don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico

Nel primo incontro con vescovi, sacerdoti, consacrati e operatori pastorali della Türkiye, Leone XIV ha proposto una lettura della missione che parte dalla sproporzione tra la grandezza della storia cristiana custodita da quella terra e la piccolezza numerica delle comunità cattoliche che oggi vi abitano. Il Papa non trasforma questa fragilità in motivo di rassegnazione, perché la interpreta attraverso la logica evangelica del seme, del lievito e del piccolo gregge, mostrando come la fecondità ecclesiale dipenda dalla presenza di Cristo molto più che dalla consistenza delle strutture.

La Türkiye occupa un posto singolare nella memoria cristiana, perché dentro i suoi confini attuali si incontrano pagine decisive della storia della salvezza, della missione apostolica e dello sviluppo della fede. Leone XIV ha ricordato questa densità storica il 28 novembre 2025, incontrando nella Cattedrale dello Spirito Santo di Istanbul i vescovi, i sacerdoti, i diaconi, i consacrati e gli operatori pastorali del Paese.

Il Papa ha evocato Abramo, che dalla regione di Carran riprese il cammino verso la terra promessa, Antiochia dove i discepoli furono chiamati per la prima volta cristiani, i viaggi apostolici di Paolo, la memoria di Giovanni ad Efeso e il grande passato bizantino. Ha poi ricordato che proprio in quella terra furono celebrati i primi Concili ecumenici, lasciando emergere una continuità impressionante tra le radici bibliche, la nascita delle comunità cristiane e la maturazione dottrinale della Chiesa.

Una storia così ricca potrebbe facilmente trasformarsi in un motivo di nostalgia, soprattutto quando viene confrontata con la condizione numericamente molto ridotta nella quale vive oggi la comunità cattolica turca. Leone XIV sceglie invece un’altra lettura e chiede di guardare questa piccolezza con gli occhi del Vangelo, perché il modo con cui Dio agisce nella storia non coincide con i criteri attraverso i quali abitualmente misuriamo il successo.

Il Papa richiama il germoglio annunciato dai profeti, i piccoli accolti da Gesù e il seme che cresce senza imporsi attraverso la forza. Da queste immagini ricava un criterio ecclesiologico molto concreto: la fecondità della Chiesa non dipende anzitutto dalle risorse, dalla consistenza numerica, dal potere economico o dalla capacità di esercitare una influenza sociale.

Questa affermazione acquista un significato particolare proprio perché viene pronunciata davanti a una Chiesa che non possiede nessuno di questi elementi in misura rilevante. La comunità cattolica in Türkiye vive dentro una realtà prevalentemente musulmana, accanto alle antiche Chiese orientali e al Patriarcato Ecumenico, e deve continuamente imparare a testimoniare il Vangelo senza potersi appoggiare a una posizione maggioritaria.

Leone XIV non interpreta questa condizione come una situazione provvisoria da superare prima di poter essere realmente missionari. Vi riconosce invece una possibilità evangelica, perché una Chiesa piccola può essere costretta a tornare con maggiore radicalità alla sorgente della propria vita e a chiedersi da dove venga realmente la propria forza.

Il riferimento al «piccolo gregge» permette allora di comprendere la missione senza identificarla con l’espansione. Una comunità può essere numericamente fragile e possedere nello stesso tempo una reale fecondità, quando custodisce una fede capace di generare relazioni, testimonianza e speranza.

Questa prospettiva contiene una domanda che supera ampiamente i confini della Türkiye. Anche molte Chiese europee stanno sperimentando una riduzione della pratica religiosa, delle vocazioni e della presenza sociale che per lungo tempo erano state considerate quasi naturali. In queste condizioni la diminuzione può essere vissuta soltanto come perdita, oppure può diventare l’occasione per distinguere ciò che apparteneva a una determinata stagione culturale da ciò che costituisce realmente la forza della comunità cristiana.

Il discorso di Leone XIV non offre una teoria della decrescita ecclesiale e non idealizza la debolezza. Il Papa invita infatti la Chiesa turca a lavorare con serietà, a riconoscere i segni di speranza già presenti e a farne emergere altri attraverso creatività e perseveranza. La piccolezza evangelica non coincide quindi con la passività e non permette di utilizzare i numeri ridotti come giustificazione per rinunciare alla missione.

Tra i segni che il Papa considera particolarmente promettenti vi sono i giovani che bussano alle porte della Chiesa portando domande e inquietudini. La loro presenza obbliga la comunità cristiana ad ascoltare, accompagnare e offrire una testimonianza capace di parlare dentro una cultura che non possiede più necessariamente il linguaggio religioso delle generazioni precedenti.

Anche questo elemento rende interessante il discorso per altre realtà ecclesiali. Una Chiesa più piccola può diventare più consapevole del fatto che la fede non viene semplicemente ereditata attraverso l’ambiente sociale, perché deve essere proposta, spiegata e testimoniata dentro relazioni nelle quali la libertà personale assume un ruolo sempre più decisivo.

Leone XIV collega questa missione anche al dialogo ecumenico e interreligioso, particolarmente necessario in un Paese dove convivono tradizioni cristiane antichissime e dove il confronto con l’Islam appartiene alla vita quotidiana. La piccolezza della comunità cattolica rende ancora più evidente che la testimonianza non può essere costruita attraverso la contrapposizione e ha bisogno di una identità sufficientemente solida da permettere un incontro reale.

Questa identità non viene tuttavia custodita isolandosi dalla cultura nella quale la Chiesa vive. Il Papa insiste infatti sull’inculturazione e ricorda che molti sacerdoti, religiosi e operatori pastorali presenti in Türkiye provengono da altri Paesi, per cui la missione richiede che la lingua, gli usi e la sensibilità del popolo diventino progressivamente parte della loro esperienza.

L’inculturazione appare così come una forma concreta della carità missionaria. Annunciare il Vangelo significa anche imparare la lingua dell’altro, conoscere la sua storia e lasciarsi educare da un ambiente che non può essere trattato semplicemente come territorio nel quale trasferire modelli elaborati altrove.

La stessa attenzione compare nel riferimento ai migranti e ai rifugiati, particolarmente numerosi nel Paese. Leone XIV chiede che il servizio verso di loro rimanga una dimensione significativa della presenza ecclesiale e lo colloca dentro quella testimonianza della vulnerabilità che appartiene al Vangelo.

Anche qui la Chiesa piccola manifesta una forza che non deriva dalla capacità di occupare spazio pubblico. Può diventare riconoscibile attraverso la qualità della presenza, soprattutto quando si avvicina a coloro che dispongono di minori possibilità di far sentire la propria voce.

A questo punto il Papa introduce Nicea, e il passaggio non interrompe il discorso sulla missione, perché ne chiarisce il fondamento. Una comunità numericamente piccola può sostenere una testimonianza esigente soltanto se sa che cosa custodisce e attorno a quale centro continua a riunirsi.

Il Credo niceno diventa quindi criterio di essenzialità. Leone XIV chiede alla Chiesa di ritrovare, dentro la pluralità delle sensibilità e delle culture, ciò che costituisce il nucleo della fede cristiana e indica nella centralità di Cristo il punto capace di orientare il credere e l’agire.

Questa sottolineatura conduce al passaggio sull’«arianesimo di ritorno», con il quale il Papa descrive la tendenza contemporanea a guardare Gesù con ammirazione religiosa o morale senza riconoscerlo realmente come il Figlio di Dio presente nella storia. Una riduzione di questo tipo può apparire culturalmente più accettabile, perché conserva la figura di Gesù come maestro, profeta o difensore della giustizia, mentre perde precisamente ciò che la fede di Nicea ha voluto custodire.

La questione tocca direttamente anche la missione. Una Chiesa che non possiede più chiarezza sulla persona di Cristo può continuare a svolgere attività sociali, culturali o educative e nello stesso tempo perdere progressivamente la ragione specificamente cristiana della propria presenza.

Per questo la piccolezza evangelica non può essere separata dalla solidità della fede. Una comunità povera di mezzi e incerta sul contenuto del proprio annuncio non diventa automaticamente evangelica; la sua fragilità acquista un significato ecclesiale quando è sostenuta da una confessione di fede capace di generare vita.

Leone XIV introduce poi un terzo elemento, quello dello sviluppo della dottrina, ricordando come il Simbolo di Nicea sia stato approfondito pochi decenni dopo nel Concilio di Costantinopoli. La fede rimane fedele al proprio nucleo e, proprio per questo, continua a cercare linguaggi capaci di esprimerlo dentro situazioni storiche nuove.

Il richiamo a san John Henry Newman rende particolarmente chiaro questo processo. Lo sviluppo dottrinale non viene presentato come una correzione di ciò che la Chiesa credeva precedentemente, ma come la crescita interna di un organismo vivente che impara progressivamente a esplicitare ciò che già apparteneva al mistero ricevuto.

Questa dinamica si collega direttamente all’inculturazione richiesta alla Chiesa turca. La fedeltà non consiste nel ripetere indefinitamente le stesse forme, perché ogni comunità deve trovare il modo di esprimere la stessa fede dentro una lingua, una cultura e una situazione storica concreta.

L’equilibrio resta delicato, perché il linguaggio può cambiare senza diventare padrone del contenuto e la necessità di comunicare non autorizza a ridurre il mistero per renderlo più facilmente accettabile. La Chiesa vive precisamente dentro questa responsabilità, ricevendo una fede che non ha inventato e cercando continuamente di renderla comprensibile agli uomini ai quali è inviata.

La conclusione del discorso con san Giovanni XXIII restituisce a tutto il percorso una immagine particolarmente concreta. Leone XIV ricorda il futuro Papa mentre osservava dalla finestra i pescatori del Bosforo, capaci di lavorare nella notte e sotto la pioggia con le proprie piccole barche e con le fiaccole accese.

Roncalli aveva visto in quella scena un’immagine del ministero ecclesiale, e Leone XIV la ripropone a una Chiesa che continua a vivere sulle stesse rive molti decenni dopo. Non c’è trionfalismo in questa figura e non c’è nemmeno rassegnazione, perché i pescatori lavorano con ciò che possiedono, dentro condizioni che non hanno scelto, e continuano a gettare le reti.

La Chiesa in Türkiye appare così come una comunità nella quale la piccolezza non viene negata e non viene trasformata in complesso di inferiorità. Viene accolta come una condizione dentro la quale tornare a verificare che cosa renda realmente feconda la missione.

Il discorso di Leone XIV conserva per questo una forza che riguarda anche le Chiese nelle quali il passaggio da una presenza socialmente forte a una condizione più fragile sta diventando sempre più evidente. La domanda decisiva non consiste nel sapere come ricostruire rapidamente i numeri del passato, perché riguarda anzitutto la qualità della fede con cui abitiamo il presente.

Una Chiesa può perdere molte delle sicurezze che avevano accompagnato la sua storia e scoprire, dentro quella stessa perdita, che il Vangelo non aveva mai promesso la permanenza di una maggioranza culturale. Aveva promesso invece la presenza del Signore, la forza dello Spirito e quella fecondità misteriosa attraverso la quale un piccolo seme può continuare a generare vita.

Leone XIV affida alla Chiesa turca proprio questa speranza e, facendolo, ricorda a tutti che la missione cristiana non comincia quando siamo abbastanza numerosi, abbastanza forti o abbastanza influenti. Comincia quando una comunità raccolta attorno a Cristo accetta di abitare con fedeltà il luogo concreto nel quale è stata posta e continua a gettare le reti, anche nella notte, con la piccola luce che le è stata affidata.

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