don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico

Nel Giubileo dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro Leone XIV ha ricordato che custodire il luogo della Risurrezione significa sostenere una Chiesa di pietre vive. Per chi porta la Croce di Gerusalemme sul mantello, la vera identità cavalleresca comincia proprio là dove il sepolcro è rimasto vuoto.

Questa mattina, nell’Aula Paolo VI, Papa Leone XIV ha incontrato i Cavalieri e le Dame dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme, giunti a Roma da ogni parte del mondo per il pellegrinaggio giubilare. Ascoltando le sue parole mi sono accorto ancora una volta che appartenere a questo Ordine può essere compreso soltanto tornando continuamente al luogo dal quale esso prende il nome, perché il Santo Sepolcro non è semplicemente una memoria da custodire e neppure un simbolo prestigioso da portare sul mantello: è il luogo nel quale la fede cristiana ha imparato che la morte non possiede l’ultima parola.

Da Cavaliere dell’Ordine ho sentito quindi quelle parole rivolte anche a me. Ogni appartenenza può lentamente trasformarsi in abitudine e persino ciò che abbiamo accolto inizialmente con gratitudine rischia, con il tempo, di diventare qualcosa che semplicemente possediamo. Il mantello bianco, la Croce di Gerusalemme, le celebrazioni solenni e una storia tanto ricca possono alimentare un comprensibile senso di appartenenza; il Papa questa mattina ci ha riportati però alla domanda più semplice e più esigente: quale realtà spirituale custodiamo attraverso questi segni?

Leone XIV ha ricordato che l’Ordine è nato attorno al pellegrinaggio, alla custodia del Santo Sepolcro, all’accoglienza di chi si recava nei Luoghi Santi e al sostegno della Chiesa di Gerusalemme. È una origine che impedisce di trasformare l’identità cavalleresca in un titolo rivolto verso se stessi, perché tutto ciò che la costituisce rimanda altrove, verso un luogo, un popolo e una Chiesa che continua a vivere dentro una terra ferita.

Il Santo Padre ha ricordato con gratitudine il sostegno dato al Patriarcato Latino di Gerusalemme attraverso il seminario, le scuole, l’università, le opere caritative e assistenziali, gli interventi umanitari e quella rete di aiuti che durante gli anni più difficili ha permesso a tante comunità di continuare a vivere. Nelle sue parole c’era una frase che, più delle altre, mi sembra capace di riportare l’Ordine alla sua verità: custodire il Sepolcro di Cristo significa sostenere una Chiesa fatta di «pietre vive».

È una espressione che cambia immediatamente la prospettiva, perché il Santo Sepolcro possiede un valore storico, archeologico e artistico immenso, eppure il cristianesimo non vive per custodire la tomba di un fondatore morto. Quel luogo è santo precisamente perché la tomba è stata trovata vuota e perché attorno ad essa è nata la testimonianza di uomini e donne che hanno creduto nella Risurrezione e hanno portato questo annuncio fino ai confini della terra.

La custodia cristiana non può quindi fermarsi alla pietra. Deve raggiungere le persone che continuano a vivere accanto a quella pietra, pregando, crescendo i figli, studiando, lavorando e affrontando le conseguenze di un conflitto che da troppo tempo rende la Terra Santa una terra di dolore.

In questo senso la domanda su che cosa significhi essere Cavaliere nel nostro tempo trova una risposta molto meno romantica di quanto potrebbe sembrare. Non siamo chiamati a ricostruire un medioevo cristiano, e neppure a trasformare la memoria delle Crociate in una identità da esibire. La Chiesa affida oggi all’Ordine un compito estremamente concreto: permettere che la presenza cristiana nei Luoghi Santi possa continuare a respirare, perché dietro ogni scuola sostenuta, ogni famiglia aiutata e ogni opera del Patriarcato esiste quella comunità di pietre vive della quale parlava il Papa.

Il Giubileo della Speranza offre a questa responsabilità una luce particolare. Leone XIV ha condotto la sua riflessione attraverso alcune immagini evangeliche legate al Sepolcro, cominciando dall’attesa fiduciosa che appartiene a chi sa che Dio rimane fedele alle proprie promesse. Per chi appartiene all’Ordine, questa attesa non può essere interpretata come una fiducia ingenua secondo la quale le cose finiranno comunque per sistemarsi, perché proprio la Terra Santa mostra quanto la storia possa diventare dura e quanto a lungo possano durare ferite che nessuno riesce a rimarginare.

La speranza cristiana nasce da una sorgente differente. È possibile continuare a sperare perché il Sepolcro che custodiamo è vuoto, e proprio quel vuoto impedisce di considerare definitiva qualsiasi forma di morte. Questo non cancella la sofferenza né permette di aggirare con una parola spirituale le responsabilità politiche e umane che producono guerra, ingiustizia e paura; rende però possibile continuare a servire anche quando i risultati sembrano sproporzionati rispetto alle energie impiegate.

Il Papa ha poi evocato le donne che, al mattino di Pasqua, si recano al Sepolcro portando gli aromi. Sono donne che compiono un gesto di cura quando ormai sembrerebbe non esserci più nulla da fare, perché Gesù è morto e il loro servizio appare destinato soltanto a rendere onore a un corpo senza vita. Proprio mentre compiono quell’ultimo gesto di fedeltà ricevono invece l’annuncio che cambia la storia.

C’è qualcosa di profondamente cavalleresco in questa immagine, se liberiamo la parola cavalleria dalle incrostazioni decorative e la riportiamo alla sua radice cristiana. Il servizio non domanda sempre di sapere in anticipo quale risultato otterrà. Molte opere che l’Ordine sostiene in Terra Santa continuano in condizioni nelle quali sarebbe facile chiedersi quanto possa realmente cambiare una scuola, una borsa di studio, un ospedale o un aiuto dato a una famiglia mentre intorno permane un conflitto così grande.

Eppure la carità cristiana non misura l’utilità di una persona sulla possibilità di risolvere il problema generale nel quale si trova. Si prende cura di quella vita perché quella vita possiede un valore che precede il risultato. Le donne del Vangelo non avevano alcuna strategia per cambiare ciò che era accaduto sul Calvario; avevano soltanto degli aromi e una fedeltà che le fece alzare quando era ancora buio. Proprio lì incontrarono l’annuncio della Risurrezione.

Anche questo appartiene alla spiritualità del Santo Sepolcro. Custodirlo significa imparare che la speranza cristiana passa spesso attraverso gesti che il mondo potrebbe giudicare piccoli davanti all’enormità del male e che tuttavia mantengono aperto uno spazio nel quale la vita può continuare.

Leone XIV ha infine richiamato Pietro e Giovanni che corrono verso il Sepolcro dopo avere ascoltato l’annuncio delle donne. È l’immagine di una fede che non considera il proprio pellegrinaggio un punto di arrivo, perché persino Gerusalemme rimanda oltre se stessa. Il Papa ci ha ricordato che la meta definitiva non è il luogo santo nel quale siamo riusciti ad arrivare, e nemmeno Roma nella quale celebriamo il Giubileo, quanto la piena comunione con Dio.

Questa prospettiva restituisce libertà anche ai segni che portiamo. Il mantello può essere bello, la storia dell’Ordine può suscitare fierezza e il titolo di Cavaliere può essere ricevuto con gratitudine, purché nessuno di questi elementi diventi una destinazione. Sono segni che devono accompagnare un cammino, ricordando a chi li porta una responsabilità ricevuta.

Ogni volta che indosso il mantello con la Croce di Gerusalemme dovrei quindi domandarmi meno che cosa esso dica di me e molto di più quale realtà mi chieda di servire. Se quel segno conduce alla preghiera per la Terra Santa, alla vicinanza concreta ai cristiani che vi abitano e a una vita cristiana più coerente, conserva il proprio significato. Se diventasse semplicemente un segno di distinzione, avrebbe smesso di rimandare al Sepolcro vuoto e comincerebbe inevitabilmente a rimandare a chi lo indossa.

La cavalleria cristiana può sopravvivere nel nostro tempo proprio a questa condizione. Non ha bisogno di imitare forme sociali scomparse e non deve giustificare la propria esistenza attraverso il fascino della tradizione. Possiede ancora un compito quando accetta di trasformare l’onore in responsabilità e l’appartenenza in servizio, ricordando che la Croce che porta non è uno stemma costruito per distinguere qualcuno dagli altri, perché nasce dal luogo nel quale Cristo ha dato la vita per tutti.

In una Terra Santa attraversata dalla guerra questa consapevolezza diventa ancora più esigente. Le comunità cristiane che vivono nei Luoghi Santi sono numericamente piccole e spesso costrette dentro condizioni economiche e sociali durissime; aiutare le loro scuole, le parrocchie, le famiglie e le opere pastorali significa contribuire affinché quei luoghi nei quali ricordiamo gli eventi della salvezza non diventino progressivamente una geografia cristiana senza cristiani.

Il pellegrino può arrivare, pregare e ripartire. Chi abita quella terra rimane quando le porte si richiudono e quando la quotidianità riprende con i suoi problemi. L’Ordine è chiamato precisamente a non dimenticare coloro che rimangono.

Forse è per questo che le parole di Leone XIV mi hanno toccato in modo particolare. Essere Cavaliere del Santo Sepolcro significa custodire una assenza che è diventata presenza: la tomba non trattiene il Corpo di Cristo, e proprio per questo il Risorto continua a essere incontrato nel suo Corpo che è la Chiesa e nei fratelli nei quali chiede di essere riconosciuto.

Il Santo Sepolcro ci impedisce così di fermarci al passato. Ogni pietra di Gerusalemme custodisce una memoria, mentre il sepolcro aperto obbliga quella memoria a diventare futuro. Chi vi si reca non trova semplicemente ciò che è stato; riceve l’annuncio di ciò che Dio ha compiuto e della vita alla quale continua a chiamare.

Nel Giubileo della Speranza il Papa ha chiesto ai Cavalieri e alle Dame di ripartire da Roma con questa consapevolezza, ricordando che essere custodi del Sepolcro significa vivere nella fiducia, nella carità e nello slancio di chi sa di essere ancora in cammino. È una consegna che raggiunge molto più profondamente di qualunque titolo, perché domanda di verificare continuamente se l’appartenenza all’Ordine abbia davvero trasformato il modo di pregare, di servire e di guardare la Terra Santa.

Portare Gerusalemme nel cuore significa allora molto più che custodire l’affetto per i luoghi nei quali Gesù è vissuto. Significa accettare che quella città, con le sue ferite e le sue speranze, continui a interrogarci e a impedirci di vivere la fede come una realtà separata dalla storia degli uomini.

La tomba vuota dalla quale tutto è cominciato rimane, in fondo, la vera misura del Cavaliere. Davanti ad essa ogni prestigio perde importanza e ogni insegna ritrova il proprio significato, perché il cristiano non custodisce un morto e non difende una memoria sconfitta. Custodisce il luogo nel quale è stato annunciato che Cristo vive, e da quel luogo riceve la responsabilità di sostenere le pietre vive che ancora oggi, nella Terra Santa, continuano a testimoniare la stessa speranza.

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