Cinque Adoratrici uccise durante la guerra civile in Liberia, due sorelle travolte dalla persecuzione comunista in Croazia: storie lontane per tempo e geografia, unite dalla stessa appartenenza al Sangue di Cristo e da una fedeltà rimasta accanto alle persone quando sarebbe stato più comprensibile mettersi in salvo.
Ci sono pagine della storia di una famiglia religiosa che difficilmente possono essere raccontate soltanto attraverso date, fondazioni e opere, perché a un certo punto il carisma smette di essere qualcosa che si descrive e diventa qualcosa che una persona consegna con la propria vita. Nella storia delle Adoratrici del Sangue di Cristo questo passaggio appare con una forza particolare nelle vicende di sette sorelle vissute in luoghi e circostanze molto differenti: cinque missionarie statunitensi uccise in Liberia nell’ottobre 1992 e due Adoratrici della regione croata, Josipa Nevistić ed Eulalija Kulier, morte negli anni della persecuzione comunista dopo la Seconda guerra mondiale.
Non hanno condiviso la stessa epoca e probabilmente alcune di loro non hanno mai conosciuto neppure il nome delle altre. Le separavano un oceano, generazioni diverse e forme di violenza che appartenevano a contesti storici molto lontani. Eppure, quando le loro storie vengono accostate, emerge una parentela che supera quella istituzionale della Congregazione, perché tutte hanno vissuto fino alle conseguenze più estreme ciò che la spiritualità del Sangue di Cristo insegna a riconoscere nel valore di ogni persona e nella disponibilità a rimanere accanto alla vita ferita.
Le cinque sorelle della Liberia erano Barbara Ann Muttra, Mary Joel Kolmer, Kathleen McGuire, Agnes Mueller e Shirley Kolmer, appartenenti alla Provincia statunitense di Ruma. Le prime Adoratrici erano arrivate nel Paese nel 1971, rispondendo alla richiesta di missionari che cercavano religiose disponibili a lavorare in una realtà nella quale le necessità educative e sanitarie erano enormi. Nel corso degli anni le sorelle avevano servito nelle scuole, nelle parrocchie, nei dispensari e negli ospedali, entrando progressivamente nella vita di un popolo che sarebbe diventato per loro molto più di un luogo di missione.
Quando la guerra civile esplose nel 1989, la situazione divenne sempre più pericolosa e la presenza missionaria dovette confrontarsi con una violenza che non risparmiava quasi nessuno. Le strade erano insicure, i profughi aumentavano, le strutture civili e sanitarie venivano travolte dal conflitto e la popolazione viveva dentro una precarietà nella quale anche procurarsi cibo, medicine o un luogo sicuro diventava difficile. Le Adoratrici continuarono il loro servizio condividendo questa fragilità, e nel 1991 le cinque sorelle rientrarono temporaneamente negli Stati Uniti per ragioni di sicurezza, salvo poi scegliere di tornare in Liberia l’anno successivo.
Questa scelta è forse il punto nel quale la loro vicenda deve essere osservata con maggiore attenzione, perché sarebbe facile trasformarla in una narrazione eroica costruita dopo la morte, come se quelle donne avessero cercato il pericolo o considerato il martirio una destinazione desiderabile. Dalle testimonianze emerge qualcosa di molto più umano e cristiano: conoscevano il rischio, avevano paura e sapevano che avrebbero potuto rimanere al sicuro negli Stati Uniti, ma la relazione costruita con il popolo liberiano aveva ormai assunto per loro la forma di una responsabilità dalla quale non riuscivano a sentirsi sciolte soltanto perché la situazione era diventata più pericolosa.
Il 20 ottobre 1992 Barbara Ann Muttra e Mary Joel Kolmer percorrevano la strada tra Gardnersville e Barnersville dopo avere riaccompagnato a casa un collaboratore della missione quando furono fermate e uccise da uomini armati. Tre giorni dopo, il 23 ottobre, Kathleen McGuire, Agnes Mueller e Shirley Kolmer furono assassinate davanti alla residenza delle Adoratrici a Gardnersville. La notizia arrivò alla comunità negli Stati Uniti soltanto il 31 ottobre, dopo giorni nei quali le informazioni provenienti dalla Liberia erano frammentarie e confuse.
La Congregazione le ricorda da allora come le «Martiri della carità», un’espressione che non attribuisce loro automaticamente il significato canonico del martirio riconosciuto in una causa di beatificazione, e che tuttavia descrive con grande precisione la forma assunta dalla loro testimonianza. Non furono uccise mentre tenevano una disputa teologica o perché qualcuno avesse intimato loro formalmente di rinnegare la fede; morirono dentro una presenza missionaria che avevano scelto di continuare perché gli uomini e le donne con i quali vivevano erano diventati realmente il «caro prossimo» affidato alla loro responsabilità. Le fonti della Congregazione ricordano che Giovanni Paolo II le indicò proprio con il nome di «Martiri della carità», riconoscendo nel loro sacrificio quella forma di testimonianza nella quale l’amore evangelico viene vissuto fino all’esposizione della propria vita.
La spiritualità del Sangue di Cristo permette di leggere questa vicenda senza bisogno di aggiungere parole solenni. Santa Maria De Mattias aveva imparato a guardare ogni persona attraverso il prezzo della redenzione, e per le Adoratrici questa convinzione non può rimanere soltanto un principio ascetico. Se ogni uomo vale il Sangue di Cristo, il rifugiato impaurito, il bambino affamato, la donna che non sa leggere e il malato rimasto senza assistenza acquistano una dignità che domanda una risposta concreta. Le cinque sorelle della Liberia tradussero questa convinzione nella quotidianità delle scuole, delle cliniche e dell’accoglienza molto prima che la loro morte trasformasse quei gesti ordinari in una memoria custodita da tutta la Congregazione.
Accanto alla loro storia si collocano, in un contesto completamente diverso, le vicende di Josipa Nevistić ed Eulalija Kulier, due Adoratrici segnate dalla persecuzione che colpì la Chiesa nei territori della Jugoslavia comunista dopo la Seconda guerra mondiale. Le comunità religiose vennero progressivamente private delle scuole e delle case, l’attività educativa delle suore fu ostacolata e molte religiose dovettero cercare nuove forme di vita e di lavoro dentro un sistema che guardava con crescente sospetto alla presenza ecclesiale.
Josipa Nevistić era insegnante e catechista. Continuò a dedicarsi alla formazione religiosa dei bambini e al servizio delle comunità, vivendo in una situazione nella quale persino un’attività pastorale autorizzata poteva diventare motivo di sospetto. Le testimonianze raccolte dopo la caduta del regime comunista hanno permesso di ricostruire almeno in parte la sua storia, mentre per molti anni il silenzio imposto dalla paura aveva quasi cancellato perfino la possibilità di parlarne. Non conosciamo con certezza il giorno nel quale venne uccisa; le fonti delle Adoratrici collocano la sua morte all’inizio dell’ottobre 1946 e raccontano che il corpo fu ritrovato soltanto alcuni anni dopo nei pressi di un fiume, quindi sepolto senza alcun segno di riconoscimento per timore che la tomba venisse profanata.
Eulalija Kulier, nata a Fojnica nel 1910, aveva emesso la professione religiosa da giovane ed esercitava anch’essa il ministero educativo; suonava l’organo e, dopo l’espropriazione delle scuole e delle case religiose nel 1946, si stabilì nella zona di Slavonska Požega, lavorando a Pleternica. Il 1° marzo 1947 venne catturata, maltrattata e uccisa, e il corpo fu gettato nel fiume Orljava. Le testimonianze conservate dalla Congregazione raccontano anche particolari molto duri sulle violenze subite prima della morte; dopo lo scioglimento della neve, il corpo fu ritrovato il 25 marzo e sepolto nel cimitero.
La memoria di Josipa ed Eulalija è rimasta viva soprattutto tra la popolazione locale e dentro la Congregazione, che le ricorda come testimoni della fede vissuta durante la persecuzione. Anche qui è importante utilizzare le parole con precisione, perché la venerazione custodita da una comunità e il riconoscimento canonico del martirio appartengono a piani diversi. La loro storia non ha bisogno di essere ingrandita attraverso titoli che la Chiesa non ha ancora attribuito loro: basta lasciarla parlare attraverso la fedeltà concreta di due donne che continuarono a vivere la propria vocazione quando l’ambiente politico cercava di rendere sempre più difficile la presenza religiosa.
Le cinque sorelle della Liberia e le due Adoratrici della Croazia mostrano anche quanto possa essere differente la forma assunta dalla testimonianza cristiana. In Africa la violenza nacque dentro una guerra civile nella quale il collasso delle istituzioni e la brutalità dei gruppi armati travolsero migliaia di persone; nell’Europa orientale la persecuzione fu legata a un sistema politico che cercava di controllare o marginalizzare la presenza della Chiesa. Sarebbe artificioso unificare queste situazioni attraverso una spiegazione storica comune, mentre è possibile riconoscere in tutte e sette la stessa decisione di non lasciare che la paura diventasse il criterio ultimo delle proprie scelte.
Il martirio cristiano, quando è autentico, non nasce infatti dal disprezzo della vita. La vita possiede un valore così grande che può essere consegnata soltanto per qualcosa che la supera, e la tradizione della Chiesa ha sempre guardato con diffidenza a ogni ricerca volontaristica della morte. Queste donne non cercarono una fine violenta. Avevano comunità, relazioni, desideri e un ministero che avrebbero voluto continuare; la loro testimonianza acquista valore proprio perché la fedeltà fu vissuta dentro la concretezza di una vita che esse amavano e che continuarono a spendere per gli altri.
Per chi appartiene alla famiglia del Preziosissimo Sangue, le loro storie pongono una domanda che non può essere confinata ai momenti commemorativi. Parliamo spesso del Sangue di Cristo come prezzo della redenzione, sorgente della misericordia e segno dell’amore di Dio per ogni uomo, e questa spiritualità corre inevitabilmente il rischio di diventare un linguaggio devoto se non conduce a riconoscere il valore concreto della persona che ci è posta accanto. Le sette Adoratrici ricordano che il Sangue contemplato nell’adorazione chiede di diventare prossimità, servizio e capacità di condividere la sorte di chi soffre.
La loro testimonianza evita anche un altro rischio, quello di pensare che la fedeltà si manifesti soltanto nei gesti straordinari. Prima delle ore nelle quali la violenza raggiunse le loro vite ci furono anni di insegnamento, assistenza agli ammalati, catechesi, amministrazione delle comunità, distribuzione di cibo e semplici giornate consumate dentro un servizio spesso invisibile. Se oggi ricordiamo il modo nel quale morirono, non dovremmo separarlo dal modo nel quale avevano vissuto, perché la consegna estrema fu preparata da una quantità incalcolabile di decisioni quotidiane nelle quali avevano già imparato a mettere la vita a disposizione.
Proprio qui la loro memoria diventa accessibile anche a chi non sarà mai chiamato ad affrontare una persecuzione o una guerra civile. La fedeltà cristiana viene costruita molto prima delle situazioni eccezionali, dentro il modo nel quale trattiamo una persona difficile, manteniamo una responsabilità quando nessuno ci osserva e continuiamo a servire quando il riconoscimento viene meno. Nessuno improvvisa una vita consegnata nell’ultimo momento; quando arriva una prova grande, spesso essa rivela ciò che una persona ha imparato lentamente attraverso una lunga fedeltà nelle cose piccole.
Il 23 ottobre, anniversario della morte di Kathleen McGuire, Agnes Mueller e Shirley Kolmer, questa memoria assume per le Adoratrici una particolare intensità, e accanto ai loro nomi possono trovare posto quelli di Barbara Ann Muttra e Mary Joel Kolmer, morte tre giorni prima, insieme a Josipa ed Eulalija, le cui storie appartengono alla stessa grande memoria della Congregazione. Sette donne che non formano un gruppo canonico e che non devono essere artificialmente trasformate in una causa comune, mentre possono essere contemplate insieme perché nelle loro vite il carisma del Sangue di Cristo ha incontrato la prova della violenza e ha continuato a generare fedeltà.
Forse è proprio questa la ragione per cui vale la pena raccontarle. Una famiglia religiosa custodisce le proprie origini attraverso i fondatori e i testi che ne definiscono il carisma, ma comprende la fecondità di quel dono anche attraverso le persone che, in epoche successive, ne hanno mostrato possibilità che all’inizio non erano prevedibili. Santa Maria De Mattias non conobbe la guerra civile liberiana e non vide sorgere il comunismo jugoslavo; le donne che hanno ricevuto il suo carisma dopo di lei hanno dovuto imparare a viverlo dentro quelle storie e hanno mostrato che la stessa sorgente spirituale poteva generare risposte nuove senza perdere la propria identità.
Nel Sangue versato da Cristo la fede cristiana riconosce che Dio non ha salvato il mondo rimanendo distante dalla sua violenza, e proprio per questo la spiritualità del Preziosissimo Sangue porta con sé una particolare sensibilità verso tutto ciò che ferisce e umilia la vita. Le sette Adoratrici non hanno aggiunto nulla alla redenzione compiuta da Cristo e non hanno avuto bisogno di farlo; hanno lasciato che quella redenzione diventasse forma della loro presenza, fino al punto nel quale il servizio incontrò la violenza e la fedeltà non arretrò.
Ricordarle significa allora custodire qualcosa di più di una pagina dolorosa della storia congregazionale. Significa riconoscere che il carisma rimane vivo quando continua a generare persone capaci di stare accanto al «caro prossimo» anche quando farlo diventa costoso, e che il Sangue di Cristo viene davvero onorato quando il valore attribuito ad ogni uomo smette di essere una frase spirituale e diventa il criterio con il quale scegliamo dove rimanere, chi servire e quale parte della nostra vita siamo disponibili a consegnare.
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