luogo nel quale le parole pronunciate a Nicea vengono sottoposte alla concretezza della storia. Ed è proprio lì, dentro una terra che conosce quanto costi perdere la pace, che la beatitudine evangelica scelta da Leone XIV per il viaggio acquista tutto il suo peso: diventare operatori di pace significa accettare che la riconciliazione rimanga un lavoro quotidiano, paziente e mai definitivamente concluso.

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