don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

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Mons. Francesco Zerrillo durante un intervento pubblico

UN PRETE SECONDO IL CUORE DI CRISTO. Il cammino interiore di mons. Francesco Zerrillo nei suoi quaderni spirituali

Mons. Francesco Zerrillo durante un intervento pubblico
Mons. Francesco Zerrillo

Ci sono persone delle quali conserviamo anzitutto ciò che hanno fatto, gli incarichi ricoperti, le opere realizzate e le parole pronunciate pubblicamente. Di altre rimane qualcosa di più difficile da descrivere, perché la memoria continua a riportarci verso il luogo interiore dal quale quelle opere e quelle parole sembravano nascere.

Mons. Francesco Zerrillo appartiene per me a questa seconda categoria.

Negli anni in cui ero Cappellano militare a Foggia, il Preside della Sezione dei Cavalieri del Santo Sepolcro mi chiese di assumere il servizio di Assistente spirituale. Fu anche attraverso quell’incarico che ebbi modo di frequentare con una certa consuetudine mons. Zerrillo e di conoscere, dietro la figura pubblica del vescovo, un uomo dalla vita interiore molto intensa, capace di una semplicità che non aveva nulla di superficiale.

I nostri incontri furono per me occasione di una familiarità sacerdotale che il tempo non ha cancellato. Mi colpivano la sua capacità di ascolto, il modo pacato con cui affrontava le questioni e soprattutto quella impressione, difficile da spiegare senza ricorrere a parole troppo grandi, che egli avesse imparato a riportare continuamente la propria vita davanti al Signore.

Un Cappellano militare, soprattutto quando è giovane e curioso del mondo nel quale viene mandato, finisce anche per raccogliere ciò che può aiutarlo a comprendere le persone che incontra. In quegli anni ebbi modo di leggere alcune pagine dei numerosi quaderni spirituali di mons. Zerrillo e presi per me alcuni appunti. Non pensavo certamente che, molti anni dopo, li avrei ritrovati tra le mie carte e che quelle righe mi avrebbero restituito con tanta chiarezza il volto interiore dell’uomo che avevo conosciuto.

Li avevo annotati per nutrire la mia vita sacerdotale. Oggi li rileggo con lo stesso rispetto con cui si entra in uno spazio che originariamente non era stato pensato per il pubblico. Non vorrei quindi costruire attraverso quelle pagine una biografia spirituale completa, né attribuire a pochi frammenti il compito di spiegare un’intera esistenza. Mi sembrano però sufficienti per intravedere una continuità sorprendente: il modo in cui un giovane impara a conoscere se stesso davanti a Dio, il sacerdote che chiede a Cristo di plasmarlo e l’uomo maturo che, guardando indietro, riconosce nella propria fedeltà soprattutto l’opera della grazia.

Il primo appunto porta la data del 15 novembre 1949.

Zerrillo è ancora molto giovane quando scrive: «Da una ventina di giorni sto amando di più il Signore… Questa frase serve ad abbattere tanti castelli che la mia inquieta fantasia ha costruito nel vuoto».

Mi commuove la sincerità di queste parole. Non vi trovo il giovane seminarista intento a costruire di sé l’immagine dell’uomo spirituale che vorrebbe diventare. Vi trovo piuttosto qualcuno che comincia ad accorgersi di quanto facilmente anche la vita religiosa possa essere abitata dall’immaginazione, dal desiderio di vedersi già arrivati, dalla possibilità di confondere ciò che si sogna con ciò che realmente sta accadendo nel rapporto con Dio.

Quei «castelli» costruiti dalla fantasia non appartengono soltanto alla giovinezza. Possiamo continuare a costruirli per tutta la vita, anche dentro il ministero, quando iniziamo ad abitare l’immagine che abbiamo di noi stessi e perdiamo il contatto con la verità concreta della nostra relazione con Cristo.

Zerrillo scrive invece che sta «amando di più il Signore».

È un’espressione semplicissima e proprio per questo molto seria. Non dice di aver compreso tutto, né di aver raggiunto una particolare perfezione. Registra un movimento dell’amore e lascia che quel movimento smonti ciò che dentro di lui era inconsistente.

Molti anni dopo, pensando alla sua figura minuta e alla serenità che avevo conosciuto, mi accorgo che forse una parte della sua forza cominciò proprio da questa disponibilità a non difendere i propri castelli interiori.

Il secondo appunto appartiene a una stagione diversa. Zerrillo è ormai sacerdote e il rapporto con Cristo assume il linguaggio di una consegna molto più consapevole: «O Gesù caro, io mi offro tutto a Te… che io sia nelle tue mani come la cera malleabile, affinché Tu possa plasmarmi per Te, strumento capace di lavorare per la salvezza delle anime».

Queste parole potrebbero essere lette rapidamente come il linguaggio spirituale consueto di un giovane sacerdote degli anni Cinquanta. Se però le accostiamo alla pagina del 1949, acquistano una profondità diversa.

Il giovane che aveva imparato a diffidare delle costruzioni della propria fantasia ora chiede di essere plasmato.

Non vuole stabilire in anticipo quale forma dovrà prendere la sua vita. Chiede che quella forma venga da Cristo.

È un passaggio decisivo nella spiritualità sacerdotale, perché il ministero espone facilmente alla tentazione opposta. Possiamo cominciare con il desiderio sincero di servire il Signore e, quasi senza accorgercene, arrivare a costruire il servizio attorno alla nostra personalità, ai nostri progetti e perfino al bisogno che le cose portino la nostra impronta.

La cera malleabile della preghiera di Zerrillo racconta un’altra libertà. Essere strumenti nelle mani di Cristo significa accettare che la vocazione possa prendere anche forme che non avevamo previsto.

Nella stessa meditazione egli torna all’immagine evangelica della pecorella smarrita portata sulle spalle dal Buon Pastore. E proprio mentre riconosce di essere stato personalmente raggiunto dalla misericordia, scrive: «O Gesù, ti chiedo la grazia di farmi un santo sacerdote per poter portare tutte le anime a Te».

Qui emerge qualcosa che ritroverò molti anni dopo nell’uomo che conobbi.

Non c’è il sacerdote che guarda gli altri dalla posizione di chi è ormai al sicuro. C’è un uomo che continua a riconoscersi portato sulle spalle di Cristo e, proprio perché conosce dall’interno la misericordia ricevuta, desidera diventare pastore.

Forse la paternità sacerdotale nasce davvero così.

Il sacerdote può accompagnare gli altri senza dominarli quando non dimentica di essere egli stesso un uomo accompagnato. Può parlare della grazia senza trasformarla in teoria quando sa di averne bisogno ogni giorno. Può esercitare un’autorità spirituale libera perché non deve continuamente dimostrare di essere diverso dalle persone che gli sono affidate.

Quando arrivo agli appunti del 1979, il tono è ancora cambiato.

Sono trascorsi venticinque anni dall’ordinazione sacerdotale. Zerrillo si trova nel convento di Airola per un tempo di ritiro e, guardando il cammino percorso, scrive: «Soprattutto: grazie! Il traguardo delle nozze d’argento mi riempie di confusione da un lato, di gioia dall’altro. Il mio sì non è stato mai un merito mio, è pura grazia».

Quel giovane che nel 1949 aveva bisogno di abbattere i castelli costruiti dalla fantasia e quel sacerdote che chiedeva di diventare cera nelle mani di Cristo arrivano qui a una parola che sembra raccogliere tutto: grazie.

La gratitudine non nasce dall’idea di avere realizzato bene il proprio progetto. Zerrillo guarda il cammino sacerdotale e riconosce che persino il proprio sì è stato sostenuto da qualcosa che lo precedeva.

È una forma di maturità spirituale che trovo particolarmente bella.

Con il passare degli anni potremmo essere tentati di fare il bilancio della nostra vita sacerdotale attraverso ciò che abbiamo costruito, le comunità nelle quali siamo passati e le responsabilità ricevute. Tutto questo appartiene realmente alla storia di una vocazione. Arriva però un momento in cui ciò che rimane più nitido è la sproporzione tra ciò che abbiamo ricevuto e ciò che siamo riusciti a restituire.

Negli appunti trovo trascritto anche un altro pensiero: «Ho coscienza di non essere riuscito come avrei dovuto, ma questa coscienza è bene che sia sempre lucida, perché dà tenerezza e umiltà davanti a Dio».

Questa frase mi sembra aprire una finestra sull’uomo che avrei conosciuto anni dopo.

La coscienza del limite non era diventata amarezza.

Era diventata tenerezza.

C’è una grande differenza spirituale tra riconoscere le proprie insufficienze e lasciarsene schiacciare. Zerrillo sembra aver imparato a stare davanti alla propria povertà senza trasformarla in un’accusa contro se stesso e senza nasconderla dietro il ruolo. La vede alla luce della grazia e proprio per questo può conservarne una coscienza lucida.

Forse è anche da qui che nasceva quella particolare dolcezza che molti ricordano in lui.

Non era semplicemente un temperamento mite. La mitezza di un pastore diventa evangelica quando ha attraversato la verità su se stesso e ha scoperto che Dio continua ad amare anche ciò che non corrisponde pienamente ai nostri ideali.

Rileggendo oggi questi appunti comprendo meglio anche l’impressione che avevo durante i nostri incontri. Dietro il vescovo non avvertivo un uomo che aveva superato il sacerdote che era stato. Sembrava piuttosto che l’episcopato avesse approfondito la domanda che portava con sé da giovane: come lasciare che Cristo plasmi una vita ricevuta interamente come grazia?

Anche per questo mi pare riduttivo raccontare mons. Zerrillo soltanto attraverso gli incarichi che ha ricoperto.

Fu sacerdote, poi vescovo di Tricarico e successivamente pastore della Chiesa di Lucera-Troia. Sono dati necessari per collocare la sua vita nella storia della Chiesa. I quaderni permettono però di intravedere ciò che nessuna cronologia ministeriale può raccontare: il lavoro nascosto attraverso il quale un uomo lascia lentamente che il ministero ricevuto raggiunga il cuore.

Questo possiede una particolare importanza anche per noi sacerdoti.

Parliamo spesso della crisi del ministero, delle sue fatiche, della solitudine e del peso delle responsabilità. Sono questioni vere, che chiedono anche risposte concrete nelle forme della vita ecclesiale. La testimonianza di Zerrillo mi ricorda tuttavia che esiste un luogo del sacerdozio che nessuna riforma organizzativa può sostituire: il rapporto personale nel quale il sacerdote continua a lasciarsi incontrare, correggere e amare da Cristo.

Se quel luogo si impoverisce, possiamo continuare a svolgere bene molte funzioni e diventare interiormente sempre più distanti dalla sorgente.

Quando invece quel rapporto rimane vivo, perfino le fragilità possono essere riconsegnate a Dio e diventare una forma più umile di fecondità.

Nei fogli che conservai non trovo un uomo ossessionato dal proprio perfezionamento spirituale. Trovo qualcuno che, nel corso degli anni, sembra diventare progressivamente più libero dal bisogno di attribuire a se stesso ciò che di buono è accaduto nella propria vita.

All’inizio vuole amare di più il Signore e lasciare cadere i castelli della fantasia. Da sacerdote chiede di essere plasmato. Venticinque anni dopo guarda il proprio sì e lo riconosce come grazia.

Il movimento è continuo.

E forse proprio questo è ciò che intendo quando penso a mons. Francesco Zerrillo come a un prete secondo il cuore di Cristo.

Non un sacerdote senza fragilità, costruito secondo una figura ideale nella quale nessuno potrebbe realmente riconoscersi. Un uomo che ha imparato a portare la propria fragilità dentro la relazione con il Signore e che, proprio da lì, ha ricevuto la libertà di diventare pastore.

Ora comprendo meglio anche una frase che gli sentii pronunciare personalmente e che non ho mai dimenticato: «C’è un tempo per dire Messa e un tempo per essere Messa».

Per dire una cosa del genere senza retorica bisogna aver permesso per molti anni all’Eucaristia di lavorare nella propria vita.

I quaderni spirituali lasciano intravedere proprio questo cammino.

Molto prima che arrivasse il tempo della fragilità e della consegna, un giovane aveva già cominciato a chiedere al Signore di abbattere ciò che era vuoto, di plasmarlo secondo la propria volontà e di insegnargli a riconoscere ogni cosa come grazia.

Forse il sacerdote diventa davvero ciò che celebra attraverso questo lento lavoro che quasi nessuno vede.

L’altare entra nella vita molto prima che la vita comprenda fino in fondo quanto sarà chiamata a consegnare.

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