Quando la vita del sacerdote prende la forma dell’Eucaristia
C’è una frase che porto con me da molti anni e della quale conosco bene l’origine, perché l’ascoltai personalmente da mons. Francesco Zerrillo, allora vescovo di Lucera-Troia, un uomo di profonda vita spirituale che aveva maturato una conoscenza del ministero sacerdotale capace di raggiungere, con poche parole, ciò che talvolta molti discorsi riescono soltanto a sfiorare.
Parlando di un sacerdote anziano o malato, ormai impossibilitato a celebrare, disse: «C’è un tempo per dire Messa e un tempo per essere Messa».
Non l’ho mai dimenticata. Con il passare degli anni mi sembra anzi di comprenderla meglio, perché quelle parole non riguardano soltanto l’ultima stagione della vita sacerdotale. Contengono una domanda che accompagna il prete fin dal giorno della sua ordinazione: ciò che celebriamo ogni giorno sull’altare riesce lentamente a dare forma anche alla nostra vita?
Il rito dell’ordinazione presbiterale esprime questa relazione con una sobrietà impressionante. Quando il vescovo consegna al nuovo sacerdote il pane e il vino destinati alla celebrazione eucaristica, gli affida ciò che da quel momento occuperà il centro del suo ministero e, insieme, gli indica il cammino attraverso il quale quel ministero dovrà diventare esistenza. Gli chiede di comprendere ciò che farà, di imitare ciò che celebrerà e di conformare la propria vita al mistero della Croce di Cristo.
È difficile immaginare un programma sacerdotale più esigente.
All’inizio della vita ministeriale queste parole possono essere ascoltate soprattutto nella loro relazione con ciò che il sacerdote sta per compiere. Ci sono le prime Messe, le comunità affidate, le omelie da preparare, i sacramenti da celebrare, le persone che cercano una parola e una presenza. Il ministero appare inevitabilmente legato a ciò che si fa, e questo possiede una verità profonda, perché il sacerdote viene realmente ordinato per servire attraverso azioni che appartengono alla missione ricevuta.
Gli anni, però, insegnano lentamente che l’Eucaristia lavora anche in una direzione più nascosta.
Le parole «questo è il mio corpo, che è dato per voi», pronunciate tante volte sull’altare nella persona di Cristo, cominciano a interrogare il modo concreto in cui il sacerdote consegna il proprio tempo, accoglie le persone che non avrebbe scelto, sopporta le incomprensioni, attraversa la stanchezza e accetta che una parte del bene compiuto rimanga sconosciuta. La celebrazione continua a essere il centro, mentre ciò che avviene sull’altare domanda di raggiungere progressivamente tutta l’esistenza.
Forse è proprio questo che mons. Zerrillo voleva dire parlando del tempo in cui si è chiamati a «essere Messa».
Non si tratta di attribuire alla sofferenza un valore quasi automatico né di costruire una spiritualità nella quale il sacerdote debba cercare la privazione per dimostrare la propria fedeltà. L’Eucaristia non insegna ad amare il dolore. Insegna a trasformare in dono anche ciò che la vita consegna senza averlo scelto.
Arriva infatti un momento nel quale alcune possibilità diminuiscono. Il corpo diventa più fragile, le responsabilità cambiano, una comunità viene affidata ad altri e ciò che per anni sembrava coincidere quasi interamente con il ministero comincia a sfuggire dalle mani. Per un sacerdote questo passaggio può diventare particolarmente delicato, perché una parte molto grande della propria identità quotidiana è stata costruita attraverso il servizio.
Chi sono quando non riesco più a fare ciò che ho sempre fatto?
La frase di mons. Zerrillo entra precisamente dentro questa domanda. Il sacerdote continua a essere tale anche quando non possiede più l’energia con cui aveva attraversato gli anni precedenti. La sua vita può diventare ancora più profondamente eucaristica proprio quando è costretto a riceverla in una forma che non aveva previsto.
Mi è tornata alla mente questa riflessione ascoltando il discorso pronunciato da Papa Leone XIV al Colosseo il 28 ottobre 2025, davanti ai rappresentanti delle Chiese cristiane e delle grandi religioni mondiali riuniti nell’Incontro internazionale di preghiera per la pace promosso dalla Comunità di Sant’Egidio.
La data possedeva un significato particolare, perché cadeva nel sessantesimo anniversario della promulgazione di Nostra aetate, la dichiarazione conciliare che ha segnato profondamente il rapporto della Chiesa cattolica con le religioni non cristiane. Il Papa ha richiamato la lunga strada percorsa dalla Chiesa in questi decenni e ha posto al centro del proprio intervento una convinzione semplice e insieme impegnativa: la religione appartiene alla ricerca della pace quando conduce realmente l’uomo davanti a Dio e gli impedisce di trasformare la propria appartenenza in una giustificazione della violenza.
Leggendo quel discorso mi sono soffermato anche sul fatto che Leone XIV, in quel contesto preciso, non abbia pronunciato il nome di Gesù.
Un particolare di questo genere può diventare facilmente materia di polemica se viene separato dalla circostanza nella quale si trova. Il Papa non stava tenendo una catechesi cristologica né celebrando una liturgia. Si rivolgeva a uomini e donne che appartenevano a tradizioni religiose differenti, dopo un incontro nel quale ciascuno aveva pregato secondo la propria fede, e chiedeva loro di assumere insieme una responsabilità davanti alla tragedia della guerra.
La sua identità cristiana attraversava tutto il discorso senza bisogno di essere trasformata in una rivendicazione.
Era presente nel riferimento al magistero della Chiesa, nella memoria di Nostra aetate, nel modo di parlare della dignità umana e soprattutto nella convinzione che la preghiera autentica sottragga l’uomo alla tentazione di assolutizzare se stesso.
Il dialogo interreligioso diventa possibile proprio quando un credente conosce la propria identità abbastanza profondamente da non sentirsi minacciato dall’incontro. Il cristiano non ha bisogno di lasciare Cristo fuori dalla porta per ascoltare l’altro. Porta dentro l’incontro tutto ciò che è e, proprio per questo, può riconoscere ciò che nell’altro merita rispetto e può diventare terreno di collaborazione.
Leone XIV ha applicato questa convinzione alla pace con parole molto nette, ricordando che Dio non può essere chiamato a consacrare la guerra e che nessuna appartenenza religiosa può trasformare la violenza in qualcosa di santo.
Questa affermazione raggiunge un punto particolarmente delicato del nostro tempo. Le guerre contemporanee vengono combattute per ragioni politiche, territoriali ed economiche e, in alcuni casi, cercano ancora nel linguaggio religioso una forma di legittimazione. Quando Dio viene arruolato dentro il conflitto, la fede smette di aprire l’uomo alla trascendenza e viene ridotta a strumento dell’interesse umano.
La preghiera autentica compie il movimento opposto. Ricorda a ogni uomo che Dio rimane Dio e che nessun popolo può appropriarsene.
Mi ha colpito anche l’espressione utilizzata dal Papa parlando della «globalizzazione dell’impotenza». Papa Francesco aveva descritto molte volte la globalizzazione dell’indifferenza, quella lenta assuefazione che rende possibile vedere il dolore senza sentirsi più coinvolti. Leone XIV individua una tentazione ulteriore: abituarsi all’idea che davanti alla violenza non possiamo più fare nulla.
È una forma di rassegnazione che conosciamo bene.
Le guerre continuano, i negoziati sembrano inutili e il linguaggio della forza conquista progressivamente lo spazio pubblico. La pace rischia allora di apparire come una parola religiosa destinata alle celebrazioni, mentre la storia reale sembrerebbe obbedire necessariamente ad altre logiche.
Il Papa rifiuta questa conclusione. La preghiera non sostituisce la politica e non elimina la responsabilità di chi deve negoziare, scegliere e proteggere i popoli affidati alla propria cura. Può però custodire nell’uomo la convinzione che la violenza non sia il destino inevitabile della storia.
Ed è precisamente qui che la frase di mons. Zerrillo è tornata per me con una luce nuova.
«Un tempo per dire Messa e un tempo per essere Messa».
La vita sacerdotale possiede una dimensione analoga anche nell’annuncio. Ci sono circostanze nelle quali il nome di Cristo deve risuonare esplicitamente, perché la Chiesa ha ricevuto il Vangelo per annunciarlo e nessuna prudenza potrebbe trasformarsi in vergogna della fede. Ci sono incontri nei quali la stessa fede domanda un linguaggio capace di raggiungere la persona nel punto reale nel quale essa si trova.
Il Vangelo stesso conosce questa varietà. Gesù non utilizza con Nicodemo lo stesso linguaggio che adopera con la Samaritana, e davanti alla folla parla diversamente da come parla ai Dodici nell’intimità dell’ultima Cena. La verità rimane interamente presente, mentre la relazione orienta il modo nel quale viene offerta.
Il sacerdote impara lentamente qualcosa di simile.
All’inizio può pensare che la fedeltà consista soprattutto nel dire tutto. Con gli anni comprende che essa richiede anche di sapere quando una parola può essere ricevuta e quale forma debba assumere perché rimanga realmente evangelica. Non basta che una frase sia teologicamente corretta. Anche il modo nel quale raggiunge una persona appartiene alla responsabilità pastorale.
Questa consapevolezza tocca direttamente la forma eucaristica del ministero.
Si può celebrare ogni giorno il sacrificio di Cristo e costruire relazioni nelle quali prevale il bisogno di avere ragione. Si può pronunciare con precisione il nome del Signore e parlare con un linguaggio incapace di custodire la persona che abbiamo davanti. Si può difendere la verità trasformandola progressivamente in uno strumento con il quale segnare le distanze.
L’Eucaristia educa invece a una verità consegnata.
Cristo nell’ultima Cena non trattiene se stesso. Il pane spezzato e il calice condiviso dicono che la verità cristiana raggiunge la propria forma più profonda dentro il dono. Il sacerdote che celebra questo mistero viene continuamente riportato davanti alla domanda che gli fu consegnata nel giorno dell’ordinazione: sto diventando ciò che celebro?
Qui la memoria di mons. Zerrillo mi appare ancora più preziosa.
Con lui abbiamo già avuto occasione di tornare, in altre riflessioni, sulla profondità di una vita sacerdotale che aveva imparato a leggere il ministero dall’interno. La frase che gli sentii pronunciare appartiene a quella stessa sapienza. Non separava il sacerdote dall’altare nel momento in cui non poteva più raggiungerlo. Mostrava piuttosto fino a che punto l’altare potesse essere entrato nella sua vita.
Può arrivare un giorno nel quale le mani che hanno sollevato tante volte il calice non riescono più a farlo. Il corpo che ha percorso parrocchie e incontrato persone diventa immobile. Le parole diventano poche e ciò che rimane sembra agli occhi del mondo una diminuzione.
La logica eucaristica permette di guardare quel momento diversamente.
Se un sacerdote ha lasciato che il mistero celebrato entrasse realmente nella propria esistenza, la debolezza non cancella il ministero vissuto. Può diventare il luogo nel quale ciò che per anni è stato proclamato sacramentalmente acquista una forma ancora più spoglia.
Il corpo consegnato non è più soltanto quello di cui ha pronunciato le parole sull’altare. È anche il proprio, affidato a Dio dentro una fragilità che non può più controllare.
Forse mons. Zerrillo aveva compreso proprio questo.
C’è un tempo nel quale il sacerdote sale all’altare, prende il pane e il vino e pronuncia le parole che Cristo ha affidato alla Chiesa. Gli anni possono condurlo verso un’altra stagione, nella quale quelle stesse parole ritornano sulla sua vita e gli chiedono di consegnare ciò che rimane.
Allora il tempo di «dire Messa» e quello di «essere Messa» non appaiono come due momenti separati.
Il secondo era già nascosto nel primo.
L’Eucaristia lo stava preparando da sempre.
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