Il compleanno cade nella memoria liturgica del Papa che mi ha ordinato sacerdote e dentro tre giorni segnati da figure che hanno accompagnato la mia vocazione. A sessant’anni il Vangelo dell’amministratore fedele rende il rendimento di grazie anche una domanda sul tempo ricevuto e sul modo nel quale continuare a consegnarlo.
Oggi compio sessant’anni e li compio nel giorno in cui la Chiesa celebra San Giovanni Paolo II. Questa coincidenza accompagna la mia vita da molto tempo, eppure quest’anno possiede un peso diverso, perché alcune date, quando tornano, non si limitano a ricordare ciò che è accaduto: raccolgono il tempo trascorso e ci obbligano a guardarlo con maggiore verità.
Giovanni Paolo II è il Papa che mi ha ordinato sacerdote. Ogni 22 ottobre la memoria liturgica mi riporta quindi anche al 26 maggio 1991, al gesto dell’imposizione delle mani e a quel momento nel quale la vocazione, preparata per anni, divenne sacramento e consegna definitiva. Con il passare del tempo molti particolari si allontanano, mentre alcuni rimangono sorprendentemente vivi, e tra questi ci sono il suo volto, la sua voce e soprattutto la consapevolezza di avere ricevuto il sacerdozio dentro una Chiesa concreta, attraverso mani concrete, in una storia che non avevo scelto io e che tuttavia sarebbe diventata la mia.
Il mio compleanno si trova inoltre dentro tre giorni che da tempo percepisco come particolarmente legati alla mia vicenda. Il 21 ottobre celebriamo San Gaspare del Bufalo, fondatore della Congregazione alla quale appartengo e padre di quella spiritualità del Sangue di Cristo che ha formato il mio modo di comprendere la missione; il 22 ottobre la Chiesa ricorda Giovanni Paolo II; il 23 celebra San Giovanni da Capestrano, patrono dei cappellani militari, un ministero che anch’io ho esercitato e che ha segnato una parte importante della mia esperienza sacerdotale.
Non ho mai avuto bisogno di costruire intorno a queste coincidenze un significato straordinario. Mi basta riconoscere che, anno dopo anno, esse mi ricordano alcuni luoghi nei quali la mia vita ha ricevuto forma: la Congregazione, l’ordinazione sacerdotale, il servizio vissuto anche tra gli uomini e le donne delle Forze Armate. Quando le date ritornano una accanto all’altra, la memoria ricompone naturalmente ciò che nel corso degli anni abbiamo vissuto in tempi e ambienti molto differenti.
Questa mattina, celebrando la Messa, il Vangelo ha dato al compleanno una tonalità che non avevo programmato. Gesù parla del padrone di casa che deve vigilare e, subito dopo, dell’amministratore fedele e prudente al quale viene affidata la responsabilità di distribuire il cibo nel tempo opportuno. Alla fine arriva una parola che a sessant’anni si ascolta diversamente da come la si ascoltava a trenta: «A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più».
Non la sento come una minaccia. La percepisco piuttosto come una misura.
A una certa età diventa difficile raccontarsi che tutto debba ancora cominciare. Il tempo trascorso possiede ormai un peso sufficiente per essere guardato, e la domanda non riguarda soltanto ciò che siamo riusciti a fare, perché il Vangelo non presenta l’amministratore come il proprietario dei beni che gestisce. Gli sono stati affidati una casa, delle persone, un compito e un tempo nel quale esercitarlo. La sua fedeltà consiste nel ricordare a chi appartengono quelle cose e nel non comportarsi, durante l’assenza del padrone, come se fossero diventate sue.
È una immagine che sento particolarmente vicina al sacerdozio. Nel corso degli anni passano comunità, incarichi e responsabilità che per un certo periodo occupano quasi interamente la nostra giornata e poi vengono affidati ad altri. Cambiano i luoghi nei quali celebriamo, le persone con le quali condividiamo il ministero e persino i problemi che sembravano destinati ad accompagnarci per sempre. Se tutto questo viene vissuto come possesso, ogni cambiamento diventa una sottrazione; se viene ricevuto come affidamento, rimane la gratitudine per avere potuto custodire qualcosa che apparteneva al Signore prima di noi e continuerà ad appartenergli dopo di noi.
Sessant’anni aiutano anche a comprendere meglio la parola vigilanza. Da giovani può sembrare soprattutto un invito a stare attenti a ciò che potrebbe accadere; con il tempo diventa una disposizione più interiore, perché vigilare significa anche non addormentarsi dentro ciò che abbiamo già fatto, non considerare acquisita la fedeltà di ieri e non utilizzare l’esperienza come una forma elegante per evitare di lasciarci ancora interrogare.
Si può avere molta esperienza e diventare progressivamente indisponibili alla novità di Dio. Si può conoscere bene il ministero e perdere lentamente lo stupore per ciò che celebriamo. Si può anche continuare a compiere tutto ciò che è richiesto e lasciare che il cuore inizi ad abitare altrove. Per questo la vigilanza di cui parla Gesù mi sembra oggi meno legata alla paura della fine e molto più alla necessità di custodire desto il desiderio.
Mentre pensavo a tutto questo mi è tornato alla memoria un altro passo del Vangelo, quello nel quale gli interlocutori di Gesù gli dicono: «Non hai ancora cinquant’anni e hai visto Abramo?». A sessanta anni la frase provoca inevitabilmente un sorriso, anche perché ormai quel limite evangelico l’ho superato con una certa abbondanza.
Nel testo di Giovanni, naturalmente, la questione non riguarda l’età anagrafica di Gesù. La risposta «Prima che Abramo fosse, Io Sono» conduce direttamente al mistero della sua identità e alla sua preesistenza divina. Eppure quella obiezione umanissima dei suoi interlocutori, che provano a misurare il mistero attraverso il calendario, finisce per suggerire qualcosa anche quando la si ascolta nel giorno di un compleanno: gli anni dicono molto di noi, senza riuscire a dire tutto.
A sessant’anni conosco certamente più cose di quante ne conoscessi a trenta, e ne ho dimenticate probabilmente altrettante. Ho attraversato esperienze che allora non avrei potuto prevedere, ho visto cambiare la Chiesa, le comunità religiose, il modo di vivere il ministero e anche il mio modo di guardare molte questioni. Gli anni, tuttavia, non producono automaticamente sapienza. Possono renderci più umili perché abbiamo avuto abbastanza tempo per scoprire i nostri errori, oppure possono irrigidirci convincendoci che l’esperienza ci abbia definitivamente dato ragione.
La maturità cristiana possiede quindi poco a che fare con il semplice accumulo del tempo. Nasce piuttosto dal modo nel quale il tempo viene lasciato attraversare dalla grazia, comprese quelle parti della nostra storia che avremmo preferito vivere diversamente e che soltanto dopo molti anni riusciamo a leggere senza il bisogno di correggerle retroattivamente.
Anche il riferimento biblico ai Leviti mi accompagna in questa giornata. Il libro dei Numeri stabilisce che a cinquant’anni essi cessino dal servizio più gravoso della Tenda del Convegno, continuando però ad assistere i fratelli nelle responsabilità del santuario. Non ne ricaverei una regola per la pensione ecclesiastica, che già produce da sola abbastanza documentazione, ma trovo bella l’immagine di un servizio che con l’età non scompare e comincia piuttosto ad assumere una forma diversa.
Esiste infatti un tempo nel quale si serve soprattutto attraverso l’energia disponibile, accettando incarichi, viaggi, cambiamenti e lavori che richiedono una presenza continua; e arriva progressivamente un tempo nel quale acquistano maggiore importanza la memoria, il consiglio, la capacità di accompagnare e quella libertà che dovrebbe nascere dall’avere ormai compreso che non dobbiamo essere noi a fare tutto.
Non so se a sessant’anni si diventi realmente più capaci di questo. So però che sarebbe triste utilizzare l’esperienza accumulata soltanto per occupare più saldamente il proprio posto.
San Giovanni Paolo II, che oggi la Chiesa ricorda, mi ha insegnato qualcosa anche attraverso l’ultima parte della sua vita. Il Papa vigoroso dei grandi viaggi e delle folle rimase lo stesso uomo quando il corpo cominciò progressivamente a sottrargli ciò che gli aveva permesso di esercitare il ministero in quella forma. La malattia non cancellò la missione, ne modificò il linguaggio, e proprio negli anni nei quali la parola divenne più faticosa apparve con maggiore evidenza che il ministero di Pietro non coincideva con l’efficienza fisica di chi lo esercitava.
Per un sacerdote questa memoria è preziosa, perché ci ricorda che arriveranno inevitabilmente stagioni nelle quali non potremo fare ciò che abbiamo fatto prima e nelle quali la fedeltà dovrà imparare un’altra forma. Non sappiamo quando, e il Vangelo di oggi invita precisamente a non fissare calendari al Signore, mentre possiamo prepararci vivendo il presente senza considerare la nostra utilità come misura del nostro valore.
Ripensando alla mia ordinazione, mi accorgo che una delle grazie più grandi ricevute in questi anni è forse proprio quella di essere stato continuamente ricondotto alla differenza tra ciò che il sacerdote fa e ciò che il sacerdote è chiamato a consegnare. Il ministero domanda competenza, organizzazione e decisioni concrete, ma nessuna di queste cose basta a custodire il senso di una vita sacerdotale se viene meno la relazione con Colui per il quale tutto è cominciato.
A sessant’anni la gratitudine convive inevitabilmente con l’esame di coscienza. Ci sono persone che avrei potuto comprendere meglio, situazioni nelle quali avrei potuto avere maggiore pazienza e momenti nei quali la stanchezza, il carattere o la sicurezza nelle mie convinzioni possono avere reso più difficile agli altri incontrare ciò che avrei voluto testimoniare. La memoria cristiana permette di guardare anche queste cose senza trasformare il compleanno in un processo, perché la misericordia di Dio non cancella la verità della nostra storia e proprio per questo consente di riconoscerla senza paura.
Accanto a tutto questo rimane una gratitudine molto più grande per ciò che ho ricevuto senza meritarlo: la vocazione, il sacerdozio, la Congregazione, le comunità nelle quali ho vissuto, le persone che mi sono state affidate e quelle dalle quali sono stato io stesso custodito. Quando il Vangelo dice che molto sarà chiesto a chi molto ha ricevuto, la responsabilità appare grande proprio perché grande è stato prima il dono.
Oggi non sento quindi il bisogno di fare bilanci definitivi. Sessant’anni non sono pochi e, salvo qualche improbabile negoziazione con l’anagrafe, non diventeranno di meno; rimangono però un tratto di strada dentro una vocazione che non posso considerare conclusa finché il Signore continua ad affidarmi un giorno da vivere.
Forse la vigilanza di cui parla il Vangelo consiste anche in questo: ricevere il tempo che resta senza trattarlo come una semplice coda del tempo già trascorso. Ogni stagione possiede un modo proprio di servire, e la maturità dovrebbe rendere più disponibili a riconoscerlo, liberandoci progressivamente dalla necessità di riprodurre continuamente ciò che siamo stati.
Nel giorno di San Giovanni Paolo II torno quindi con gratitudine a quell’imposizione delle mani del 1991 e, nello stesso tempo, provo a guardare avanti. Il sacerdote che fui quel giorno non poteva conoscere ciò che sarebbe accaduto nei decenni successivi; quello che oggi compie sessant’anni non conosce ciò che gli verrà ancora chiesto. Tra queste due immagini rimane la stessa chiamata, ricevuta e continuamente restituita.
Quando Pietro, alla fine del Vangelo di Giovanni, si sente rivolgere per tre volte la domanda sull’amore, Gesù non gli consegna una previsione rassicurante del futuro. Gli affida il gregge e lo conduce verso una fedeltà che avrà forme che Pietro stesso ancora non conosce. Anche dopo molti anni di ministero mi sembra che la questione decisiva rimanga lì, dentro quella domanda così semplice da non permettere grandi costruzioni intorno ad essa.
Sessant’anni, nel giorno del Papa che mi ha ordinato sacerdote, diventano allora soprattutto un rendimento di grazie per il tempo ricevuto e una preghiera perché quello che resta possa essere vissuto con una fedeltà più libera, meno preoccupata di trattenere e più capace di consegnare. Il Signore sa quanto del cammino è stato veramente secondo il suo cuore e quanto ha avuto bisogno della sua pazienza; a me rimane il desiderio di continuare a rispondere, con tutta la povertà e la verità che gli anni hanno insegnato: «Signore, tu sai tutto; tu sai che ti voglio bene».
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