don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

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DA LEONE A LEONE: CINQUE SECOLI DOPO, LA CORONA INGLESE TORNA A PREGARE CON ROMA

Dall’antico titolo di Fidei Defensor conferito da Leone X a Enrico VIII fino al Royal Confrater ricevuto da Carlo III con l’approvazione di Leone XIV: non una cancellazione della storia, ma un segno concreto di quanto il cammino ecumenico abbia trasformato il linguaggio del potere in un linguaggio di fraternità.

La visita di Stato di Re Carlo III e della Regina Camilla in Vaticano, prevista per il 23 ottobre 2025, possiede una forte valenza simbolica proprio perché mette accanto elementi che per secoli sarebbero apparsi incompatibili. Il sovrano britannico, Governatore Supremo della Chiesa d’Inghilterra, entrerà nella Cappella Sistina per pregare con il Papa e successivamente riceverà nella Basilica di San Paolo fuori le Mura il titolo di Royal Confrater of Saint Paul.

La Santa Sede ha presentato l’evento come un momento storico nel cammino tra la Chiesa cattolica e la Comunione anglicana, legandolo a due temi precisi, l’unità dei cristiani e la cura del creato. La preghiera ecumenica nella Sistina sarà guidata da Leone XIV insieme all’arcivescovo di York, Stephen Cottrell, mentre nel pomeriggio Carlo III sarà accolto a San Paolo fuori le Mura, dove il cardinale arciprete James Michael Harvey e l’abate Donato Ogliari gli conferiranno, con l’approvazione del Papa, il titolo di Royal Confrater.

È proprio questo titolo ad attirare l’attenzione, soprattutto se lo si colloca dentro la lunga storia dei rapporti tra la Corona inglese e Roma.

Nel 1521 Papa Leone X conferì a Enrico VIII il titolo di Fidei Defensor, Difensore della Fede, in riconoscimento della sua presa di posizione contro le dottrine di Lutero e, in particolare, della difesa dei sacramenti contenuta nell’Assertio septem sacramentorum. All’epoca nulla lasciava immaginare che pochi anni dopo proprio quel sovrano avrebbe rotto la comunione con Roma e avviato il processo dal quale sarebbe nata la Chiesa d’Inghilterra separata dall’obbedienza al Papa.

La storia si incaricò così di caricare quel titolo di un significato paradossale. Nato come riconoscimento pontificio della fedeltà cattolica di un sovrano, continuò a essere utilizzato dalla monarchia inglese anche dopo la separazione da Roma, entrando stabilmente nel linguaggio e nella simbologia della Corona britannica.

Cinque secoli dopo, un altro Papa di nome Leone approva un titolo completamente diverso, non più legato alla difesa confessionale di una fede esercitata attraverso il potere politico, quanto a un rapporto di fraternità spirituale costruito dentro un cammino ecumenico.

Sarebbe eccessivo leggere il Royal Confrater come una correzione del Fidei Defensor, perché la Santa Sede non lo ha presentato in questi termini e il significato ecclesiale dei due titoli appartiene a contesti profondamente diversi. Il collegamento storico rimane però suggestivo proprio perché mostra quanto sia cambiato il linguaggio nel quale oggi cattolici e anglicani possono incontrarsi.

Nel XVI secolo la frattura tra Roma e la Corona inglese si consumò attraverso una contesa nella quale autorità religiosa e potere politico erano strettamente intrecciati. Nel XXI secolo lo stesso sovrano britannico viene accolto in una basilica papale con un titolo che la Santa Sede descrive come segno di onore e comunione spirituale.

Questo non significa che le differenze dottrinali siano state superate. La comunione ecclesiale tra cattolici e anglicani rimane incompleta e numerose questioni teologiche continuano a richiedere un dialogo serio. Il valore del gesto nasce proprio dal fatto che non finge l’unità già raggiunta e nello stesso tempo rende visibile quanto sia diventata reale una fraternità che nei secoli passati sarebbe stata difficilmente immaginabile.

Il luogo scelto aggiunge un significato ulteriore. San Paolo fuori le Mura conserva rapporti storici con il mondo inglese e con la monarchia britannica, tanto che nello stemma dell’abbazia benedettina compare l’insegna dell’Ordine della Giarrettiera. La scelta della basilica non è quindi un’invenzione diplomatica dell’ultimo momento, ma si inserisce in una memoria più antica che il cammino ecumenico ha potuto progressivamente riattivare.

Per l’occasione è stato preparato uno scranno con lo stemma di Carlo III e la scritta evangelica Ut unum sint, «Che siano uno». Rimarrà nella basilica e potrà essere utilizzato dal Re e dai suoi successori nelle future visite.

Questo dettaglio, forse più del titolo stesso, racconta bene il senso dell’evento. Lo scranno non rappresenta un trono dentro una chiesa cattolica e non attribuisce al sovrano inglese alcun ruolo ecclesiale nella Chiesa di Roma. È un segno di accoglienza stabile, quasi la memoria visibile di una relazione che la Chiesa desidera continuare a coltivare nel tempo.

La frase di Giovanni 17,21 scelta per accompagnarlo impedisce inoltre di ridurre l’evento alla cortesia diplomatica. L’unità dei cristiani appartiene alla preghiera di Cristo e quindi non può essere considerata un semplice progetto istituzionale o una strategia per migliorare i rapporti tra confessioni.

L’ecumenismo cristiano vive precisamente di questa tensione: riconosce ciò che ancora divide e nello stesso tempo cerca tutto ciò che può essere condiviso nella fede, nella preghiera e nella testimonianza.

Anche la celebrazione nella Cappella Sistina si inserisce dentro questo orizzonte. Leone XIV e l’arcivescovo di York guideranno insieme una preghiera per la cura del creato, alla presenza dei sovrani britannici. Sarà utilizzato anche un inno di sant’Ambrogio tradotto in inglese da san John Henry Newman, figura particolarmente significativa perché la sua vita attraversò personalmente il confine tra anglicanesimo e cattolicesimo.

Newman appartiene ormai pienamente alla Chiesa cattolica ed è venerato come santo, mentre la sua vicenda continua a possedere un valore ecumenico proprio perché nasce da un percorso di coscienza compiuto dentro la tradizione inglese e maturato progressivamente verso Roma.

La scelta del suo testo mostra come il dialogo ecumenico possa assumere anche la forma della memoria condivisa. Non tutto ciò che appartiene alla storia anglicana è estraneo alla Chiesa cattolica, come non tutto ciò che la tradizione cattolica ha custodito è rimasto privo di risonanza nel mondo anglicano.

Da questo punto di vista il Royal Confrater appare meno come un premio e più come un segno di relazione. Il termine stesso, confratello, introduce un linguaggio che appartiene alla prossimità piuttosto che al rango.

Il sovrano rimane sovrano e la sua posizione nella Chiesa d’Inghilterra non cambia. La Basilica rimane cattolica e la sua identità non viene relativizzata. Dentro questa distinzione viene però riconosciuta una fraternità che nasce dal comune riferimento a Cristo e dalla volontà di proseguire un cammino iniziato da decenni.

Il dialogo ufficiale tra cattolici e anglicani conobbe infatti una svolta importante nel 1966, quando Paolo VI incontrò l’arcivescovo di Canterbury Michael Ramsey. Da quell’incontro prese nuovo slancio il dialogo teologico tra le due comunioni e nacque progressivamente una rete di rapporti che oggi permette gesti come quello del 23 ottobre.

Il valore della visita di Carlo III dovrebbe essere letto dentro questa storia lunga e paziente. L’ecumenismo raramente procede attraverso eventi spettacolari capaci di cancellare improvvisamente secoli di divisione. Avanza piuttosto attraverso relazioni, testi condivisi, incontri e gesti nei quali la distanza viene progressivamente abitata senza essere negata.

Anche la presenza del sovrano britannico nella Sistina assume per questo un significato che supera la diplomazia. Per la prima volta dall’epoca della Riforma un monarca inglese regnante e un Papa pregheranno pubblicamente insieme in Vaticano.

Non è ancora la piena comunione sacramentale e proprio per questo la forma scelta è una preghiera ecumenica, non la celebrazione eucaristica. La distinzione è importante perché mostra che la Chiesa può compiere passi reali verso l’unità senza anticipare simbolicamente ciò che sul piano ecclesiologico non è ancora raggiunto.

Qui si vede una maturità ecumenica che merita di essere riconosciuta. Il desiderio di comunione non ha bisogno di dissolvere le differenze e la fedeltà alla propria identità non richiede di trasformare l’altro in un avversario.

Per secoli cattolici e anglicani hanno costruito una parte della propria identità anche contrapponendosi reciprocamente. L’uno ricordava la propria fedeltà a Roma, l’altro la propria autonomia dalla giurisdizione pontificia. Il dialogo contemporaneo ha progressivamente mostrato che il riconoscimento delle differenze può convivere con una fraternità autentica.

Il rapporto tra Leone XIV e Carlo III si colloca esattamente qui. Il Papa non attribuisce al Re un titolo cattolico di autorità e il Re non rinuncia alla propria identità anglicana. Il gesto indica invece che l’amicizia tra le Chiese può trovare forme stabili, pubbliche e persino istituzionali senza confondere i rispettivi ruoli.

Anche il passaggio da Fidei Defensor a Royal Confrater può allora essere letto con prudenza come una sorta di metafora storica. Il primo titolo apparteneva a un mondo nel quale la difesa della fede poteva essere strettamente associata alla funzione del sovrano e all’unità confessionale del regno. Il secondo appartiene a un’epoca nella quale il rapporto tra fede e autorità politica è profondamente cambiato e nella quale l’incontro ecumenico cerca un linguaggio capace di esprimere vicinanza senza pretendere uniformità.

Questa trasformazione non rende il presente necessariamente superiore al passato e non autorizza a giudicare la storia con categorie troppo facili. Mostra però che la Chiesa ha imparato a distinguere più chiaramente ciò che appartiene all’essenza della fede da ciò che dipende dalle forme storiche nelle quali essa è stata vissuta.

Anche per questo l’evento del 23 ottobre non ha bisogno di essere presentato come una correzione di Enrico VIII o una rivincita simbolica di Roma. Sarebbe un modo povero di leggere un gesto che possiede una forza proprio perché non cerca vincitori.

L’unità cristiana non nasce dalla soddisfazione di vedere l’altro tornare nella posizione che noi consideriamo giusta, ma dalla disponibilità a lasciarci tutti ricondurre più profondamente a Cristo.

La Basilica di San Paolo è forse il luogo più adatto per ricordarlo. L’Apostolo delle genti trascorse gran parte del proprio ministero attraversando confini culturali, entrando in dialogo con mondi differenti e ricordando continuamente alle comunità cristiane che l’unità non coincide con l’uniformità.

Paolo combatté con forza quando riteneva che fosse in gioco la verità del Vangelo e, nello stesso tempo, lavorò instancabilmente perché comunità diverse imparassero a riconoscersi nell’unico Corpo di Cristo.

La scritta Ut unum sint collocata sullo scranno di Carlo III richiama precisamente questa tensione tra verità e comunione. L’unità per la quale Cristo prega non è una costruzione diplomatica e non può essere ottenuta semplicemente dichiarando irrilevanti le differenze.

È un dono da chiedere e una responsabilità da servire.

Guardando alla visita del Re inglese, mi sembra dunque che il passaggio storico più interessante non sia quello dal dominio alla comunione, come se cinque secoli potessero essere riassunti in una contrapposizione tanto netta. È piuttosto il passaggio da una storia nella quale la separazione sembrava definire stabilmente i rapporti tra Roma e l’Inghilterra a una situazione nella quale la stessa storia può essere riletta senza negare le ferite e senza permettere che siano ancora esse a determinare tutto.

Da Leone X a Leone XIV sono trascorsi più di cinquecento anni. In mezzo ci sono stati scismi, persecuzioni, martiri, polemiche teologiche e trasformazioni politiche enormi.

Il gesto del 2025 non cancella nulla di questo.

Mostra però che una storia ferita può smettere di essere soltanto memoria della divisione e diventare anche luogo nel quale la riconciliazione costruisce lentamente forme nuove di rapporto.

Quando Carlo III siederà a San Paolo fuori le Mura sotto la scritta «Che siano uno», il significato più profondo del gesto sarà forse proprio qui: nessuno potrà dire che l’unità sia già stata raggiunta, ma nessuno potrà neppure fingere che cinque secoli di separazione abbiano reso impossibile riconoscersi ancora come cristiani chiamati dalla stessa preghiera di Cristo.

Ed è già molto.

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