don Mario Proietti, C.PP.S.

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NICEA E L’ABBRACCIO DELLE ORIGINI: LEONE XIV E IL PATRIARCA SAHAK II NELLA FEDE DEGLI APOSTOLI

Nella Cattedrale armena apostolica di Istanbul, il 30 novembre 2025, Leone XIV ha incontrato il Patriarca Sahak II in una visita breve e densissima di memoria ecclesiale. Nicea è riapparsa qui come fede condivisa prima delle divisioni, mentre il dialogo tra Roma e la Chiesa armena ha mostrato quanto la comunione possa crescere quando la memoria non viene usata per custodire le distanze, ma per riconoscere ciò che lo Spirito ha già ricostruito.

La mattina del 30 novembre 2025, prima di raggiungere il Fanar per la Divina Liturgia nella chiesa patriarcale di San Giorgio, Papa Leone XIV si è recato nella Cattedrale armena apostolica di Istanbul. La visita è durata poco rispetto agli altri appuntamenti del viaggio, e proprio questa sobrietà ha reso ancora più evidente il significato dell’incontro.

Ad accoglierlo era il Patriarca Sahak II, guida della comunità armena apostolica della Türkiye. Il luogo portava già con sé una memoria precisa, perché nella stessa cattedrale i Patriarchi Shenork I e Mesrob II avevano accolto alcuni predecessori di Leone XIV. Il Papa ha richiamato subito questa continuità, salutando anche il Catholicos Karekin II e l’intera comunità armena.

La Chiesa armena appartiene a una delle più antiche tradizioni cristiane. La sua memoria ecclesiale fa risalire l’evangelizzazione agli apostoli Taddeo e Bartolomeo, e la conversione del regno armeno all’inizio del IV secolo avrebbe fatto dell’Armenia il primo regno ad assumere ufficialmente il cristianesimo. Questa storia non serve a costruire un prestigio archeologico; spiega piuttosto perché la fede cristiana sia diventata una componente così profonda dell’identità armena, capace di attraversare persecuzioni, dispersioni e tragedie senza scomparire.

Leone XIV ha riconosciuto proprio questa fedeltà quando ha ringraziato Dio per la coraggiosa testimonianza cristiana resa dal popolo armeno lungo i secoli, spesso in circostanze drammatiche. Non ha utilizzato quella memoria per riaprire ferite storiche, ma per collocare l’incontro dentro una testimonianza che la Chiesa cattolica riconosce e onora.

Il Patriarca Sahak II, da parte sua, ha accolto il Papa come fratello in Cristo e ha presentato la sua presenza come una benedizione per la comunità armena e per le Chiese della Türkiye. Nel suo discorso ha ricordato il valore del ministero del Vescovo di Roma, la voce levata dai Pontefici in difesa della dignità umana e il sostegno offerto in momenti particolarmente difficili della storia armena.

Questo passaggio merita attenzione perché proviene da un capo di una Chiesa che non è in piena comunione con Roma. Sahak II non ha nascosto le differenze ecclesiali esistenti e non ha pronunciato una professione di primato cattolico mascherata da cortesia. Ha riconosciuto però nel ministero del Papa una voce morale capace di servire il bene dei cristiani e dell’umanità, mostrando quanto il dialogo ecumenico possa già produrre una stima reale prima che tutte le questioni teologiche siano risolte.

Anche il riferimento a Nicea è entrato naturalmente nell’incontro. Il viaggio di Leone XIV in Türkiye era stato pensato attorno al 1700° anniversario del primo Concilio ecumenico, e la visita alla comunità armena permetteva di vedere concretamente ciò che il Papa aveva scritto pochi giorni prima in In unitate fidei: esiste una confessione cristologica condivisa che precede molte delle divisioni successive e continua a offrire alle Chiese un punto dal quale riprendere il cammino.

La Chiesa armena apostolica appartiene alle Chiese ortodosse orientali, separate dalla comunione con Roma e con le Chiese calcedonesi dopo le controversie cristologiche del V secolo. Per secoli queste separazioni furono accompagnate da incomprensioni reciproche e da formule che sembravano collocare le diverse tradizioni su posizioni teologiche inconciliabili.

Il dialogo contemporaneo ha mostrato però che molte di quelle contrapposizioni erano aggravate da differenze linguistiche e culturali, e che la fede cristologica professata dalle Chiese orientali non calcedonesi poteva essere riconosciuta con una precisione molto maggiore rispetto alle polemiche del passato.

È dentro questo lungo cammino che acquistano significato i riferimenti fatti da Leone XIV ai decenni successivi al Concilio Vaticano II. Nel maggio 1967 il Catholicos Khoren I fu il primo Primate di una Chiesa ortodossa orientale a visitare il Vescovo di Roma dopo il Concilio e a scambiare con Paolo VI il bacio di pace. Tre anni dopo, nel 1970, il Catholicos Vasken I e Paolo VI firmarono una dichiarazione congiunta che invitava cattolici e armeni apostolici a riconoscersi come fratelli e sorelle in Cristo.

Leone XIV ha chiamato ciò che seguì «dialogo della carità». L’espressione è importante perché permette di comprendere che il dialogo ecumenico non è cominciato da negoziati astratti sulle formule dogmatiche. È cresciuto attraverso incontri, gesti di riconciliazione, preghiera comune, stima reciproca e progressiva guarigione della memoria.

Su questo terreno ha potuto svilupparsi anche il dialogo teologico. Il Papa ha richiamato la Commissione mista internazionale tra la Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse orientali, esprimendo l’auspicio che il lavoro possa proseguire nella ricerca di una forma di piena comunione capace di rispettare le legittime tradizioni delle Chiese.

La formulazione è delicata e significativa. Cercare l’unità non significa chiedere alla Chiesa armena di diventare semplicemente una copia orientale della Chiesa latina, né immaginare che Roma debba rinunciare a ciò che riconosce appartenere alla propria fede. Il problema ecclesiologico consiste proprio nel comprendere come la piena comunione possa accogliere una diversità reale senza trasformarla nuovamente in separazione.

Il Papa ha richiamato, in questo contesto, l’esempio di san Nerses IV Shnorhali, Catholicos armeno del XII secolo, poeta, teologo e uomo profondamente impegnato nei tentativi di ricomporre le divisioni tra le Chiese. Nerses visse in un tempo nel quale le distanze erano già antiche e le incomprensioni profonde, eppure non considerò quella situazione come qualcosa da accettare passivamente.

Richiamarlo nel 2025 significa riconoscere che il desiderio di comunione non nasce dall’ecumenismo contemporaneo. Attraversa la storia delle Chiese anche nei secoli in cui le divisioni sembravano diventate irreversibili.

Il discorso di Sahak II ha aggiunto a questa memoria una preoccupazione molto concreta per il presente. Il Patriarca ha parlato delle difficoltà vissute dalle comunità cristiane in Medio Oriente, del calo demografico, dell’emigrazione e della fragilità di comunità che in alcune regioni rischiano di ridursi progressivamente.

In un simile contesto, l’unità tra i cristiani cessa di essere un argomento riservato agli specialisti. Comunità numericamente piccole, immerse in società complesse e spesso attraversate da forti trasformazioni, comprendono con particolare chiarezza quanto sia assurdo continuare a vivere come mondi ecclesiali reciprocamente estranei quando professano insieme il cuore della fede cristiana.

Sahak II ha collegato questa responsabilità anche alle trasformazioni culturali dell’Occidente e alla perdita di riferimenti morali condivisi. Il tema potrebbe facilmente trasformarsi in una lamentazione sul mondo moderno, ma il senso più interessante dell’intervento sta altrove: in un contesto nel quale la testimonianza cristiana diventa più difficile, le divisioni storiche tra le Chiese appaiono ancora più dolorose.

La comunione non nasce dunque dalla paura di diventare minoranza e nemmeno dalla necessità di costruire un fronte comune contro la secolarizzazione. Una unità edificata semplicemente contro qualcuno sarebbe già spiritualmente malata. La condizione minoritaria può però aiutare le Chiese a riconoscere con maggiore realismo quanto la loro testimonianza comune sia compromessa da divisioni che nessuna di esse può ormai considerare normali.

Leone XIV ha posto Nicea precisamente dentro questa prospettiva. Il Credo comune non cancella le questioni rimaste aperte e non autorizza a comportarsi come se la piena comunione fosse già raggiunta. Ricorda però che cattolici e armeni apostolici non stanno cercando di creare da zero qualcosa che non è mai esistito.

La comunione dei primi secoli appartiene alla loro storia. La fede apostolica precede la separazione e continua a essere professata in entrambe le Chiese. Il cammino ecumenico può quindi essere descritto come una ricerca della piena manifestazione di una fraternità che il battesimo e la fede in Cristo hanno già reso reale, pur dentro una condizione ecclesiale ancora incompleta.

Questo elemento distingue l’incontro con Sahak II da una semplice visita diplomatica. I due pastori non rappresentavano soltanto istituzioni religiose interessate a mantenere buone relazioni. Si sono incontrati dentro una memoria che riconosce Cristo come sorgente di una comunione più antica delle divisioni.

È anche per questo che il linguaggio della fraternità utilizzato da entrambi non è ornamentale. Chiamarsi fratelli significa riconoscere che il legame viene prima della diplomazia e che la separazione ecclesiale non ha cancellato tutto ciò che unisce.

La storia dei rapporti tra Roma e la Chiesa armena mostra quanto questo processo sia stato lungo. Ci sono stati tentativi di unione, incomprensioni, pressioni politiche e stagioni nelle quali il dialogo sembrava quasi scomparso. Il Novecento ha aperto progressivamente uno spazio diverso, nel quale le Chiese hanno potuto tornare a parlarsi senza chiedere che ogni incontro producesse immediatamente una soluzione.

Il Concilio Vaticano II ha avuto un ruolo decisivo in questa nuova stagione, soprattutto attraverso il recupero di una ecclesiologia capace di riconoscere gli elementi di santificazione e di verità presenti nelle altre comunità cristiane e attraverso l’impegno assunto dalla Chiesa cattolica per il ristabilimento dell’unità.

Gli incontri ricordati da Leone XIV appartengono a questa storia di ricezione conciliare. Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco hanno progressivamente consolidato rapporti nei quali la memoria delle ferite ha potuto convivere con la ricerca di una comprensione più vera.

Il Papa entra dunque nella Cattedrale armena portando con sé una storia che non comincia con il proprio pontificato. Proprio questo rende il gesto ecclesialmente serio: Leone XIV non presenta l’unità come una sua intuizione personale e non trasforma l’ecumenismo in uno degli elementi caratterizzanti della propria immagine. Riceve un cammino già iniziato e assume la responsabilità di portarlo avanti.

Mi sembra che qui emerga un tratto importante del suo modo di esercitare il ministero petrino. Il Papa parla dell’unità dentro la continuità della Tradizione e riconosce il lavoro già compiuto dai predecessori, dalle Chiese e dagli organismi di dialogo. L’autorità non diventa il luogo dal quale reinventare continuamente la Chiesa; diventa il ministero attraverso il quale custodire un processo ecclesiale e aiutarlo a raggiungere il proprio fine.

Anche il richiamo allo «scambio dei doni» acquista in questa prospettiva un significato concreto. Ogni Chiesa ha custodito, dentro la propria storia, forme spirituali, liturgiche e teologiche che possono aiutare le altre a comprendere più profondamente il mistero ricevuto.

La tradizione armena porta con sé una liturgia antichissima, una spiritualità segnata dalla Croce e dalla memoria dei martiri, una particolare capacità di conservare la fede dentro condizioni storiche nelle quali la sopravvivenza stessa della comunità è stata ripetutamente minacciata. Accostarsi a questa esperienza significa riconoscere che l’unità cristiana non consiste nel rendere tutti uguali, ma nel permettere che i doni ricevuti diventino patrimonio condiviso.

Lo stesso vale per il ministero di Roma. Se la piena comunione dovrà un giorno essere ricostruita, il problema non sarà semplicemente decidere se il primato debba esistere oppure essere eliminato. Sarà necessario comprendere come il ministero del Vescovo di Roma possa essere esercitato in una forma riconoscibile come servizio alla comunione anche dalle Chiese che oggi non sono pienamente unite a lui.

È uno dei punti più delicati del dialogo ecumenico e sarebbe ingenuo presentarlo come questione quasi risolta. La visita a Sahak II mostra però che è possibile parlarne dentro una relazione di fiducia crescente, nella quale il Patriarca stesso può esprimere stima per il ministero del Papa senza che questo significhi aver già raggiunto un consenso ecclesiologico completo.

Questa gradualità appartiene alla serietà dell’ecumenismo. La piena comunione non viene prodotta dalla buona volontà e non può essere anticipata attraverso gesti simbolici che ignorino le questioni ancora aperte. Allo stesso tempo, le questioni teologiche non giustificano il mantenimento di distanze che non hanno più alcuna ragione evangelica.

Il «dialogo della carità» e il dialogo della verità hanno bisogno l’uno dell’altro. Senza la carità la verità viene discussa tra interlocutori che continuano a percepirsi come avversari; senza la verità la fraternità può ridursi a cortesia ecclesiastica priva della forza necessaria per affrontare i nodi reali.

La mattina del 30 novembre ha mostrato entrambe le dimensioni. Vi è stata la cordialità dell’accoglienza, la memoria condivisa, lo scambio dei doni e la preghiera; vi è stato anche il riferimento esplicito al lavoro teologico necessario per proseguire verso una comunione piena.

Nicea, in questo contesto, appare sotto una luce diversa rispetto alla celebrazione del suo anniversario. Non è soltanto il concilio che definì la consostanzialità del Figlio e non è soltanto il patrimonio dogmatico comune. Diventa una memoria ecclesiale nella quale le Chiese possono riconoscere che la loro storia condivisa è più antica della loro separazione.

Questo non cancella ciò che è accaduto dopo, e sarebbe ingenuo immaginare di poter semplicemente tornare al IV secolo. La storia non si percorre all’indietro. Le Chiese possono però tornare alle sorgenti per comprendere meglio quale comunione devono cercare nel presente.

Forse proprio qui si trova la forza dell’immagine che rimane da quella mattina. Leone XIV e Sahak II si incontrano nella Cattedrale dedicata alla Madre di Dio e si salutano come fratelli appartenenti a tradizioni che hanno attraversato secoli di separazione, conservando tuttavia la stessa fede nel Figlio incarnato.

Non è ancora l’unità piena. Sarebbe irresponsabile fingere che lo sia. È però molto più di una cortesia reciproca, perché racconta un cammino nel quale le Chiese hanno già imparato a riconoscere nell’altro qualcosa che per secoli era stato oscurato dalle controversie.

Il cristianesimo porta dentro la propria storia il paradosso di una comunione donata da Cristo e di divisioni generate dagli uomini. L’ecumenismo nasce dal rifiuto di considerare questo paradosso come una condizione definitiva.

La visita di Leone XIV alla comunità armena mostra che il ritorno alle origini non consiste in una nostalgia per una Chiesa idealizzata prima delle separazioni. Significa permettere alla fede apostolica di giudicare le nostre distanze presenti e chiedersi quali di esse corrispondano realmente alla verità e quali continuino soltanto per inerzia storica.

Il gesto compiuto a Istanbul conserva per questo una sua forza. Due Chiese che non sono ancora in piena comunione hanno potuto pregare, ricordare insieme la fede di Nicea e riconoscere il lungo lavoro già compiuto. Il passato non è stato cancellato e il futuro non è stato anticipato artificialmente.

Tra le due cose rimane il cammino, che forse è la forma più autentica dell’ecumenismo quando non vuole accontentarsi né della separazione né dell’illusione.

Leone XIV ha lasciato la Cattedrale armena per raggiungere il Fanar, dove poche ore dopo avrebbe partecipato alla Divina Liturgia nella festa di sant’Andrea. La successione dei due incontri rende ancora più visibile la trama del viaggio: Nicea non era una commemorazione isolata, ma il punto dal quale guardare alle grandi tradizioni cristiane d’Oriente e riconoscere quanto della comunione antica sia ancora presente e quanto chieda ancora di essere ricostruito.

La fede degli Apostoli non elimina il lavoro della storia. Gli offre però un orientamento. Se Cristo è veramente il centro comune e se lo Spirito ha continuato ad agire nelle Chiese anche durante i secoli della separazione, allora la piena comunione non può essere considerata un sogno facoltativo destinato agli specialisti del dialogo.

Appartiene alla responsabilità della Chiesa verso il Vangelo ricevuto.

L’incontro tra Leone XIV e Sahak II ha ricordato proprio questo. Le origini non sono dietro di noi come un’età perduta da contemplare. Rimangono davanti alla Chiesa come una misura alla quale tornare, affinché la memoria apostolica diventi ancora una volta sorgente di comunione.

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