don Mario Proietti, C.PP.S.

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TRATTARE OGNI UOMO CON DIGNITÀ. LEONE XIV E LA QUESTIONE MIGRATORIA NEGLI STATI UNITI

Commentando il messaggio speciale dei vescovi statunitensi sull’immigrazione, Leone XIV ha richiamato cattolici e uomini di buona volontà a un criterio che precede ogni schieramento politico: anche quando uno Stato esercita il proprio diritto di regolare i confini e applicare le leggi, la persona non perde mai la dignità che riceve da Dio.

Ci sono temi sui quali il linguaggio pubblico sembra quasi incapace di conservare la misura. L’immigrazione appartiene certamente a questi. Ogni parola viene immediatamente trascinata dentro uno schieramento, e persino l’insegnamento della Chiesa rischia di essere utilizzato come materiale da distribuire tra partiti contrapposti, scegliendo una frase e dimenticando quella successiva.

Per questo ho letto con particolare attenzione le parole pronunciate da Papa Leone XIV il 18 novembre 2025, quando, incontrando alcuni giornalisti all’esterno della residenza di Castel Gandolfo, gli è stato chiesto di commentare il messaggio speciale approvato pochi giorni prima dai vescovi degli Stati Uniti sulla situazione degli immigrati.

Il Papa non ha elaborato in quella circostanza un proprio documento sull’immigrazione. Ha compiuto qualcosa di forse più significativo: ha indicato il testo dell’episcopato americano come una parola che merita di essere ascoltata e ha invitato espressamente i cattolici, insieme a tutte le persone di buona volontà, a prestare attenzione a ciò che i vescovi avevano detto.

Quel messaggio era stato approvato il 12 novembre durante l’assemblea plenaria della Conferenza episcopale statunitense con una maggioranza molto ampia, 216 voti favorevoli, cinque contrari e tre astensioni. La scelta stessa di ricorrere alla forma di un “Special Message”, utilizzata raramente dall’episcopato americano, mostrava quanto i vescovi considerassero grave il clima che si era creato attorno all’immigrazione e alle modalità con cui venivano applicate alcune politiche di controllo.

Il testo parla di paura e ansia tra gli immigrati, denuncia la loro demonizzazione nel dibattito pubblico, manifesta preoccupazione per le condizioni dei centri di detenzione e per le famiglie separate, e ricorda situazioni nelle quali persone che avevano vissuto per anni negli Stati Uniti avevano perduto improvvisamente il proprio status legale. I vescovi affermano inoltre di opporsi alle deportazioni indiscriminate di massa e chiedono che cessino tanto la retorica disumanizzante contro gli immigrati quanto la violenza contro le forze dell’ordine.

La parte forse più interessante, proprio perché rende difficile trasformare il documento in una bandiera politica, viene poco dopo. L’episcopato riconosce esplicitamente che le nazioni hanno la responsabilità di regolare i propri confini e di stabilire un sistema migratorio giusto e ordinato per il bene comune. Senza percorsi legali e controllati, ricordano i vescovi, gli stessi migranti diventano più facilmente vittime della tratta e dello sfruttamento.

La dottrina cattolica non presenta quindi l’accoglienza come abolizione dei confini e neppure considera ogni politica di regolazione migratoria una forma di chiusura morale. Una comunità politica possiede responsabilità reali verso coloro che già la compongono e deve poter stabilire condizioni, procedure e limiti capaci di custodire il bene comune.

Nello stesso documento compare però un’affermazione che impedisce di utilizzare questo principio per giustificare qualsiasi forma di trattamento: dignità umana e sicurezza nazionale non sono in conflitto. La capacità di regolare i confini non attribuisce allo Stato il potere di decidere quanto valga una persona, perché la dignità dell’uomo precede lo Stato stesso e non viene concessa da un permesso di soggiorno.

È precisamente su questo punto che Leone XIV ha concentrato la propria risposta. Ha parlato di persone che vivono negli Stati Uniti da dieci, quindici o vent’anni, che hanno costruito la propria esistenza, lavorato e cercato di condurre una vita buona, e ha giudicato inaccettabile che vengano trattate in maniera gravemente irrispettosa.

Il Papa non ha dichiarato che la lunga permanenza renda automaticamente regolare una posizione giuridica e non ha negato la competenza delle autorità e dei tribunali. Ha spostato invece l’attenzione su una questione che il diritto da solo non può risolvere: quale trattamento è compatibile con la dignità di una persona anche quando la sua situazione amministrativa è irregolare?

Questa domanda appartiene direttamente alla tradizione cristiana. Una legge può stabilire se qualcuno possieda o meno i requisiti per rimanere in un Paese, può disporre procedure e valutare ricorsi, mentre nessuna legge può trasformare una persona in qualcosa di meno di un essere umano creato a immagine di Dio.

La distinzione è importante anche perché impedisce di confondere misericordia e arbitrio. La misericordia cristiana non chiede allo Stato di rinunciare alla giustizia e la giustizia non autorizza lo Stato a esercitarsi attraverso l’umiliazione. Il problema morale nasce precisamente quando si pensa che l’applicazione di una norma renda irrilevante il modo in cui la persona viene trattata.

Il messaggio dei vescovi americani offre una formulazione particolarmente equilibrata quando afferma che sicurezza nazionale e dignità umana possono essere perseguite insieme. Non si tratta di trovare un compromesso mediocre tra due estremi, quanto di riconoscere che entrambe appartengono al bene comune e che una politica autenticamente umana deve essere capace di custodirle senza sacrificare l’una all’altra.

L’ordine politico ha bisogno di confini, regole e responsabilità. Una società incapace di governare i flussi migratori può produrre disordine, sfruttamento e nuove forme di vulnerabilità proprio per coloro che vorrebbe accogliere. Allo stesso tempo, una società che difende il proprio ordine attraverso la paura, la demonizzazione o l’umiliazione finisce per ferire qualcosa di sé, perché il modo in cui tratta lo straniero rivela la concezione dell’uomo sulla quale ha costruito il proprio ordine.

La Scrittura conosce bene questa tensione. Israele possiede una terra, delle frontiere, una legge e una identità precisa, mentre riceve continuamente il comando di ricordare lo straniero perché anch’esso è stato straniero in Egitto. Il forestiero non viene trasformato in una figura romantica e nemmeno in una minaccia permanente; entra piuttosto nello spazio morale nel quale il popolo dell’Alleanza deve mostrare se ha davvero imparato qualcosa dalla propria storia.

Nel Nuovo Testamento questa responsabilità raggiunge una profondità ulteriore, perché Cristo identifica con la propria persona il modo in cui vengono trattati i piccoli e i vulnerabili. «Ero straniero e mi avete accolto» non è una formula tecnica per scrivere una legge sull’immigrazione, e sarebbe scorretto utilizzarla come se il Vangelo contenesse un programma amministrativo. Rimane però un criterio davanti al quale nessuna politica può dichiararsi moralmente neutrale.

La Chiesa entra dunque nel dibattito senza trasformarsi in partito. Non possiede una competenza tecnica esclusiva sul numero degli ingressi, sulle procedure di frontiera o sui criteri amministrativi più adeguati. Possiede invece il dovere di ricordare continuamente quale idea dell’uomo deve orientare qualunque scelta politica.

Questo spiega anche perché l’intervento di Leone XIV non possa essere ridotto né a un’approvazione generica dell’immigrazione né a una correzione del magistero precedente. Il Papa non ha introdotto una nuova dottrina e non ha scoperto improvvisamente il diritto degli Stati ai confini. Ha richiamato un equilibrio che appartiene da tempo all’insegnamento sociale cattolico e che proprio la polarizzazione politica tende continuamente a spezzare.

Da una parte vi è la responsabilità delle autorità di governare i fenomeni migratori secondo il bene comune. Dall’altra vi è il diritto della persona a non essere trattata come un problema amministrativo al quale possa essere sottratta ogni considerazione morale.

Questa impostazione impedisce anche una contrapposizione troppo facile tra Papa Francesco e Leone XIV. Negli anni precedenti alcuni slogan pubblici hanno talvolta ridotto la complessità dell’insegnamento di Francesco alla sola parola «accogliere», come se il suo magistero avesse negato ogni responsabilità degli Stati. Sarebbe altrettanto scorretto utilizzare ora Leone XIV come correzione politica del predecessore.

La continuità più profonda si trova nella centralità della persona. Il dibattito sulle forme concrete dell’accoglienza, dell’integrazione e del controllo può conoscere accentuazioni diverse, mentre la dignità inalienabile dell’essere umano rimane il criterio che impedisce alla politica di trasformarsi in semplice amministrazione della forza.

Leone XIV aveva ribadito pochi giorni prima, in un contesto diverso, che la dignità non viene acquistata attraverso il merito e non dipende da ciò che una persona possiede o realizza. È un dono ricevuto da Dio perché l’uomo è creato a sua immagine. Questa affermazione, riferita alla tutela dei più vulnerabili, contiene anche la radice antropologica necessaria per comprendere il tema migratorio.

Se la dignità dipendesse dal riconoscimento legale, chi perde un documento perderebbe progressivamente anche il diritto al rispetto. Se dipendesse dall’utilità economica, il lavoratore utile meriterebbe più tutela di chi non può lavorare. Se dipendesse dall’integrazione culturale, la persona sarebbe tanto più degna quanto più assomiglia alla maggioranza che la accoglie.

La visione cristiana parte altrove. La dignità appartiene all’uomo prima delle sue prestazioni e permane anche quando egli viola una norma. Una posizione irregolare può produrre conseguenze giuridiche, mentre non produce una umanità irregolare.

Questa distinzione aiuta anche a leggere la questione delle deportazioni. I vescovi americani non negano in assoluto la possibilità di un rimpatrio e non dichiarano illegittima l’applicazione delle leggi migratorie. Contestano la deportazione indiscriminata di massa e un clima nel quale intere categorie di persone rischiano di essere trattate come una minaccia indistinta.

L’aggettivo «indiscriminata» è decisivo, perché introduce il principio del discernimento. Dietro una stessa definizione amministrativa possono trovarsi storie molto diverse: persone appena entrate, famiglie radicate da decenni, minori cresciuti nel Paese, lavoratori con figli cittadini americani, individui che hanno commesso reati gravi e altri che non hanno mai avuto problemi con la giustizia. Una politica che rinuncia a distinguere può essere efficiente dal punto di vista burocratico e profondamente ingiusta dal punto di vista umano.

Anche il riferimento del Papa ai tribunali deve essere compreso in questa prospettiva. Le situazioni concrete devono attraversare procedure capaci di valutare responsabilità, diritti e circostanze. La giustizia possiede una forma proprio perché l’uomo non può essere ridotto a un numero dentro una categoria generale.

Il contributo della Chiesa consiste dunque nel mantenere aperta questa domanda antropologica anche quando la discussione politica preferirebbe semplificarla. Chi considera ogni limite all’immigrazione una violazione morale finisce per ignorare la responsabilità dello Stato verso il bene comune; chi pensa che l’irregolarità amministrativa autorizzi qualsiasi trattamento dimentica la dignità che nessuno Stato ha creato e che nessuno Stato può revocare.

In questo equilibrio riconosco uno degli aspetti più interessanti dell’intervento di Leone XIV. Il Papa non cerca una formula capace di rendere tutti soddisfatti, perché su un tema così polarizzato sarebbe un’impresa persino più improbabile della moltiplicazione dei pani. Riconduce piuttosto il problema a un principio cristiano abbastanza semplice da comprendere e abbastanza esigente da scontentare ogni ideologia: l’ordine è necessario e l’uomo viene prima dell’ordine che costruiamo.

Questo principio vale anche per il modo in cui parliamo. La retorica che descrive sistematicamente gli immigrati come invasori, criminali o corpi estranei prepara infatti un terreno nel quale diventa più facile accettare trattamenti che, rivolti a persone riconosciute come vicine, apparirebbero immediatamente intollerabili. Allo stesso modo, un linguaggio che rifiuta di riconoscere qualunque problema connesso ai flussi migratori finisce per alimentare una reazione opposta e rende più difficile costruire politiche serie.

La parola cristiana dovrebbe sottrarsi a entrambe le semplificazioni. Può riconoscere il disagio di comunità che vivono trasformazioni rapide, la necessità di sicurezza e la legittimità delle regole, conservando contemporaneamente la capacità di guardare negli occhi colui che quelle regole raggiungono.

È qui che l’immigrazione smette di essere soltanto un dossier politico e diventa una domanda sulla civiltà. Una società mostra molto di sé nel modo in cui esercita il potere su chi possiede meno strumenti per difendersi. Il diritto è necessario proprio perché il potere non venga esercitato secondo arbitrio, e la dignità umana è necessaria perché neppure il diritto diventi autosufficiente.

La tradizione cattolica parla del bene comune come del bene di tutti e di ciascuno, e questa doppia dimensione è particolarmente utile nel tema migratorio. Il bene della comunità nazionale non può essere ignorato in nome del singolo, mentre il singolo non può essere schiacciato in nome di una concezione astratta del bene collettivo.

Quando i vescovi statunitensi affermano che dignità e sicurezza possono essere perseguite insieme stanno chiedendo precisamente questo: una politica capace di pensare senza mutilare la realtà.

Le parole di Leone XIV acquistano allora una particolare sobrietà. Davanti a persone che hanno trascorso negli Stati Uniti una parte considerevole della loro vita, il Papa chiede che il modo di applicare la legge non cancelli la storia che quelle persone portano con sé.

Una persona che ha lavorato per vent’anni, cresciuto figli e costruito legami non diventa automaticamente titolare di ogni diritto semplicemente per il tempo trascorso, mentre quel tempo costituisce una realtà umana che un sistema giusto non può fingere di non vedere.

Forse proprio questa capacità di vedere costituisce il contributo più specificamente cristiano alla discussione. Prima delle categorie vengono i volti, e i volti non cancellano le categorie giuridiche, ma impediscono che esse diventino l’unico modo di comprendere la realtà.

Il Papa ha quindi fatto bene a invitare ad ascoltare i vescovi americani. Il loro messaggio non consegna una soluzione tecnica e non pretende di sostituirsi al legislatore. Chiede al Paese di non separare ciò che una buona politica dovrebbe riuscire a custodire insieme: sicurezza e umanità, legalità e rispetto, responsabilità verso la comunità e tutela della persona.

Per un cristiano il punto ultimo rimane ancora più profondo. Lo straniero, il cittadino, il regolare e l’irregolare appartengono tutti alla stessa umanità che Cristo ha assunto. La legge può distinguerne la condizione giuridica; il Vangelo impedisce di trasformare quella distinzione in una gerarchia della dignità.

Trattare ogni uomo con dignità non significa dunque rinunciare al governo dei fenomeni migratori. Significa ricordare perché li governiamo e quale limite morale nessun governo dovrebbe oltrepassare. Una società custodisce davvero i propri confini quando, nel difenderli, non perde il confine più delicato di tutti: quello che separa l’esercizio legittimo dell’autorità dalla disumanizzazione di chi è affidato al suo potere.

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