don Mario Proietti, C.PP.S.

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«UNA CARO»: QUANDO L’AMORE DIVENTA UN «NOI»

La Nota dottrinale pubblicata dal Dicastero per la Dottrina della Fede il 25 novembre 2025 riprende una dimensione del matrimonio che il Magistero recente aveva trattato meno diffusamente: l’unità come scelta di un amore unico ed esclusivo. Attraverso la Scrittura, la tradizione cristiana e una vasta riflessione sul significato dell’appartenenza reciproca, Una caro mostra che la monogamia non nasce dalla riduzione delle possibilità offerte alla libertà, ma dalla capacità di consegnarla dentro un legame nel quale due persone imparano progressivamente a diventare un «noi».

La Nota Una caro, pubblicata dal Dicastero per la Dottrina della Fede il 25 novembre 2025 e approvata da Leone XIV pochi giorni prima, affronta il matrimonio da una prospettiva che può apparire elementare proprio perché tocca ciò che siamo abituati a dare per scontato: che l’amore coniugale riguardi un uomo e una donna che scelgono di appartenersi in maniera unica ed esclusiva.

Il documento nasce dalla constatazione che questa evidenza culturale non può più essere presupposta. Da una parte il Dicastero richiama il dialogo con i vescovi africani sul problema della poligamia, dall’altra osserva la diffusione, soprattutto nei Paesi occidentali, di forme di relazione nelle quali l’esclusività viene percepita come una limitazione della libertà e la possibilità di mantenere contemporaneamente più legami viene presentata come espressione di maggiore autenticità personale.

In questo contesto la Chiesa non sceglie anzitutto il linguaggio della condanna, perché preferisce tornare a interrogarsi sul valore positivo dell’unità matrimoniale e sulle ragioni per cui una persona possa liberamente decidere di rinunciare ad altre possibilità per consegnarsi a un unico amore.

La domanda è più profonda di quanto possa sembrare. Se la libertà viene interpretata soprattutto come conservazione del maggior numero possibile di alternative, ogni legame stabile rischia di apparire come una perdita. L’amore coniugale nasce invece quando la libertà accetta di diventare scelta, e proprio attraverso quella scelta acquista una forma che permette alla relazione di maturare nel tempo.

Il titolo latino Una caro, «una sola carne», riprende l’espressione biblica della Genesi che Gesù stesso utilizzerà parlando del matrimonio. Il Dicastero la avvicina a una espressione molto più quotidiana, «noi due», attraverso la quale gli sposi riconoscono di possedere una storia condivisa che nessun altro può semplicemente sostituire.

Quel «noi» non cancella l’«io» e il «tu». La Nota insiste sul fatto che gli sposi rimangono due persone distinte, con una identità propria e irriducibile, mentre il consenso crea tra loro una appartenenza che li pone insieme davanti al mondo.

L’appartenenza reciproca diventa così una delle chiavi più feconde del documento, anche perché il termine potrebbe essere facilmente equivocato se venisse separato dalla libertà. Appartenersi non significa possedersi, controllarsi o ridurre l’altro a una estensione di sé, perché il matrimonio cristiano nasce dall’incontro di due libertà che scelgono di consegnarsi e continuano a riconoscere nell’altro una persona che non può mai diventare oggetto.

Questa prospettiva aiuta a comprendere perché l’esclusività non venga presentata come una restrizione imposta dall’esterno. L’amore umano diventa tanto più profondo quanto più acquista la capacità di dire a qualcuno che la sua presenza non è intercambiabile e che il legame costruito con lui non rimane continuamente sottoposto alla verifica di alternative possibili.

La cultura contemporanea conosce bene il valore della scelta quando riguarda altri ambiti della vita. Una vocazione professionale, un’amicizia profonda o una responsabilità assunta stabilmente richiedono sempre che alcune possibilità vengano lasciate andare perché un’altra possa essere vissuta pienamente. Nel matrimonio questa dinamica raggiunge una forma particolarmente intensa, perché coinvolge l’intera esistenza e chiede che la libertà impari a trasformarsi progressivamente in fedeltà.

Una caro mostra che unità e indissolubilità sono profondamente legate proprio per questa ragione. La stabilità del matrimonio non nasce soltanto da un obbligo giuridico che impedisce di sciogliere il vincolo, perché ha bisogno di essere sostenuta da una relazione che continua a crescere e nella quale l’esclusività diventa sempre più una forma dell’amore vissuto.

Il documento dedica molta attenzione a questa crescita e ricorda che l’unità matrimoniale non è semplicemente una realtà acquisita una volta per tutte nel giorno delle nozze. Gli sposi diventano più pienamente ciò che hanno promesso attraverso il tempo, le decisioni quotidiane, le crisi attraversate, le riconciliazioni e quella lenta conoscenza reciproca che nessuna emozione iniziale può sostituire.

Il Concilio Vaticano II aveva già espresso questa dinamica parlando dei coniugi che sperimentano progressivamente il senso della propria unità e la conseguono sempre più pienamente. Una caro riprende questa intuizione e la colloca dentro una visione nella quale il matrimonio non è un oggetto statico da proteggere, ma una comunione chiamata a maturare.

Questo permette anche di evitare una lettura ingenuamente romantica della monogamia. L’esclusività non garantisce automaticamente la qualità di una relazione e una coppia può essere formalmente monogamica mentre vive dentro incomprensioni, egoismi o forme di dominio che contraddicono profondamente il significato del matrimonio.

La Nota insiste quindi sulla carità coniugale, che permette all’unità giuridica di diventare progressivamente una reale comunione di vita. La fedeltà non coincide con la semplice assenza di tradimenti, perché chiede una cura dell’altro che attraversa il linguaggio, l’attenzione, il tempo, la tenerezza e la capacità di attraversare insieme le trasformazioni inevitabili dell’esistenza.

È particolarmente importante che il Dicastero utilizzi il termine «appartenenza» senza cedere a una concezione possessiva del rapporto. La reciprocità impedisce che uno dei due possa considerarsi proprietario dell’altro e ricorda che la comunione coniugale nasce da una consegna che rimane libera proprio mentre diventa stabile.

Anche la dimensione corporea acquista il proprio significato dentro questa totalità. Il corpo non è una realtà separata dalla persona e l’unione sessuale esprime qualcosa di più ampio della sola attrazione, perché assume il linguaggio di una appartenenza che coinvolge l’intera vita.

Proprio per questo la sessualità coniugale non può essere compresa pienamente quando viene separata dalla storia condivisa degli sposi. Il gesto corporeo riceve profondità dalla relazione che lo precede e dalla responsabilità che continua dopo di esso, diventando una espressione di quella unità che il matrimonio costruisce nel tempo.

Il documento non presenta questa visione come una nostalgia per un modello sociale destinato a scomparire. La sua domanda riguarda piuttosto ciò che rende umanamente possibile una relazione nella quale la persona non venga ridotta a una possibilità tra le altre.

L’esclusività afferma precisamente che l’altro possiede un valore unico e che il legame con lui merita di essere custodito anche quando l’esperienza immediata non produce più le emozioni della fase iniziale. In questo senso la monogamia contiene una concezione molto esigente della dignità personale, perché rifiuta la logica della sostituibilità.

È significativo che il documento nasca in un momento storico segnato dalla moltiplicazione delle possibilità. La tecnologia permette di mantenere una rete quasi illimitata di contatti e offre continuamente l’impressione che una scelta migliore possa trovarsi appena oltre quella già compiuta.

Questa mentalità entra inevitabilmente anche nelle relazioni affettive, dove la difficoltà di accettare il limite può trasformare ogni legame in una esperienza provvisoria. Se la libertà viene identificata con la possibilità di ricominciare continuamente, la fedeltà rischia di apparire come una forma di immobilità.

Una caro propone una concezione diversa, nella quale il limite assunto liberamente permette alla persona di approfondire ciò che ha scelto. La rinuncia ad altre possibilità non impoverisce necessariamente l’esistenza, perché rende possibile quella profondità che può nascere soltanto quando una relazione riceve abbastanza tempo e stabilità per attraversare realmente la vita.

Anche il riferimento alla poligamia acquista in questo quadro un significato più ampio della sola disciplina matrimoniale. Il problema non viene affrontato soltanto perché la tradizione cristiana ha riconosciuto la monogamia come forma propria del matrimonio, ma perché il documento cerca di mostrare quale concezione della reciprocità e della pari dignità tra gli sposi sia contenuta nell’unione esclusiva.

Quando due persone si appartengono reciprocamente, nessuna delle due rimane una possibilità tra le altre e nessuna può rivendicare per sé una libertà che negherebbe all’altra la stessa pienezza del legame.

La Nota recupera così una dimensione personalista che attraversa soprattutto il Magistero di san Giovanni Paolo II. L’altro viene accolto come soggetto e non come strumento della propria realizzazione, e proprio per questo l’amore chiede che la persona venga riconosciuta nella sua interezza.

Dentro questa prospettiva anche l’indissolubilità assume un significato meno estrinseco. Essa continua a essere una proprietà essenziale del matrimonio, mentre la sua forza diventa più comprensibile quando viene collegata a quella appartenenza reciproca che gli sposi hanno scelto di costruire.

Una relazione che cresce nella comunione rende possibile la fedeltà richiesta dal vincolo, perché permette che ciò che è stato promesso non rimanga una formula giuridica pronunciata molti anni prima, ma continui a essere assunto dentro le condizioni nuove che la vita presenta.

La Nota possiede anche un realismo che impedisce di trasformare il matrimonio cristiano in un ideale irraggiungibile. L’amore degli sposi conosce fragilità, incomprensioni e stanchezze, e proprio per questo ha bisogno di essere sostenuto dalla grazia e continuamente educato.

La fedeltà cristiana non nasce dalla capacità umana di non sbagliare, perché cresce anche attraverso il perdono, la pazienza e la possibilità di ricominciare dentro la stessa alleanza.

Questo elemento è particolarmente importante nella pastorale familiare. Presentare la bellezza del matrimonio non significa ignorare quanto possa essere faticoso viverlo, perché una proposta credibile deve saper riconoscere la distanza che spesso esiste tra il significato del sacramento e le condizioni concrete delle persone che lo vivono.

La Chiesa accompagna gli sposi proprio perché riconosce questa distanza e sa che la grazia sacramentale opera dentro una storia reale, nella quale la comunione viene costruita con una lentezza che raramente corrisponde all’immagine ideale posseduta all’inizio.

Il valore di Una caro risiede forse soprattutto nella scelta di tornare a parlare positivamente del matrimonio senza partire dalle sue crisi. Il documento non ignora le trasformazioni culturali e conosce i problemi della poligamia e delle relazioni non esclusive, mentre preferisce offrire ragioni per comprendere perché un uomo e una donna possano ancora considerare desiderabile una appartenenza definitiva.

Questa impostazione può essere pastoralmente più feconda di una continua risposta alle emergenze. Una cultura cambia anche quando vengono mostrate forme di vita capaci di apparire belle e umanamente convincenti, e il matrimonio cristiano ha bisogno di essere nuovamente raccontato in questa luce.

Per molto tempo abbiamo parlato soprattutto della sua indissolubilità, e questa dimensione rimane essenziale. Una caro invita però a comprendere più profondamente l’unità che rende quella indissolubilità umanamente abitabile, perché una promessa può essere custodita nel tempo quando gli sposi continuano a riconoscersi dentro un «noi» che non ha smesso di crescere.

È precisamente questo «noi» che il documento pone al centro. Due persone rimangono diverse e continuano a possedere una propria storia, una propria coscienza e una propria libertà, mentre imparano progressivamente a pensare la vita dentro una comunione nella quale ciò che accade all’uno riguarda profondamente anche l’altro.

Questa appartenenza non è la perdita dell’identità personale e non richiede una fusione nella quale le differenze vengano cancellate. La comunione cristiana conserva sempre la distinzione, perché l’amore autentico non ha bisogno di eliminare l’altro per poterlo sentire vicino.

Quando il matrimonio riesce a maturare in questa direzione, la monogamia smette di apparire come la semplice esclusione di altri rapporti e mostra il proprio significato più profondo: la scelta di permettere a un unico legame di diventare abbastanza grande da accogliere la storia intera di due persone.

È una scelta che continua a chiedere libertà anche dopo il giorno delle nozze, perché ogni stagione della vita pone gli sposi davanti alla necessità di rinnovare ciò che hanno promesso e di riconoscere nuovamente l’altro dentro le trasformazioni che il tempo produce.

Una caro consegna così alla Chiesa un linguaggio utile proprio in un tempo nel quale il matrimonio rischia di essere discusso quasi esclusivamente attraverso i problemi che lo circondano. La Nota torna alla sua grammatica originaria e ricorda che l’unità non è semplicemente una condizione canonica del vincolo, ma la forma di un amore che cresce quando due libertà imparano a diventare una comunione.

La monogamia cristiana acquista allora il proprio significato non perché riduce il numero delle relazioni possibili, ma perché riconosce che l’amore può raggiungere una profondità particolare quando smette di considerare l’altro sostituibile e accetta di costruire con lui una storia che possiede un nome proprio: «noi due».

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