don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

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NOSTRA AETATE SESSANT’ANNI DOPO: IL DIALOGO CHE NON HA PAURA DELLA VERITÀ

Nell’Udienza generale del 29 ottobre 2025 Leone XIV ha riletto Nostra aetate partendo dall’incontro di Gesù con la Samaritana. Il dialogo interreligioso appare così dentro la sua sorgente evangelica: uomini e donne che si incontrano senza rinunciare alla propria identità, riconoscendo ciò che è vero e santo nell’altro e lasciando che la ricerca di Dio diventi anche responsabilità comune per la pace e la dignità umana.

Sessant’anni dopo la promulgazione di Nostra aetate, Leone XIV ha scelto di ricordare la dichiarazione conciliare senza trasformarne l’anniversario in una celebrazione autoreferenziale. Nell’Udienza generale del 29 ottobre 2025 ha collocato al centro della catechesi l’incontro di Gesù con la donna samaritana e, attraverso quella pagina del Vangelo, ha indicato il criterio con cui la Chiesa può comprendere ancora oggi il dialogo interreligioso.

La scelta è importante perché riporta subito la questione dentro il Vangelo. Gesù incontra una donna appartenente a una tradizione religiosa diversa, attraversata da una storia di separazione e incomprensione rispetto al giudaismo, e il dialogo che nasce presso il pozzo di Sicar non cancella le differenze esistenti. Le attraversa dentro una relazione nella quale la verità viene cercata e pronunciata senza impedire l’incontro.

Leone XIV ha richiamato proprio le parole con cui Gesù conduce quella donna verso una comprensione nuova del culto: «Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Il Papa riconosce in questo episodio «l’essenza dell’autentico dialogo religioso», che nasce quando le persone si aprono reciprocamente con sincerità e ascolto, lasciandosi interpellare dalla stessa sete di Dio che attraversa il cuore umano.

Questa impostazione aiuta a superare una contrapposizione che accompagna Nostra aetate fin dalla sua promulgazione. Da una parte vi sono coloro che temono che riconoscere qualcosa di vero nelle altre religioni significhi diminuire l’unicità di Cristo; dall’altra può comparire la tentazione di parlare del dialogo come se le differenze religiose fossero dettagli secondari destinati progressivamente a perdere significato.

Il testo conciliare non appartiene né all’una né all’altra lettura.

Quando afferma che la Chiesa cattolica «nulla rigetta di quanto è vero e santo» nelle altre religioni, non proclama l’equivalenza delle fedi. Riconosce che la ricerca religiosa dell’uomo può custodire elementi di verità e di bene che il cristiano non ha motivo di negare, proprio perché tutto ciò che è autenticamente vero non può essere estraneo a Dio.

Leone XIV riprende questa affermazione parlando di un «raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini». La formula viene direttamente da Nostra aetate e conserva una precisione che spesso si perde quando viene trasformata in slogan. Le religioni possono riflettere un raggio della verità; nessuna di esse viene per questo identificata con la pienezza della rivelazione cristiana.

La distinzione permette alla Chiesa di riconoscere il bene senza aver bisogno di dichiarare vero ciò che considera incompatibile con il Vangelo. Permette anche di incontrare l’altro senza collocarlo preventivamente dentro la categoria dell’errore, come se una tradizione religiosa diversa dal cristianesimo non potesse custodire alcuna autentica domanda su Dio, sulla vita e sul significato ultimo dell’esistenza.

In questa prospettiva il dialogo diventa un esercizio molto più esigente della semplice cordialità. Chiede al cristiano una identità sufficientemente solida da non sentirsi minacciato dall’incontro e una libertà interiore capace di riconoscere ciò che nell’altro merita rispetto senza rinunciare alla propria confessione di fede.

Il sessantesimo anniversario di Nostra aetate ha offerto a Leone XIV anche l’occasione per soffermarsi in modo particolare sul rapporto con il popolo ebraico. Il Papa ha ricordato il cammino compiuto negli ultimi decenni e ha ribadito con parole inequivocabili che la Chiesa «non tollera l’antisemitismo e lo combatte, a motivo del Vangelo stesso».

La motivazione è teologica prima ancora che diplomatica. La fede cristiana nasce dentro la storia d’Israele, riceve le Scritture di Israele e riconosce nei patriarchi, in Mosè e nei profeti una parte inseparabile della propria storia della salvezza. Il rapporto tra cristiani ed ebrei non può quindi essere trattato semplicemente come uno dei molti capitoli del dialogo interreligioso, perché tocca le radici stesse attraverso le quali la Chiesa comprende la propria identità.

Sessant’anni di dialogo non hanno eliminato ogni incomprensione e il Papa lo riconosce con realismo, osservando che difficoltà e conflitti non hanno impedito di continuare il cammino. È un passaggio particolarmente importante nel presente, perché le tensioni politiche possono facilmente trascinare il rapporto religioso dentro categorie estranee alla sua natura.

Leone XIV chiede che le ingiustizie e i conflitti non distruggano l’amicizia costruita attraverso decenni di incontro. Non invita a ignorare ciò che accade nella storia e non chiede alla Chiesa di rinunciare al giudizio morale sulle vicende politiche; ricorda piuttosto che nessuna situazione contingente può autorizzare il ritorno a un antisemitismo incompatibile con il Vangelo.

La catechesi allarga poi lo sguardo alle altre tradizioni religiose e qui emerge una delle affermazioni più interessanti. Il Papa invita cattolici, ebrei, musulmani, buddhisti, induisti e appartenenti ad altre religioni a collaborare davanti alle sofferenze dell’umanità, alla violenza compiuta in nome di Dio, alla degradazione dell’ambiente e alle nuove questioni poste dalla tecnologia e dall’intelligenza artificiale.

Questa collaborazione non richiede una teologia comune.

Persone che comprendono Dio, l’uomo e la salvezza in modi profondamente differenti possono riconoscere insieme che la dignità umana deve essere difesa, che la violenza religiosa tradisce ciò che pretende di servire e che lo sviluppo tecnologico ha bisogno di un criterio umano che la pura capacità tecnica non può produrre da sola.

Qui il dialogo interreligioso assume una dimensione molto concreta. Non rimane confinato nelle commissioni teologiche e negli incontri ufficiali, perché le nostre città sono ormai luoghi nei quali persone appartenenti a tradizioni diverse abitano gli stessi quartieri, frequentano le stesse scuole e condividono gran parte dei problemi della vita sociale.

Nostra aetate continua quindi a porre una domanda pastorale anche alle nostre comunità. Possiamo vivere accanto a persone di altre religioni considerandole semplicemente presenze da tollerare, oppure imparare a conoscerle abbastanza da distinguere ciò che realmente professano dalle immagini costruite dalle nostre paure.

Questo non significa sospendere il desiderio missionario della Chiesa. Il dialogo autentico richiede anzi che ciascuno possa parlare a partire da ciò che realmente crede, perché un incontro costruito sulla cancellazione delle identità produrrebbe soltanto una cortesia fragile.

Il cristiano entra nel dialogo portando con sé Cristo.

Non ha bisogno di nasconderlo per essere rispettoso e non deve utilizzare l’incontro come una tecnica indiretta di proselitismo. Può testimoniare ciò che ha ricevuto e contemporaneamente ascoltare ciò che l’altro vive, sapendo che la verità non viene difesa rendendo impossibile la relazione.

Questa capacità di stare dentro l’incontro appartiene alla maturità della fede. Chi possiede una identità fragile tende facilmente a percepire ogni differenza come una minaccia, mentre chi ha imparato a conoscere la propria tradizione può incontrare l’altro senza temere che una conversazione metta in pericolo ciò che crede.

Leone XIV utilizza a questo proposito una formulazione teologicamente suggestiva quando afferma che, secondo la convinzione cristiana, Dio «è in se stesso dialogo». L’espressione va compresa dentro il mistero trinitario: il Dio cristiano non è solitudine, perché la vita divina è comunione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

Il dialogo umano non crea quindi una verità intermedia tra le religioni e non diventa il nuovo assoluto al posto della fede. Può essere vissuto dal cristiano come una conseguenza della propria fede in un Dio che chiama l’uomo alla comunione e lo rende capace di uscire dall’autoreferenzialità.

Proprio qui Nostra aetate conserva una particolare attualità.

Il mondo contemporaneo sembra contemporaneamente più vicino e più frammentato. Le persone appartenenti a religioni diverse possono comunicare in pochi secondi e continuare a conoscersi attraverso stereotipi, paure e rappresentazioni costruite da gruppi che hanno interesse a mantenere vivo il conflitto.

Le religioni possono aggravare questa situazione quando utilizzano Dio per sacralizzare l’identità del proprio gruppo. Possono anche diventare luoghi nei quali l’uomo impara che la propria appartenenza non gli concede il diritto di negare la dignità dell’altro.

Leone XIV chiede esplicitamente di vigilare contro il fondamentalismo e l’estremismo religioso, insieme all’abuso del nome di Dio e dello stesso dialogo. È una precisazione preziosa perché mostra che persino la parola «dialogo» può diventare ideologica quando viene utilizzata per evitare le questioni reali o per costringere l’altro a rinunciare preventivamente alla propria identità.

Il dialogo cristiano ha bisogno della verità proprio per non diventare una finzione.

La donna samaritana rimane, da questo punto di vista, l’immagine evangelica più efficace. Gesù non finge che le differenze tra Giudei e Samaritani non esistano e non trasforma il pozzo in uno spazio religiosamente neutrale. Entra nella storia di quella donna, ascolta la sua domanda e la conduce verso una verità più grande di quella con cui entrambi avevano iniziato la conversazione.

Il dialogo diventa fecondo quando permette qualcosa di simile: un incontro nel quale nessuno è costretto a cancellarsi e nel quale ciascuno può essere chiamato a guardare più profondamente la propria relazione con Dio.

Sessant’anni dopo il Concilio, Nostra aetate continua quindi a chiedere alla Chiesa una identità capace di relazione. Una fede che conosce Cristo come propria sorgente non ha motivo di aver paura di riconoscere ciò che è vero e santo nell’altro, perché sa che la verità non appartiene a noi come un possesso da difendere.

La riceviamo.

Ed è proprio per questo che possiamo cercarla, testimoniarla e riconoscerne i riflessi anche là dove la storia religiosa dell’uomo ha seguito strade diverse dalle nostre.

La catechesi di Leone XIV ha ricordato che il dialogo interreligioso diventa cristianamente autentico quando rimane dentro questa tensione: confessare ciò che abbiamo ricevuto e incontrare l’altro con il rispetto dovuto a una persona che porta la stessa dignità davanti a Dio.

Nostra aetate non ha chiesto alla Chiesa di diventare meno cristiana per parlare con il mondo religioso.

Le ha chiesto di diventarlo abbastanza da non avere paura dell’incontro.

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