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Il soffio divino: la vita ricevuta come dono

Date ragione della speranza che è in voi · Seconda tappa

don Pierluigi Morlino · 11 novembre 2025

Dopo aver contemplato l’uomo plasmato dalla terra, il cammino diocesano Date ragione della speranza che è in voi entrò nel secondo movimento del racconto biblico della creazione: il soffio che viene da Dio e rende l’uomo vivente. La catechesi di don Pierluigi Morlino raccolse così l’intuizione iniziale dell’Arcivescovo e la condusse più in profondità, mostrando che la condizione creaturale non si esaurisce nel limite, perché la vita umana porta in sé il segno di una provenienza e di una chiamata.

Il testo della Genesi afferma che Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza. È una parola che la tradizione cristiana ha custodito con particolare attenzione, perché impedisce di ridurre la persona a ciò che possiede, produce o riesce a mostrare. La dignità precede ogni prestazione e nasce da una relazione originaria: l’uomo è voluto, conosciuto e chiamato da Dio. La sua grandezza non dipende dal fatto di potersi elevare da solo, bensì dall’essere raggiunto da un dono che lo precede.

Il soffio divino esprime proprio questa verità. Il respiro è il segno più semplice e insieme più radicale della vita: accompagna ogni istante senza che normalmente vi prestiamo attenzione, e proprio per questo ricorda quanto l’esistenza sia ricevuta prima di essere posseduta. La fede biblica legge in questa dipendenza una forma di benedizione. Essere vivi significa essere continuamente sostenuti da un dono che non abbiamo prodotto e che non possiamo trattenere come una proprietà assoluta.

Da qui la catechesi apriva una riflessione sulla libertà. L’uomo è realmente libero proprio perché la sua libertà non nasce nel vuoto. Essa si esercita dentro una realtà già ricevuta: un corpo, una storia, relazioni, una vocazione. Pensare la libertà come pura autodeterminazione conduce facilmente a trasformarla in una lotta contro ogni limite e ogni dipendenza; la Scrittura la riconduce invece alla responsabilità di una risposta. La libertà umana non crea da sola il bene, lo riconosce e vi aderisce.

Il tema dell’immagine di Dio portava poi a comprendere l’uomo come essere relazionale. La persona non raggiunge se stessa nell’isolamento, perché il Dio di cui porta l’immagine è il Dio che chiama, parla e stabilisce alleanza. L’esistenza umana si apre perciò alla relazione con il Creatore, con gli altri e con il mondo affidato alla sua custodia. La responsabilità verso il creato non nasce soltanto da una necessità ecologica contemporanea: appartiene alla stessa vocazione biblica dell’uomo, posto nella creazione come custode e non come padrone assoluto.

In questo quadro acquistava particolare rilievo la parola della beatitudine. La vita ricevuta da Dio non è soltanto esistenza biologica; porta una promessa di compimento. L’uomo cerca naturalmente una felicità che nessun bene finito riesce a esaurire, e questa sproporzione tra il desiderio e ciò che può soddisfarlo non è un difetto di costruzione. È il segno di una apertura più grande, di una vocazione che oltrepassa il semplice mantenimento della vita e orienta la persona verso la comunione con Dio.

La seconda tappa del percorso aiutava così a leggere in modo diverso anche la fragilità umana. Il limite non cancella l’immagine di Dio e la debolezza non sottrae dignità alla persona. Proprio quando l’efficienza viene meno, rimane intatta quella relazione originaria che fonda il valore dell’uomo. È un criterio decisivo per la vita personale e per la comunità cristiana, soprattutto in una cultura che tende a misurare il valore attraverso l’autonomia, la produttività e la capacità di restare sempre all’altezza delle attese.

Il soffio ricevuto diventa allora anche responsabilità verso gli altri. Se la vita è dono, non può essere compresa soltanto come possesso individuale. Ogni persona porta in sé qualcosa che la precede e che chiede di essere custodito; riconoscere questo nell’altro significa sottrarlo alla logica dell’utilità e riscoprirlo come qualcuno che merita rispetto prima ancora di poter offrire qualcosa. La dignità cristiana trova qui una delle sue radici più profonde.

La catechesi di don Pierluigi Morlino collocava dunque la speranza dentro il mistero stesso della vita ricevuta. L’uomo spera perché non è un frammento casuale gettato nel mondo e perché la sua esistenza porta l’impronta di una chiamata. La stessa domanda che attraversa ogni biografia, «perché esisto?», riceve dalla fede una risposta che non elimina il mistero e gli dona una direzione: esisto perché sono stato voluto e chiamato alla comunione.

Il cammino poteva così avanzare verso la tappa successiva, dedicata all’amore tra uomo e donna. Dopo aver riconosciuto la persona come creatura e averne contemplato il soffio divino, diventava naturale interrogarsi sulla relazione nella quale l’essere umano scopre di non bastare a se stesso. La Genesi avrebbe nuovamente offerto la trama, conducendo dalla vita ricevuta alla comunione.


Questo articolo fa parte del percorso diocesano 2025-2026 «Date ragione della speranza che è in voi», raccolto nella sezione dedicata alla vita della Chiesa di Spoleto-Norcia.

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