don Mario Proietti, C.PP.S.

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QUANDO LE PAROLE DIVENTANO ARMI: LA RESPONSABILITÀ DI DIRE IL VERO

La polemica nata dall’espressione usata da Maurizio Landini contro Giorgia Meloni riapre una questione più ampia: una parola non viene giudicata soltanto dall’intenzione di chi la pronuncia, perché entra nella vita degli altri e porta con sé una responsabilità morale. Vale nella politica, nei social e anche nella Chiesa.

La polemica delle ultime ore intorno alla parola «cortigiana», utilizzata da Maurizio Landini riferendosi alla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, potrebbe essere archiviata rapidamente come uno dei tanti incidenti che ormai scandiscono il dibattito politico italiano. Una parola viene pronunciata, qualcuno si indigna, l’autore precisa ciò che intendeva dire, gli schieramenti si dispongono ordinatamente nelle rispettive trincee e, dopo qualche giorno, un’altra polemica prende il posto della precedente.

Mi sembra però che dietro questo episodio ci sia una questione più interessante, perché riguarda il modo nel quale stiamo imparando a usare le parole.

Landini ha spiegato di avere inteso «cortigiana» nel senso di persona che sta alla corte di Donald Trump, quasi una portaborse politica, e ha respinto l’interpretazione sessista dell’espressione. Giorgia Meloni ha reagito richiamando invece il significato che il termine può assumere quando viene applicato a una donna, fino a diventare sinonimo offensivo di prostituta. Già durante la trasmissione Giovanni Floris aveva segnalato a Landini che la parola possedeva una connotazione problematica.

Non mi interessa stabilire quale parte politica debba vincere questa contesa. Mi interessa piuttosto osservare che una parola, una volta pronunciata pubblicamente, non appartiene più soltanto all’intenzione di chi l’ha scelta. Entra in una lingua condivisa, possiede una storia e raggiunge persone che possono riceverla dentro significati che l’autore avrebbe forse preferito escludere.

Questo vale per tutti, naturalmente. Nessuno può pretendere che il proprio linguaggio venga giudicato severamente quando colpisce la parte alla quale appartiene e interpretato con benevolenza quando colpisce l’avversario. Se consideriamo alcune parole umilianti nei confronti di una donna, dovrebbero rimanerlo anche quando quella donna occupa una posizione politica che non condividiamo.

È precisamente questa coerenza che sembra diventare sempre più difficile nel dibattito pubblico. Molto spesso non giudichiamo più una parola per ciò che significa, bensì per l’identità di chi la pronuncia e di chi la riceve. L’espressione considerata inaccettabile se proviene dall’avversario viene spiegata, contestualizzata o minimizzata quando nasce dal nostro campo.

Il linguaggio finisce così per perdere il rapporto con un criterio comune. Non ci domandiamo anzitutto se ciò che è stato detto sia vero, giusto o proporzionato; verifichiamo da quale parte provenga e se possa essere utile alla nostra causa.

La comunicazione digitale amplifica enormemente questo meccanismo. Le piattaforme premiano la velocità, la reazione immediata e la capacità di suscitare coinvolgimento. Una frase prudente e ben argomentata difficilmente viaggia con la stessa rapidità di un insulto, di un’accusa o di una semplificazione capace di dividere il pubblico in due campi.

Ci abituiamo così a parlare mentre stiamo ancora reagendo. La parola nasce prima che il pensiero abbia avuto il tempo di maturare e spesso viene pronunciata soprattutto per affermare la propria appartenenza. Commentare significa dimostrare di esserci, condividere significa segnalare da quale parte stiamo e l’indignazione diventa una delle forme più efficaci di presenza pubblica.

Il problema non appartiene soltanto alla politica. Anche dentro la Chiesa sperimentiamo quotidianamente qualcosa di simile. Una frase del Papa viene estratta da un discorso, un’intervista viene trasformata in un atto di magistero, una parola di un vescovo viene ricevuta attraverso il titolo con cui un sito ha deciso di presentarla e, in poche ore, ciò che era stato pronunciato dentro un contesto preciso diventa materiale per confermare una tesi già preparata.

Leone XIV lo stiamo sperimentando quasi ogni giorno. Alcuni ascoltano le sue parole cercandovi la conferma della continuità con Francesco, altri cercano i segni di una correzione del pontificato precedente, altri ancora attendono il momento nel quale il Papa dovrebbe finalmente dire ciò che essi stessi pensano. Il rischio è che il Successore di Pietro venga ascoltato sempre meno per ciò che realmente dice e sempre più per la funzione che le sue parole possono svolgere dentro le nostre discussioni.

La responsabilità del linguaggio cristiano comincia proprio dalla decisione di sottrarsi a questa logica. Il credente non è dispensato dal confronto e può formulare anche giudizi severi quando sono necessari. La carità non impone un linguaggio indistinto nel quale ogni differenza venga cancellata e ogni comportamento approvato. Chiede però che la verità venga pronunciata senza usare la persona come bersaglio.

San Giacomo dedica alla lingua alcune delle pagine più impressionanti del Nuovo Testamento. La paragona a un piccolo fuoco capace di incendiare una grande foresta e osserva quanto sia contraddittorio benedire Dio e nello stesso tempo maledire uomini fatti a sua somiglianza. Il problema della parola viene così collocato direttamente dentro la vita spirituale: ciò che diciamo rivela qualcosa del rapporto che abbiamo con Dio e del modo nel quale riconosciamo la dignità dell’altro.

Gesù stesso attribuisce alle parole una responsabilità che difficilmente potrebbe essere considerata secondaria. Nel Vangelo di Matteo afferma che gli uomini renderanno conto anche delle parole inutili che avranno pronunciato. Non perché il cristianesimo trasformi il linguaggio in una zona sorvegliata dalla paura, quanto perché la parola possiede la capacità reale di edificare o ferire relazioni.

Una parola può correggere senza umiliare e può denunciare un’ingiustizia senza degradare chi ne è responsabile. Può anche ferire in modo difficilmente riparabile, soprattutto quando viene pronunciata davanti a un pubblico capace di moltiplicarla migliaia di volte.

Questo rende insufficientemente rassicurante la formula «non intendevo dire questo». L’intenzione personale conta, certamente, e sarebbe ingiusto attribuire a qualcuno un significato che ha esplicitamente escluso. Nello stesso tempo chi parla possiede anche la responsabilità di scegliere parole proporzionate al contesto e prevedibilmente comprensibili per chi ascolta.

La prudenza non consiste nel parlare sempre in modo innocuo. È la virtù che permette di scegliere il modo adeguato per dire ciò che deve essere detto. A volte la verità domanda parole forti; il Vangelo stesso contiene espressioni durissime. La forza della parola cristiana viene però dal rapporto con il vero e con il bene della persona, non dal desiderio di procurarle una ferita.

San Tommaso definisce la verità come conformità dell’intelletto alla realtà. Prima ancora che il linguaggio entri in gioco, dunque, esiste un compito dell’intelligenza: cercare di conoscere ciò che è. Quando la parola viene separata da questa disciplina, può facilmente diventare uno strumento attraverso il quale tentiamo di piegare la realtà alla nostra rappresentazione.

Accade nella propaganda quando un termine viene scelto per orientare preventivamente il giudizio su una persona o su un evento. Accade nei social quando una storia complessa viene riassunta attraverso un’etichetta che rende inutile qualsiasi ulteriore comprensione. Accade anche nel linguaggio religioso quando utilizziamo parole come «eretico», «modernista», «tradizionalista», «progressista» o «scismatico» con una facilità che spesso supera di molto la precisione teologica richiesta da quei termini.

Le parole diventano allora scorciatoie. Ci permettono di classificare qualcuno senza affrontare la fatica di comprenderne realmente il pensiero. Una volta applicata l’etichetta, possiamo evitare il confronto con ciò che la persona ha effettivamente detto, perché abbiamo già stabilito in quale categoria debba essere collocata.

Questa dinamica produce un impoverimento del pensiero prima ancora che della convivenza. Se il linguaggio possiede soltanto categorie amiche e nemiche, anche la realtà finirà progressivamente per apparirci attraverso quella divisione. L’avversario non sarà più qualcuno con il quale dissentiamo, perché diventerà il rappresentante di tutto ciò che attribuiamo al campo opposto.

La politica vive ormai largamente di questa semplificazione e la Chiesa dovrebbe essere particolarmente vigilante nel non importarla dentro la propria vita. La comunione ecclesiale non significa assenza di differenze, e proprio perché le differenze esistono abbiamo bisogno di un linguaggio che permetta di attraversarle senza trasformarle continuamente in separazioni.

Il cristianesimo attribuisce alla parola un valore ancora più alto perché al principio della fede sta il Verbo. Giovanni non dice semplicemente che Dio comunica; afferma che il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. In Cristo la Parola eterna entra nella carne e rende visibile il volto del Padre.

Questo non autorizza a sacralizzare ogni parola umana. Dovrebbe piuttosto renderci più consapevoli della distanza tra la parola di Dio e le nostre parole, spesso fragili, frettolose e condizionate. Proprio per questo il credente dovrebbe imparare una forma particolare di disciplina del linguaggio, nella quale il desiderio di dire il vero venga accompagnato dall’umiltà di riconoscere quanto facilmente possiamo sbagliarne il modo.

Anche il silenzio acquista qui il proprio valore. Non ogni questione richiede una risposta immediata e non ogni provocazione merita di essere raccolta. A volte tacere significa semplicemente impedire a una parola inutile di aggiungersi al rumore già presente.

Il silenzio di Gesù davanti ad alcune accuse della Passione non può essere trasformato in una regola secondo la quale la verità dovrebbe sempre tacere quando viene contestata. Cristo ha parlato molte volte con estrema chiarezza. Il suo silenzio mostra però che esiste un momento nel quale la parola avrebbe soltanto alimentato un meccanismo incapace di ascoltare.

Anche noi dovremmo forse recuperare questa libertà. Sui social abbiamo sviluppato quasi l’obbligo psicologico di pronunciarci su tutto, come se il silenzio equivalesse automaticamente a debolezza, complicità o mancanza di coraggio. In realtà può esistere anche un silenzio che nasce dal discernimento e che prepara una parola più vera.

La polemica di queste ore passerà, come ne sono passate tante altre. Rimarrà però la questione che l’ha resa possibile: che cosa chiediamo alle nostre parole quando entriamo nello spazio pubblico?

Se vogliamo soltanto vincere, il linguaggio finirà inevitabilmente per assomigliare a un’arma. Cercheremo l’espressione capace di ferire l’avversario, il titolo che lo ridicolizza e la definizione che lo chiude in una categoria dalla quale non possa uscire.

Se invece consideriamo la parola come un atto di responsabilità, anche il dissenso più forte dovrà conservare un rapporto con la verità e con la dignità della persona.

Questo vale per Landini, per Meloni, per chi commenta quella vicenda e naturalmente anche per noi quando parliamo di chi non condivide la nostra visione della Chiesa o della società. Nessuno acquista il diritto di usare male le parole soltanto perché ritiene giusta la causa che sta difendendo.

Il Vangelo ci chiede qualcosa di più difficile: imparare a custodire il vero anche quando sarebbe più conveniente deformarlo e custodire la persona anche quando dobbiamo contestarne con fermezza le idee.

Forse è proprio questa la sobrietà del linguaggio di cui abbiamo bisogno. Non consiste nel rendere innocua ogni parola e neppure nel rifugiarsi in formule prudenti per evitare qualsiasi conflitto. Consiste nel ritrovare la misura attraverso la quale una parola può essere forte senza diventare violenta e chiara senza diventare disumana.

In un tempo nel quale milioni di parole attraversano ogni giorno gli schermi, questa disciplina può sembrare poca cosa. Proprio perché il rumore è enorme, però, una parola detta con precisione, senza disprezzo e senza manipolazione acquista un peso particolare.

Il cristiano dovrebbe riconoscerla come parte della propria testimonianza. Prima ancora di domandarsi se ciò che sta per dire possa ottenere consenso, dovrebbe chiedersi se corrisponda al vero, se sia necessario e se il modo scelto rispetti la persona della quale sta parlando.

Non sempre queste domande renderanno il linguaggio più mite. A volte lo renderanno più esigente, perché impediranno di nascondere una verità scomoda dietro il timore di disturbare. Renderanno però la parola più libera dall’ideologia, perché non avrà bisogno di cambiare criterio a seconda della parte alla quale appartiene chi parla.

È forse questo il servizio più semplice che possiamo offrire dentro una cultura ormai sommersa dalla comunicazione: restituire alle parole il peso delle cose che significano e ricordare che, quando una parola raggiunge un’altra persona, cessa di essere soltanto nostra.

Da quel momento diventa anche responsabilità.

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