Nel discorso per l’inaugurazione dell’anno accademico della Pontificia Università Lateranense, Leone XIV ha richiamato una espressione di Marcello Bordoni che appartiene alla migliore tradizione teologica: la «fatica del concetto». Pensare la fede dentro una storia che cambia, senza impoverirla e senza rifugiarsi nella semplificazione, diventa così un compito ecclesiale che riguarda l’università, la formazione sacerdotale e ogni autentica azione pastorale.
Ascoltando il discorso di Leone XIV alla Pontificia Università Lateranense, una citazione mi ha riportato improvvisamente molti anni indietro. Il Papa ha ricordato Marcello Bordoni e quella espressione, «la fatica del concetto», che riassumeva bene il modo con cui quel maestro intendeva la teologia.
Era il 16 giugno 1988 quando sostenni con lui l’esame di cristologia. Di quegli anni rimane il ricordo di un docente capace di chiedere rigore senza trasformare la teologia in una esercitazione astratta. Le domande conducevano continuamente al mistero di Cristo e obbligavano a comprendere che una affermazione teologica non può essere ripetuta soltanto perché è corretta, perché deve essere pensata fino a diventare intelligibile e capace di confrontarsi con le domande che la storia pone alla fede.
Ritrovare Bordoni nelle parole di un Papa, a quasi quarant’anni di distanza, ha quindi avuto per me qualcosa di più di un semplice interesse accademico. Leone XIV ha collocato quella citazione dentro una riflessione sulla missione dell’università ecclesiastica e, soprattutto, dentro una preoccupazione che riguarda la Chiesa intera: il rischio di rinunciare alla complessità del pensiero proprio quando la realtà richiederebbe maggiore profondità.
Il Papa ha parlato con chiarezza di una tentazione presente anche nella comunità ecclesiale, quella di considerare lo studio e la ricerca poco utili rispetto alle esigenze immediate della pastorale. Quando questa mentalità prende il sopravvento, la preparazione teologica viene percepita quasi come un lusso accademico e la vita concreta della Chiesa viene affidata soprattutto alla capacità organizzativa, alla comunicazione o alla risposta immediata ai problemi.
Leone XIV ha invece ricordato che proprio l’azione pastorale può diventare povera quando rinuncia alla fatica del pensiero. La semplificazione delle questioni complesse conduce facilmente alla banalità e all’approssimazione, mentre in altri casi produce quella rigidità che nasce spesso da una comprensione insufficiente dei problemi e dal bisogno di risolverli attraverso formule già pronte.
Questo passaggio merita particolare attenzione, perché impedisce di contrapporre lo studio alla pastorale come se il primo appartenesse agli specialisti e la seconda alla vita reale. Una pastorale realmente capace di accompagnare le persone ha bisogno di comprendere l’uomo, la cultura, la Scrittura, la Tradizione e il significato delle trasformazioni che attraversano la società.
Il sacerdote che incontra una famiglia ferita, un giovane disorientato, una persona che attraversa una crisi morale o un credente che pone domande difficili non ha davanti un caso teorico. Proprio perché incontra una vita reale, ha bisogno di una formazione che gli permetta di distinguere senza semplificare, di parlare senza improvvisare e di accompagnare senza trasformare ogni situazione in una risposta standard.
La preparazione intellettuale appartiene quindi alla carità pastorale, perché prendere sul serio le domande di una persona significa anche rifiutarsi di offrirle risposte superficiali.
Dentro questo orizzonte acquista tutto il suo significato il richiamo a Marcello Bordoni. Il Papa cita una sua riflessione sul rapporto tra cristologia e inculturazione, nella quale il teologo affermava che il dialogo con il mondo e con una storia continuamente attraversata da nuovi problemi costituisce precisamente la palestra nella quale si esercita la «fatica del concetto».
L’espressione non indica il gusto per un linguaggio complicato e neppure la convinzione che una teologia diventi più profonda quanto più risulti difficile da comprendere. La fatica nasce dal compito stesso del pensiero cristiano, che riceve una verità e deve continuamente comprenderla dentro contesti storici nuovi, senza deformarla per renderla più facilmente accettabile e senza trasformarla in una formula incapace di incontrare le domande del presente.
Questo equilibrio è uno dei problemi più seri della teologia di ogni epoca. La Rivelazione non cambia secondo le stagioni culturali, mentre la storia cambia continuamente e presenta alla fede domande che le generazioni precedenti non avevano formulato nello stesso modo.
Il lavoro teologico nasce dentro questa distanza. Deve ascoltare ciò che l’uomo contemporaneo sta vivendo e nello stesso tempo custodire la verità ricevuta, cercando un linguaggio nel quale la novità delle domande non diventi il criterio che modifica la fede e la fedeltà alla Tradizione non diventi una ragione per evitare il confronto con la realtà.
La «fatica del concetto» descrive precisamente questo lavoro, perché impedisce entrambe le scorciatoie.
Una Chiesa che si limita a ripetere formule senza interrogarsi sulla loro intelligibilità rischia di parlare un linguaggio che conserva la correttezza e perde progressivamente la capacità di essere compreso. Una Chiesa che adatta continuamente il contenuto alle categorie culturali dominanti rischia invece di rendere comprensibile qualcosa che non coincide più con ciò che aveva ricevuto.
Pensare la fede significa abitare questa tensione senza scioglierla artificialmente.
Per questo Leone XIV insiste sulla scientificità e chiede che la ricerca venga protetta anche dentro le istituzioni ecclesiastiche. L’università ha bisogno di docenti messi realmente nelle condizioni di studiare, di studenti disposti alla disciplina della ricerca e di un dialogo serio con gli altri saperi, perché il pensiero cristiano non cresce difendendosi dalla complessità.
La fede possiede abbastanza fiducia nella verità da poter incontrare la filosofia, le scienze umane, il diritto e le trasformazioni culturali senza sentirsi minacciata da ogni domanda nuova.
La teologia, tuttavia, conserva una sorgente che le impedisce di diventare una semplice scienza religiosa. Leone XIV ricorda che la mediazione culturale della fede trova la propria sorgente permanente in Gesù Cristo, e proprio per questo il dialogo con il mondo non coincide con la ricerca di una continua compatibilità culturale.
Il teologo cristiano entra nella storia portando una domanda che nasce prima della storia stessa: chi è Cristo e quale luce offre alla comprensione dell’uomo?
È in questa prospettiva che anche la memoria di Marcello Bordoni acquista un significato che supera la vicenda personale. Chi ha studiato cristologia con lui ricorda quanto fosse importante non separare mai il rigore concettuale dalla centralità del mistero cristiano. Il concetto serviva a custodire la realtà confessata dalla fede e diventava uno strumento per impedire che le parole teologiche si svuotassero lentamente del loro contenuto.
Questa esigenza appare ancora più urgente nel tempo della comunicazione digitale, nel quale la rapidità tende a premiare le affermazioni più immediate e la complessità viene spesso percepita come un ostacolo alla comunicazione.
I social hanno abituato tutti, anche nella Chiesa, a una forma di pensiero che deve essere immediatamente comprensibile, facilmente condivisibile e capace di produrre una reazione rapida. Dentro questo ambiente anche il linguaggio teologico rischia di essere trasformato in una successione di parole-chiave, slogan spirituali e formule capaci di circolare molto più rapidamente di quanto possano essere realmente comprese.
La conseguenza non riguarda soltanto la qualità del dibattito ecclesiale. Quando i concetti perdono precisione, anche il discernimento pastorale ne soffre, perché parole come coscienza, misericordia, accompagnamento, peccato, grazia, comunione o sinodalità possono continuare a essere utilizzate mentre assumono progressivamente significati diversi.
La fatica del pensiero diventa allora anche una forma di responsabilità ecclesiale. Significa fermarsi prima di parlare, distinguere ciò che spesso viene confuso, ricostruire il significato delle parole e accettare che alcune questioni richiedano tempo prima di poter essere formulate con chiarezza.
Questo lavoro non allontana dalla pastorale e non crea una Chiesa riservata agli specialisti. Permette piuttosto alla pastorale di non vivere soltanto di impressioni e alla predicazione di non dipendere dalla capacità retorica del momento.
Un sacerdote che continua a studiare anche dopo l’ordinazione non lo fa per accumulare titoli o per coltivare una identità accademica. Lo fa perché il popolo che gli è affidato continuerà a porgli domande che non erano presenti nel programma del seminario e perché la storia non smette di produrre situazioni nelle quali la fede deve essere pensata nuovamente.
Lo stesso vale per un catechista, un insegnante o un laico impegnato nella vita ecclesiale. La trasmissione della fede richiede una familiarità con il suo contenuto abbastanza profonda da permettere di distinguerlo dalle nostre interpretazioni personali e dalle categorie culturali attraverso le quali siamo abituati a leggerlo.
Leone XIV, parlando alla Lateranense, ha legato questa serietà del pensiero anche alla fraternità e al bene comune. Non è un accostamento casuale, perché la conoscenza cristiana non viene coltivata per la semplice soddisfazione intellettuale. L’università ecclesiastica serve la Chiesa e, attraverso la Chiesa, serve la società, formando persone capaci di utilizzare ciò che hanno appreso dentro una responsabilità più grande di loro.
La verità cercata con rigore diventa così una forma di servizio, perché libera dal dominio delle impressioni e rende più difficile manipolare la realtà attraverso parole imprecise.
Anche il dialogo con il mondo assume in questa prospettiva un significato più esigente. Dialogare non significa soltanto ascoltare ciò che la cultura contemporanea considera importante, perché comporta anche la disponibilità a lasciarsi provocare dalle sue domande e il coraggio di rispondere attraverso la ricchezza della fede ricevuta.
La teologia deve quindi conoscere realmente il mondo con cui dialoga e deve conoscere ancora meglio la fede che desidera comunicare.
Quando una di queste due conoscenze viene meno, il dialogo diventa fragile. Può ridursi a una ripetizione di formule incapaci di raggiungere la storia oppure a una continua rincorsa delle categorie culturali dominanti.
La «fatica del concetto» impedisce entrambe le possibilità, perché obbliga il pensiero cristiano a rimanere fedele alla propria sorgente e nello stesso tempo sufficientemente attento alla realtà da poter riconoscere le domande autentiche che vi emergono.
Per questo la citazione di Bordoni nel discorso di Leone XIV non mi è sembrata un semplice omaggio a un professore della Lateranense. Vi ho riconosciuto una indicazione che riguarda il futuro della formazione ecclesiale e, in qualche modo, anche una memoria personale che torna a parlare dopo molti anni.
Quell’esame di cristologia del giugno 1988 appartiene ormai a una stagione lontana, mentre la domanda che allora attraversava lo studio rimane pienamente attuale: come pensare Cristo dentro una storia che cambia senza perdere Cristo nel tentativo di comprendere la storia?
Leone XIV ha riportato quella domanda dentro il presente della Chiesa e ha ricordato che non esistono scorciatoie capaci di sostituire il lavoro paziente dell’intelligenza credente. La fede chiede di essere pregata e vissuta, e proprio perché riguarda la verità dell’uomo e di Dio chiede anche di essere pensata con serietà.
La «fatica del concetto» diventa così una forma concreta di fedeltà. Accetta la complessità delle domande, rifiuta la comodità delle risposte improvvisate e custodisce la convinzione che la verità non abbia nulla da temere dal pensiero quando l’intelligenza rimane abbastanza umile da lasciarsi guidare da ciò che cerca di comprendere.
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