Nell’omelia agli studenti delle Università Pontificie del 27 ottobre 2025, Leone XIV ha letto la guarigione della donna curva come immagine di ciò che può accadere anche all’intelligenza: lo studio autentico rialza lo sguardo, libera dal ripiegamento sulle proprie idee e restituisce la capacità di cogliere l’insieme. Una parola particolarmente necessaria in un tempo nel quale possediamo conoscenze sempre più specialistiche e rischiamo di perdere il significato capace di tenerle insieme.
Nell’omelia celebrata con gli studenti delle Università Pontificie il 27 ottobre 2025, Leone XIV ha scelto un’immagine evangelica che inizialmente potrebbe sembrare lontana dal mondo dello studio. Il Vangelo presentava una donna curva da molti anni, incapace di raddrizzarsi, che Gesù vede, chiama e libera dalla sua infermità. Il Papa ha riconosciuto in quella postura qualcosa che può accadere anche all’intelligenza quando rimane chiusa dentro ciò che già conosce e perde progressivamente la capacità di guardare oltre se stessa.
La donna guarita torna a stare in piedi e può finalmente alzare lo sguardo. Da questa immagine Leone XIV ricava ciò che definisce «la grazia dello studente, del ricercatore, dello studioso»: ricevere uno sguardo ampio, capace di andare lontano, di non semplificare le questioni, di accogliere le domande e di vincere quella pigrizia intellettuale che finisce per produrre anche una forma di impoverimento spirituale.
Mi sembra una definizione dello studio particolarmente preziosa, perché lo sottrae a due riduzioni che conosciamo bene. Lo studio può diventare semplice accumulo di informazioni, nel quale la quantità di ciò che sappiamo cresce senza che aumenti realmente la nostra capacità di comprenderne il significato; può anche trasformarsi in uno strumento di conferma delle convinzioni già possedute, attraverso il quale cerchiamo soprattutto argomenti utili a difendere la posizione dalla quale siamo partiti.
In entrambi i casi l’intelligenza rimane curva, perché continua a vedere soltanto ciò che rientra nel proprio campo immediato.
Leone XIV parte invece dalla convinzione che studiare significhi esporsi alla possibilità di vedere qualcosa che prima non vedevamo e lasciare che la realtà allarghi l’orizzonte dentro il quale pensiamo. Per questo collega la conoscenza all’esperienza della grazia: molte delle cose decisive della vita non ce le diamo da soli, perché arrivano attraverso maestri, incontri, domande e realtà che interrompono il nostro ripiegamento e ci costringono a guardare più lontano.
È un passaggio che riguarda direttamente anche la fede. Il credente non studia per rendere più sofisticate le proprie certezze e neppure per costruire attorno ad esse una fortezza concettuale. Cerca di comprendere meglio ciò che ha ricevuto, sapendo che la verità di Dio supera continuamente la misura delle formule con le quali proviamo ad accoglierla, senza per questo renderle inutili o relative.
La tradizione cristiana conosce bene questa relazione tra fede e intelligenza. Leone XIV richiama Agostino, Tommaso d’Aquino, Teresa d’Avila ed Edith Stein, figure molto diverse per epoca, vocazione e metodo, accomunate dalla capacità di non separare la ricerca della verità dalla propria storia spirituale. Nessuno di loro avrebbe riconosciuto come autentica una teologia trasformata in puro esercizio accademico e nessuno avrebbe pensato che la profondità della vita spirituale potesse rendere superfluo il lavoro rigoroso dell’intelligenza.
Il Papa chiede alle Università Pontificie precisamente questa unità, perché ciò che avviene nelle aule non rimanga un esercizio intellettuale incapace di toccare l’esistenza. Lo studio della teologia, della filosofia e delle altre discipline deve contribuire a comprendere meglio Cristo, il mistero della Chiesa e la responsabilità della testimonianza cristiana nella società.
Qui emerge una questione che riguarda anche il nostro modo di formare sacerdoti, consacrati e laici. Possiamo trasmettere molte conoscenze e lasciare contemporaneamente una persona incapace di formulare un giudizio proprio, perché ha imparato soprattutto a ripetere il linguaggio del maestro o dell’ambiente nel quale è stata formata. Una formazione cristiana matura dovrebbe invece rendere progressivamente capaci di pensare dentro la fede, distinguendo tra ciò che appartiene realmente alla Tradizione della Chiesa e ciò che dipende dalle scuole teologiche, dalle sensibilità ecclesiali o dalle interpretazioni personali.
La libertà dell’intelligenza cristiana nasce proprio qui. Non coincide con il diritto di considerare ogni opinione equivalente e non chiede di comportarsi come se la verità non ci precedesse. È la libertà di chi può cercare senza paura, perché sa che la verità non deve essere protetta dalla domanda e che una fede incapace di lasciarsi interrogare rischia di diventare fragile proprio mentre cerca di mostrarsi sicura.
Leone XIV collega questa libertà alla parola di Paolo: «Non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura». Lo studio partecipa a questo cammino quando libera da una dipendenza intellettuale nella quale la persona ha sempre bisogno che qualcuno pensi al suo posto, indicandole in anticipo ciò che deve temere, ciò che deve approvare e persino quali domande può permettersi di formulare.
Questa educazione alla libertà richiede maestri autentici. Il Papa utilizza ancora l’immagine evangelica della donna curva e afferma che educare significa compiere qualcosa di simile al gesto di Cristo: aiutare l’altro a rialzarsi, a diventare se stesso e a maturare una coscienza e un pensiero critico autonomi.
È una concezione molto esigente dell’autorità educativa. Un vero maestro non desidera costruire discepoli incapaci di pensare senza di lui, perché la sua riuscita consiste precisamente nel momento in cui colui che ha accompagnato acquisisce una libertà maggiore e può guardare la realtà con i propri occhi, dentro la verità che insieme hanno cercato.
Per questo Leone XIV arriva a parlare di una «carità» che passa attraverso l’alfabeto dello studio e della conoscenza. La fame di verità e di significato appartiene ai bisogni reali dell’uomo quanto altre forme di povertà più immediatamente visibili. Una cultura che offre informazioni senza un orizzonte nel quale comprenderle può produrre persone molto istruite e profondamente disorientate.
Il Papa osserva che siamo diventati esperti di dettagli infinitesimali della realtà e abbiamo contemporaneamente difficoltà a ricomporli dentro una visione d’insieme. È uno dei paradossi della conoscenza contemporanea: sappiamo sempre di più su porzioni sempre più ristrette del reale e rischiamo di perdere le domande capaci di collegare quelle conoscenze alla questione fondamentale del significato.
La specializzazione è inevitabile e ha prodotto risultati straordinari. Il problema comincia quando essa diventa l’unico modo possibile di conoscere e ogni disciplina smette di interrogarsi sul rapporto con il tutto. L’università cristiana possiede qui una responsabilità particolare, perché dovrebbe essere uno dei luoghi nei quali la frammentazione del sapere viene attraversata dalla domanda sull’uomo, sul mondo e su Dio.
Quello «sguardo unitario» evocato da Leone XIV non consiste quindi nel riportare tutte le scienze sotto il controllo della teologia e neppure nel pretendere che una disciplina possa fornire da sola la spiegazione completa della realtà. Chiede piuttosto che le conoscenze particolari rimangano aperte alla relazione reciproca e alla domanda sul significato, riconoscendo che nessun sapere specialistico può esaurire il mistero della persona e del mondo.
Anche la teologia ha bisogno di questa umiltà. Può diventare autoreferenziale quando il proprio linguaggio perde il contatto con la vita ecclesiale e con le domande che attraversano realmente le persone, così come la pastorale rischia di impoverirsi quando pensa di poter fare a meno della fatica del concetto e del discernimento teologico. La vita della Chiesa richiede che queste dimensioni continuino a interrogarsi reciprocamente, perché una fede pensata senza essere vissuta diventa sterile e una prassi che smette di pensare diventa facilmente prigioniera dell’immediato.
L’immagine della donna rimessa in piedi offre allora una chiave molto più ampia di quella che inizialmente potremmo attribuirle. Essere rialzati significa riacquistare la possibilità di vedere Dio, gli altri e se stessi dentro un orizzonte più grande, nel quale l’esperienza personale non viene negata e contemporaneamente smette di essere la misura assoluta di tutto.
È una indicazione particolarmente importante anche nel tempo delle grandi polarizzazioni ecclesiali. Molte discussioni nascono ormai da ambienti nei quali ciascuno legge soltanto ciò che conferma la propria posizione, ascolta prevalentemente coloro che condividono la stessa interpretazione e finisce per percepire la complessità come una minaccia. Lo studio serio può diventare una forma di ascesi precisamente perché obbliga a incontrare testi, argomenti e fatti che resistono alle semplificazioni con le quali vorremmo sistemare la realtà.
In questo senso l’intelligenza cristiana rimane realmente «in piedi» quando non ha bisogno di deformare ciò che incontra per difendere la fede. Può riconoscere un problema senza trasformarlo in catastrofe, accogliere una acquisizione nuova senza farne immediatamente una rivoluzione e distinguere ciò che cambia da ciò che appartiene stabilmente al deposito ricevuto.
È una libertà che serve anche al ministero pastorale. I sacerdoti e coloro che assumono responsabilità nella Chiesa incontrano ogni giorno situazioni che nessun manuale può prevedere completamente. Una formazione soltanto nozionistica lascia facilmente disarmati davanti alla complessità della vita, mentre una formazione esclusivamente pratica rischia di consegnare la persona alle impressioni del momento. Serve quella capacità di giudizio che nasce da uno studio assimilato, dalla preghiera e dall’esperienza ecclesiale, e che permette di affrontare il concreto senza perdere l’orizzonte.
Il Giubileo delle Università Pontificie ha offerto a Leone XIV l’occasione per ricordare che la Chiesa di oggi e quella di domani hanno bisogno precisamente di uomini e donne capaci di questo sguardo. Non servono soltanto persone professionalmente preparate, perché le istituzioni ecclesiali potrebbero produrre ottimi specialisti e rimanere povere di sapienza; occorrono persone nelle quali la conoscenza sia diventata una forma di libertà, capace di approfondire la relazione con Cristo e di rendere più responsabile il servizio alla Chiesa e alla società.
La conclusione dell’omelia raccoglie tutto nella stessa immagine dalla quale era partita. Leone XIV chiede che l’università formi uomini e donne che non rimangano curvi su se stessi e possano stare in piedi, portando nei luoghi nei quali saranno chiamati a vivere la gioia e la consolazione del Vangelo.
Forse questa è una delle immagini più belle per descrivere anche la vocazione cristiana dello studio. Pensare non significa allontanarsi dalla fede e studiare non significa sostituire la semplicità del Vangelo con la complessità delle teorie. Quando la ricerca della verità viene vissuta dentro una vita unificata, l’intelligenza diventa uno dei luoghi nei quali la grazia libera l’uomo dal proprio ripiegamento e gli permette finalmente di guardare più lontano.
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