don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

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L’amore tra uomo e donna: la comunione come vocazione

Date ragione della speranza che è in voi · Terza tappa

Riflessione integrativa sul tema previsto del 25 novembre 2025

Dopo aver guardato all’uomo come creatura plasmata dalla terra e vivificata dal soffio di Dio, il cammino diocesano conduceva naturalmente alla relazione. La Genesi non presenta infatti la persona come un essere compiuto nell’isolamento, perché la vita ricevuta domanda comunione e la libertà trova il proprio volto quando impara ad accogliere l’altro come dono.

Il racconto di Genesi 2,21-25 ha custodito per secoli questa intuizione attraverso un linguaggio simbolico di straordinaria densità. L’uomo riconosce nella donna qualcuno che gli corrisponde, qualcuno che appartiene alla stessa umanità e nello stesso tempo gli sta davanti con una irriducibile alterità. La relazione nasce proprio qui, nel riconoscimento di una prossimità che non annulla la differenza.

La tradizione cristiana ha letto questa pagina come una delle radici dell’antropologia sponsale. L’essere umano porta in sé una vocazione alla comunione che non deriva semplicemente dal bisogno di compagnia. La persona è strutturalmente aperta all’altro e scopre qualcosa di se stessa proprio nel dono. Il corpo partecipa a questa verità, perché rende visibile che l’uomo non è una coscienza chiusa in se stessa e che la differenza sessuale appartiene alla concretezza della creazione.

Nel nostro tempo questo passaggio richiede particolare attenzione. La questione dell’identità viene spesso affrontata come se il corpo fosse un materiale neutro affidato interamente alla volontà individuale, mentre la visione biblica invita a partire da ciò che è ricevuto. Ricevere il corpo significa riconoscere che la libertà umana ha una storia e una forma, e che proprio dentro questa realtà concreta la persona è chiamata a maturare la propria vocazione.

La relazione tra uomo e donna appare allora come un luogo nel quale la differenza può diventare comunione senza essere cancellata. L’altro non è il prolungamento di sé e non è una funzione chiamata a soddisfare un bisogno. È una presenza che chiede ascolto, rispetto e accoglienza. Il linguaggio biblico della «carne della mia carne» esprime una appartenenza che non coincide con il possesso e che trova la propria verità nella reciprocità.

In questo orizzonte il matrimonio cristiano acquista un significato che supera la dimensione privata. La comunione degli sposi diventa segno di una fedeltà che riceve la propria misura dall’amore di Dio e si apre alla generazione della vita. L’amore, quando assume la forma dell’alleanza, riconosce che il sentimento da solo non può sostenere tutta la profondità di una storia condivisa. Ha bisogno di una promessa capace di attraversare il tempo e di custodire la persona anche quando l’esperienza cambia.

La dimensione generativa appartiene a questa stessa logica. Generare non significa soltanto dare origine biologicamente a una nuova vita. Significa accettare che l’amore porti frutto oltre la coppia stessa e introduca nel mondo una responsabilità nuova. Ogni autentica comunione tende a diventare feconda, perché ciò che è ricevuto come bene cerca naturalmente una forma attraverso la quale essere consegnato.

La pagina della Genesi lascia emergere anche una fragilità che il percorso avrebbe affrontato nelle tappe successive. La comunione originaria non rimane intatta: la libertà può ripiegarsi su se stessa e l’altro può essere trasformato in oggetto, rivale o strumento. Proprio per questo la riflessione sull’amore prepara il tema dell’obbedienza e della trasgressione, perché la ferita del peccato attraversa anzitutto la fiducia e modifica il modo in cui l’uomo guarda Dio, se stesso e chi gli sta accanto.

Dentro il cammino sulla speranza, questa tappa ricorda che la salvezza cristiana riguarda anche la capacità di tornare alla comunione. L’uomo non viene redento soltanto nella propria interiorità; viene riconciliato nelle relazioni e imparando nuovamente il dono di sé. La speranza entra così nella vita quotidiana, nel modo di amare, di promettere, di custodire la differenza e di accogliere la responsabilità che nasce dall’incontro con un altro.

Nel percorso complessivo questa riflessione occupa quindi un posto preciso. Dopo la terra e il soffio, compare il volto dell’altro; dopo la dignità ricevuta, emerge la vocazione alla comunione. Il passo successivo avrebbe mostrato quanto questa relazione possa essere ferita quando la libertà smette di fidarsi della parola di Dio e pretende di stabilire da sola la misura del bene.


Questa riflessione integra il percorso diocesano 2025-2026 «Date ragione della speranza che è in voi» e sviluppa il tema «L’amore tra uomo e donna», previsto nel programma dell’itinerario. Il testo è stato successivamente elaborato da don Mario Proietti, C.PP.S., per conservare la continuità del cammino e approfondirne il significato antropologico e teologico.

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