don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico

Dopo la professione comune della fede a Nicea, il viaggio di Leone XIV in Türkiye è proseguito al Fanar, cuore del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli. La Doxologia, la Dichiarazione congiunta con Bartolomeo e la partecipazione del Papa alla Divina Liturgia hanno mostrato quale forma di ecumenismo il Pontefice intenda promuovere: una comunione reale che riconosce ciò che già unisce, non nasconde ciò che ancora divide e continua a cercare la piena unità a partire dalla fede apostolica ricevuta insieme.

Il viaggio apostolico di Leone XIV in Türkiye ha avuto a Nicea il proprio centro simbolico e teologico, mentre il passaggio al Fanar ne ha mostrato immediatamente le conseguenze ecclesiali. Dopo essersi fermato davanti alle rovine della basilica di San Neofito e avere professato insieme agli altri responsabili cristiani la fede del Concilio del 325, il Papa è entrato nel luogo nel quale quella memoria comune deve confrontarsi con la storia concreta delle divisioni che hanno segnato Oriente e Occidente.

Il Fanar non è un semplice luogo istituzionale. È la sede del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, una Chiesa che porta dentro di sé la memoria dell’antica capitale dell’Impero romano d’Oriente e che continua a occupare una posizione singolare nel mondo ortodosso, pur vivendo oggi in condizioni numericamente molto ridotte. Entrare lì dopo Nicea significava passare dalla confessione comune della fede alla domanda sulla comunione visibile tra Chiese che hanno continuato per secoli a professare Cristo e tuttavia non condividono ancora pienamente la stessa vita ecclesiale.

Leone XIV non ha cercato di attenuare questa tensione. Proprio questo mi sembra uno degli elementi più interessanti del viaggio. La vicinanza con il Patriarca Bartolomeo non è stata costruita attraverso una rappresentazione dell’unità già raggiunta e non ha avuto bisogno di trasformare le differenze in dettagli marginali. I gesti compiuti, le parole pronunciate e la stessa successione degli incontri hanno mostrato una comunione reale che continua a portare dentro di sé una ferita.

Questa impostazione era già visibile a Nicea. Il Papa aveva ricordato che l’unità dei cristiani possiede un fondamento precedente alle divisioni, perché nasce dalla fede nel Figlio consustanziale al Padre e dal battesimo attraverso il quale veniamo incorporati in Cristo. Al Fanar quella stessa convinzione prende una forma più propriamente ecclesiale: se la comunione non deve essere inventata da zero, deve però essere lasciata crescere fino a quella pienezza per la quale Cristo ha pregato.

Il desiderio della piena comunione acquista così un carattere meno sentimentale e, proprio per questo, più esigente. Non basta riconoscersi come fratelli e non è sufficiente moltiplicare gesti di cordialità, perché l’unità della Chiesa riguarda la fede, i sacramenti, il ministero e il modo stesso con cui le comunità cristiane si riconoscono reciprocamente dentro l’unico Corpo di Cristo.

Leone XIV ha collocato questo cammino dentro una storia che non può essere cancellata. Gli incontri tra Roma e Costantinopoli possiedono ormai una memoria recente significativa, a partire dall’abbraccio tra Paolo VI e Atenagora e dalla decisione del 1965 di togliere dalla memoria ecclesiale le reciproche scomuniche del 1054. Quel gesto non ricompose immediatamente la piena unità e non risolse le questioni teologiche che rimanevano aperte, mentre cambiò il modo con cui le due Chiese potevano guardarsi.

Da allora il dialogo ha potuto svilupparsi non più tra realtà che si consideravano semplicemente estranee, ma tra Chiese che riconoscevano di possedere una eredità sacramentale e apostolica profondissima e che desideravano comprendere in quale modo le differenze maturate nel secondo millennio potessero essere affrontate senza tradire la fede ricevuta.

Il viaggio di Leone XIV si inserisce chiaramente dentro questa traiettoria. Il Papa non presenta l’ecumenismo come una novità introdotta dal nostro tempo, perché lo riconduce al desiderio stesso di Cristo e alla memoria del primo millennio nel quale Oriente e Occidente, pur attraversati da tensioni molto reali, vivevano ancora dentro una comunione ecclesiale condivisa.

Questa memoria deve essere maneggiata con attenzione, perché sarebbe ingenuo trasformare il primo millennio in una età ideale nella quale tutto funzionasse secondo un equilibrio perfetto. I rapporti tra Roma e le Chiese orientali conobbero conflitti, incomprensioni e differenti concezioni del governo ecclesiale anche molto prima del 1054. Proprio per questo la memoria del primo millennio rimane importante: non perché ci consegni un modello già pronto da riprodurre, ma perché testimonia che diversità liturgiche, teologiche e disciplinari molto profonde poterono convivere per secoli dentro una comunione reale.

Il tema del ministero del Vescovo di Roma si colloca precisamente qui. La questione del primato rimane una delle difficoltà centrali nel dialogo tra cattolici e ortodossi, e sarebbe scorretto fingere che possa essere risolta semplicemente tornando a una formula antica. Il modo con cui il primato romano veniva compreso e vissuto si è sviluppato nel corso della storia, così come si sono sviluppate le strutture delle Chiese orientali.

Il lavoro ecumenico consiste dunque nel discernere ciò che nel ministero petrino appartiene alla volontà di Cristo e alla tradizione apostolica e quale forma possa assumere il suo esercizio in una Chiesa pienamente riconciliata, capace di rispettare la legittima diversità delle tradizioni orientali.

Leone XIV sembra affrontare questa responsabilità con una sobrietà che merita attenzione. Non rinuncia alla coscienza del compito affidato al Successore di Pietro e non utilizza quel ministero come una rivendicazione da opporre all’altro. La funzione di confermare i fratelli nella fede viene presentata dentro il servizio alla comunione dell’intera Chiesa.

È un equilibrio difficile, perché il primato potrebbe essere concepito come una diminuzione delle altre Chiese oppure, nel tentativo di evitare ogni impressione di dominio, potrebbe essere ridotto a una semplice presidenza simbolica priva di reale responsabilità. Il dialogo cattolico-ortodosso è chiamato precisamente a superare questa alternativa, cercando una forma nella quale primato e sinodalità possano illuminarsi reciprocamente.

Anche per questo il rapporto personale tra Leone XIV e Bartolomeo possiede un significato che va oltre la cordialità. I due pastori non rappresentano due blocchi chiamati a negoziare un compromesso, perché si incontrano dentro la confessione di una fede comune e dentro una storia nella quale le rispettive Chiese hanno bisogno di continuare ad ascoltarsi.

La Dichiarazione congiunta firmata durante il viaggio e la partecipazione del Papa alla Divina Liturgia del Patriarcato mostrano precisamente questo metodo. I gesti liturgici non cancellano l’impossibilità attuale di una piena condivisione eucaristica e non cercano di anticipare simbolicamente ciò che ancora richiede un cammino teologico ed ecclesiale. Nello stesso tempo manifestano una vicinanza che sarebbe altrettanto falso ignorare.

Il linguaggio della comunione cristiana deve imparare a sostenere entrambe queste verità. Esiste una unità reale fondata nel battesimo, nella fede nel Dio trinitario, nella confessione della divinità e umanità di Cristo, nella successione apostolica e nella vita sacramentale custodita dalle Chiese orientali. Esiste nello stesso tempo una divisione reale, che impedisce ancora la piena comunione ecclesiale ed eucaristica.

Negare la prima realtà significherebbe comportarsi come se secoli di dialogo e la comune eredità apostolica non esistessero; dimenticare la seconda trasformerebbe l’ecumenismo in una rappresentazione incapace di affrontare ciò che continua a separare.

Leone XIV sembra cercare una strada nella quale questa tensione non debba essere risolta artificialmente. L’unità può essere desiderata con radicalità proprio quando si smette di fingere che essa sia già compiuta e quando la verità delle differenze non viene utilizzata come alibi per interrompere il cammino.

Questo atteggiamento restituisce al dialogo teologico la sua importanza. La teologia non è l’ostacolo che impedisce ai cristiani di abbracciarsi definitivamente e non è il residuo di una stagione nella quale le Chiese avrebbero attribuito eccessivo valore alle formule. Le questioni teologiche riguardano il modo con cui comprendiamo la Chiesa, i sacramenti, l’autorità, lo Spirito Santo e la comunione stessa.

Affrontarle con pazienza significa prendere sul serio l’altro e riconoscere che una unità autentica non può essere edificata lasciando irrisolto ciò che ciascuna Chiesa considera essenziale alla propria fedeltà al Vangelo.

Nicea diventa allora una scuola anche per il modo di procedere. I Padri del 325 non cercarono una formula abbastanza vaga da permettere a tutti di rimanere nelle proprie posizioni. Cercarono le parole capaci di custodire la fede ricevuta dagli apostoli e di rispondere a una crisi che minacciava di alterarne il centro.

L’ecumenismo contemporaneo non può semplicemente riprodurre quel metodo, perché la situazione è profondamente diversa, mentre può riceverne il criterio fondamentale: l’unità cresce nella ricerca comune della verità e non nell’indifferenza verso di essa.

Questo spiega perché il viaggio in Türkiye abbia avuto un carattere profondamente cristologico. Leone XIV ha continuamente riportato i diversi incontri alla persona di Cristo, evitando che il dialogo diventasse una disciplina autonoma della diplomazia ecclesiastica.

La comune fede in Cristo permette di riconoscere il bene già presente nelle altre Chiese e rende nello stesso tempo impossibile accontentarsi della divisione. Se nell’unico Cristo siamo realmente fratelli, la separazione non può diventare una condizione normale alla quale abituarsi.

Il Fanar rende visibile questa contraddizione in modo particolarmente intenso. Il Vescovo di Roma viene accolto nella chiesa patriarcale di Costantinopoli come un fratello e partecipa alla preghiera di una comunità dalla quale rimane tuttavia separato nella piena comunione sacramentale. La stessa scena contiene quindi la gioia per ciò che è stato ritrovato e il dolore per ciò che ancora manca.

Questo dolore ecclesiale non ha bisogno di essere drammatizzato e non può nemmeno essere anestetizzato. Può diventare una forza che impedisce al dialogo di trasformarsi in routine istituzionale.

Un altro elemento emerso con chiarezza durante il viaggio riguarda il rapporto tra unità cristiana e testimonianza al mondo. Leone XIV e Bartolomeo hanno richiamato insieme le grandi questioni che attraversano l’umanità: la pace, la dignità della persona, la custodia del creato e le trasformazioni prodotte dalla tecnologia.

La collaborazione su questi temi possiede un valore reale, soprattutto in un mondo nel quale la voce cristiana rischia spesso di apparire frammentata. Essa non sostituisce il cammino verso la piena comunione e non può essere utilizzata come scorciatoia per evitare i nodi ecclesiologici, mentre mostra già quanto la testimonianza comune acquisti forza quando i cristiani riescono a parlare insieme.

In questo senso l’ecumenismo possiede anche una responsabilità missionaria. Le divisioni tra i cristiani rendono più difficile annunciare al mondo la riconciliazione che proclamiamo in Cristo. Non è necessario attribuire a ogni differenza ecclesiale la causa della crisi della fede contemporanea, eppure rimane evidente la contraddizione di comunità che confessano lo stesso Signore e continuano a vivere separate.

Il viaggio di Leone XIV non offre una soluzione rapida a questa ferita, e proprio qui sta forse la sua serietà. Il Papa non promette una unità imminente e non costruisce aspettative che il lavoro teologico ed ecclesiale non potrebbe sostenere.

Indica piuttosto una direzione. Tornare alle sorgenti della fede, riconoscere ciò che già condividiamo, affrontare con chiarezza ciò che continua a dividerci e permettere che la comunione cresca attraverso incontri nei quali nessuno abbia bisogno di rinunciare alla propria identità per riconoscere l’opera dello Spirito nell’altro.

Il passaggio da Nicea al Fanar mostra quindi una continuità precisa. A İznik le Chiese hanno proclamato insieme chi è Cristo; a Costantinopoli quella confessione è diventata domanda sulla forma della comunione tra coloro che credono in Lui.

La prima tappa impedisce che l’ecumenismo perda il proprio centro dogmatico, mentre la seconda impedisce che il dogma venga custodito senza lasciarsi interrogare dalla divisione del Corpo ecclesiale.

Proprio questa relazione rende il viaggio particolarmente significativo. Nicea ricorda che la verità cristiana è ricevuta; il Fanar ricorda che quella verità possiede una forma comunionale. Non siamo chiamati soltanto a pronunciare correttamente il Credo, perché la fede nel Dio trinitario genera una Chiesa nella quale la comunione appartiene alla testimonianza stessa del Vangelo.

Leone XIV ha attraversato questi luoghi senza trasformarli in scenografia e senza affidare ai gesti un significato superiore a quello che realmente possiedono. La sua presenza ha mostrato che il cammino ecumenico può procedere con una cordialità profonda e, nello stesso tempo, con la pazienza necessaria quando sono in gioco questioni che hanno attraversato secoli di storia.

È forse questo il senso più vero di una unità cercata senza illusioni. Non significa abbassare le aspettative o rassegnarsi alla divisione, perché significa liberare il desiderio dell’unità dalla fretta di produrre risultati visibili.

La comunione piena rimane un dono da chiedere e un compito da servire. Nessuna strategia umana può fabbricarla, e nessuna fedeltà autentica al deposito della fede permette di considerarla superflua.

Quando Leone XIV ha lasciato Istanbul per Beirut, la parte turca del viaggio si è conclusa senza una dichiarazione spettacolare capace di annunciare svolte immediate. È rimasto qualcosa di più sobrio: la professione della fede a Nicea, la preghiera condivisa, il dialogo con Bartolomeo, la memoria delle Chiese orientali e la consapevolezza che il cammino continua.

In un tempo nel quale siamo abituati a misurare ogni evento attraverso la novità prodotta, questa apparente modestia possiede quasi un valore pedagogico. La storia della Chiesa avanza anche attraverso passi che acquistano significato soltanto quando vengono collocati dentro un percorso più lungo delle nostre impazienze.

Nicea e il Fanar hanno ricordato che l’unità non è una invenzione del presente e non appartiene alla fantasia di coloro che vorrebbero una Chiesa indistinta. È iscritta nella preghiera di Cristo, nella fede apostolica e nella natura stessa della comunione ecclesiale.

Cercarla nella verità non significa indebolire la fede. Significa prendere sul serio ciò che professiamo quando diciamo di credere una Chiesa una, santa, cattolica e apostolica.

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