Bevagna, 13 novembre 2025. Il primo verbo del cammino del clero di Spoleto-Norcia
Il 13 novembre 2025, nella chiesa di San Francesco a Bevagna, quarantasei sacerdoti dell’Arcidiocesi di Spoleto-Norcia si sono ritrovati per il primo appuntamento del percorso che avrebbe accompagnato il presbiterio durante l’intero anno pastorale. Dopo la risonanza vissuta a Cesi di Colfiorito nel mese precedente, l’Arcivescovo mons. Renato Boccardo ha dato avvio al cammino dedicato ai «verbi del prete», pensati come una grammatica spirituale attraverso la quale rileggere l’identità sacerdotale e la qualità concreta del ministero.
Il primo verbo scelto fu «accogliere», affidato alla meditazione di dom Alessandro Barban. La scelta conteneva già una precisa indicazione di metodo. Prima di interrogarsi su ciò che il sacerdote deve fare, occorreva tornare a ciò che egli ha ricevuto. L’accoglienza cristiana non nasce anzitutto dalla capacità di aprire una porta, di mostrarsi disponibili o di creare ambienti pastoralmente gradevoli. Nasce dalla memoria di essere stati accolti.
Dom Alessandro collocò questa esperienza dentro la relazione tra vocazione e identità. La vocazione precede il sacerdote, perché all’origine della sua storia vi è l’iniziativa di Dio che chiama. Quella chiamata ha raggiunto ciascuno dentro una vicenda concreta, attraverso una famiglia, una comunità cristiana, il seminario e le persone incontrate lungo il cammino. Essere preti significa quindi portare dentro di sé una storia di accoglienza ricevuta, che continua a chiedere di essere riconosciuta e custodita.
L’identità sacerdotale cresce dentro questa storia. Gli anni del ministero, la preghiera, lo studio, i Sacramenti celebrati, le persone accompagnate e le prove attraversate plasmano progressivamente il modo nel quale ciascun presbitero vive la chiamata originaria. La vocazione rimane la sorgente; l’identità si lascia formare nel tempo sotto l’azione dello Spirito. Per questo il sacerdote non può considerarsi un’opera terminata il giorno dell’ordinazione. Ogni stagione della vita gli chiede di ascoltare nuovamente quella chiamata e di lasciarla raggiungere la persona che è diventato.
Dentro questa prospettiva la meditazione si è soffermata sull’agire stesso di Dio, riconoscendovi alcuni movimenti fondamentali dell’accoglienza. Dio conosce l’uomo nella sua verità, lo ama dentro la sua storia e gli apre continuamente la strada del perdono. L’accoglienza divina raggiunge quindi la persona là dove essa realmente si trova, senza bisogno di maschere e senza ridurre la relazione con Dio alla misura delle proprie riuscite.
Le figure bibliche di Davide, Pietro e Matteo hanno aiutato a comprendere quanto questa logica attraversi tutta la storia della salvezza. Dio chiama uomini reali, segnati da fragilità e capaci anche di cadute gravi. La chiamata non viene costruita sulla presunzione della perfezione umana. Essa si sviluppa dentro un cammino nel quale la grazia raggiunge la debolezza e la conduce verso una forma nuova di vita.
Pietro rappresenta forse in maniera particolarmente limpida questa dinamica. È chiamato, cade, sperimenta la propria insufficienza e viene nuovamente raggiunto dal Signore. Il «Seguimi» pronunciato da Cristo continua a risuonare oltre il rinnegamento. La vocazione attraversa così la Pasqua: passa attraverso la morte delle immagini che il discepolo aveva costruito di sé e viene restituita dalla misericordia del Risorto.
Qui l’accoglienza assume il suo significato propriamente cristiano. Il sacerdote diventa capace di accogliere quando riconosce di vivere egli stesso dentro questa misericordia. Chi ha fatto esperienza di essere sostenuto può avvicinarsi con maggiore verità alla fragilità altrui; chi ha conosciuto il perdono può esercitare il ministero della riconciliazione senza trasformarlo in giudizio dall’alto; chi continua a lasciarsi chiamare può incontrare le persone senza ridurle alla fotografia del momento che stanno attraversando.
La riflessione di Bevagna conduceva così dalla vita interiore del presbitero alla concretezza pastorale. Accogliere significa imparare i linguaggi delle persone che si incontrano e rispettare i loro tempi spirituali. Una comunità cristiana può possedere strutture aperte e restare interiormente incapace di ricevere chi arriva. Anche un sacerdote può moltiplicare incontri e attività senza riuscire realmente a fare spazio alla storia dell’altro. L’accoglienza chiede una disponibilità più profonda, perché nasce da un cuore che ha imparato a non considerarsi misura di tutte le cose.
Questo non significa rendere indistinta la proposta cristiana. L’accoglienza evangelica conserva la forma di Cristo e proprio per questo possiede la forza di accompagnare l’uomo verso la verità della propria vocazione. Gesù accoglie Pietro e continua a chiamarlo alla sequela; raggiunge Matteo e lo conduce fuori dalla sua condizione precedente; incontra la fragilità dell’uomo e apre davanti a lui una strada. Accogliere significa quindi creare lo spazio nel quale una persona possa lasciarsi incontrare dal Signore.
Dom Alessandro richiamò anche il grande orizzonte cristologico espresso dalla tradizione di Nicea e dalla riflessione di sant’Atanasio: il Figlio di Dio assume la nostra umanità perché l’uomo possa essere elevato alla comunione con Dio. In questa prospettiva l’accoglienza raggiunge una profondità ancora maggiore. In Cristo Dio accoglie realmente l’umano e lo introduce dentro la propria vita. Il ministero sacerdotale vive dentro questo movimento della grazia e ne diventa sacramentalmente servitore.
La celebrazione eucaristica mostrava allora la sorgente concreta dell’accoglienza sacerdotale. Come il pane e il vino vengono assunti dentro il mistero dell’offerta di Cristo, anche la vita del presbitero è chiamata a lasciarsi trasformare. La capacità pastorale di accogliere non può quindi essere separata dall’Eucaristia, perché il sacerdote impara a fare spazio agli altri lasciando anzitutto che Cristo prenda spazio dentro di lui.
La giornata si concluse proprio davanti all’Eucaristia. Dopo la meditazione e alcune comunicazioni rivolte al clero, i sacerdoti entrarono nel tempo dell’Adorazione. Ciò che era stato ascoltato diventava così preghiera: prima di tornare alle comunità e incontrare nuovamente persone, problemi e attese, il presbitero era chiamato a sostare davanti a Colui che continua ad accoglierlo.
Riletto oggi dentro l’intero percorso dei «verbi del prete», l’ordine scelto appare particolarmente significativo. Prima di accompagnare qualcuno, prima di predicare, celebrare, ascoltare o pregare, il sacerdote deve continuamente riconoscersi come uomo raggiunto dalla grazia. L’accoglienza diventa così la prima parola della grammatica sacerdotale perché ricorda una verità elementare e facilmente dimenticata: possiamo offrire soltanto ciò che continuiamo a ricevere.
Il cammino del presbiterio di Spoleto-Norcia cominciava da qui, non dalla richiesta di fare qualcosa in più, quanto dal ritorno alla sorgente dalla quale ogni ministero prende forma: essere stati conosciuti, chiamati e accolti da Dio, per diventare nella Chiesa uno spazio nel quale anche altri possano incontrare il suo volto.
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